Minameis: Elektro con Shad e Marco Klefisch

Continua il blogging dell'esposizione sul writing milanese Mi name is di Triennale Bovisa, con le interviste realizzate per il catalogo in edizione limitata: qui il fantomatico re dei mixtape vecchia scuola, DJ Elektro.

SHAD. Raccontami dei primi tempi, di quando hai iniziato ad accostarti al b-boying e alla musica electro?

ELEKTRO. Erano i primi anni ’80. Io ho cominciato ballando il robot in giro per Milano, poi ho frequentato la zona del Duomo e lì una domenica pomeriggio ho incontrato FlyCat, che mi ha portato fino al Muretto. Da allora, quindi dall’81, il Muretto è stato il mio posto fisso. Quando l’ho conosciuto Fly era giovanissimo. Ai tempi lui ballava l’electro, faceva le mosse e gli scatti da electro, poi pian piano ha iniziato a disegnare anche lui, però a quei tempi era più intrippato con il ballo.

S. Da dove arrivavano gli spunti per il ballo? Perché il breaking in Italia è arrivato proprio in quegli anni e prima di voi non c’era nessuno da cui imparare. E la scelta del posto, il Muretto, che a Milano è un posto storico per antonomasia, a che cosa era dovuta?

E. Abbiamo imparato molto da Phase. È stato lui, assieme a FlyCat, che ha mosso l’Italia in tal senso. Soprattutto Milano, da dove è partito tutto. Anche Kaos, Sean, TopCat, Jad (degli Articolo31) facevano parte del Muretto, perché era l’unico punto d’incontro a Milano.

S. Forse perché c’erano gli specchi?

E. Sì, avevamo gli specchi che servivano a guardare le mosse e a migliorare. Inoltre, era più facile per gli stranieri trovarci, perché eravamo a due passi dal Duomo. Nella galleria sotto girava un sacco di gente.

S. Eri l’unico a fare il robot o ti sei ispirato a qualcuno?

E. Il mio insegnante è stato David Jad, che ha partecipato a parecchie trasmissioni in radio e in TV, e che poi ballava anche in giro. Tramite il ballo robot ho conosciuto tutto il resto, quindi anche l’electro, che è però molto differente dal robot. Fare il robot in fondo è fare il mimo, non è breaking né electro.

S. Quand’è che hai smesso di usare gli occhiali con le lucine? E i guanti da cameriere dove li compravi?

E. Gli occhiali li ho abbandonati nel 2000 circa. I guanti nei normali negozi di forniture.

S. Quand’è che avete iniziato a ballare per terra e chi eravate?

E. Da quel che ricordo è iniziato nell’85. Ai tempi c’eravamo io, Kaos, Spit. Anche Sean era mitico. Sean era veramente bravo a terra. Poi c’era Pane, che era un altro di quelli che spaccavano al Muretto. Gli altri non me li ricordo, purtroppo.

Klefisch. Tra di voi esisteva un rapporto di scambio?
E. Sì, c’era molto scambio, da loro ho imparato molto. Kaos, per esempio, era molto bravo coi fumetti, per me era un maestro. Pane mi insegnava l’electro, io gli insegnavo un po’ il robot.

S. In quei tempi sono girati dei film...

E. Uno dei film sulla breakdance che ricordo è Beat Street. Sarà stato l’88-89.

S. In che anno hai iniziato ad andare al Muretto con il blaster?

E. Dall’86 in poi. Ma facevo i mixtape già da bambino (risate), registravo le fiabe… (risate)

K. E invece il mondo dell’aerosol com’era? La gente iniziava passando dal Muretto o vi incontravate anche da altre parti in giro per la città?

E. Passavano tutti dal Muretto, da FlyCat a Tawa, Sky4, i TDK, MadBob, ma anche altri che ora non ricordo. Al Muretto ci si scambiavano informazioni sull’hip hop in generale, non c’era solo il ballo, da lì partiva tutto quanto, partiva tutta l’arte dell’hip hop.

K. Quando avete iniziato a scendere nella metro e a fare le tag sui treni, come nella vecchia scuola di New York?

E. Questo non me lo ricordo.

S. Abbiamo iniziato con i mondiali del ’90. Ricordo bene che il primo a scendere è stato Dumbo (DeeMo), quello di Bologna. Questa storia l’ho sentita dire, non so se poi effettivamente sia andata così. Fatto sta che lui voleva assolutamente andare a fare la metro, perché era intrippato come tutti quanti. Non mi ricordo però se ha dipinto o se il pezzo era incompleto, a Porta Genova con gli sgami per entrare del giornalaio, io il pezzo non l’ho mai visto. So solo che Fly è impazzito, perché uno venuto da Bologna era entrato nella metro prima di lui. Comunque, che io sappia, è stato il primo. Anche Spyder andava spesso da solo, poi con Fly avevano una hall of fame dietro a un deposito a Cologno. Spyder raccontava di aver fatto un treno, ma non l’aveva fotografato, quindi non si sa la data precisa. Anche Tritalo aveva dipinto un treno, credo da solo. Comunque dal 1990 abbiamo iniziato a entrare nella metro ogni settimana, perché coi Mondiali abbiamo avuto un sacco di bombolette. Una volta scoperto il modo per entrare a Porta Genova – entravi ovunque con il trucco dalla scala mobile – abbiamo iniziato a fare Porta Venezia, Loreto. A Gioia, invece, c’era il tombino. Elektro aveva la tecnica per entrare dai tombini. Lui sapeva quali tombini erano aperti e aveva la forza per tirarli su, anche quando eri giù nella scala. Una cosa incredibile, perché un tombino pesa sicuramente più di 20 chili. Con Elektro ho scorazzato per tutte le linee, ci accompagnava per fare il palo. All’inizio entravamo da Cimiano e con Sky4 si facevano i tag tour alla sera, perché dovevamo rientrare presto. Quando facevamo gli assalti a Cimiano e alle stazioni vicine, tipo a Crescenzago, noi aspettavamo, imboscati, che il treno si fermasse, saltavamo la staccionata, lo massacravamo tutto e poi schizzavamo via. Primo bombing alle nove e mezza di sera. Poi un giorno Fluido ha fatto un’innovazione tecnica, anzi più che tecnica direi folcloristica: è entrato in bicicletta! Si è nascosto dentro la metro e con la bici è arrivato fino a Loreto. Quello è stato uno dei momenti storici del bombing: si è fatto due volte Loreto sulla Linea 1 (di cui una volta per Natale) e poi, sempre in bici, è arrivato sulla Linea 2. Passava da un livello all’altro. La 1 con il binario ad alta tensione era pericolosa. Ha fatto prima i pezzi che si vedono nella fanzine, quello in cui ha scritto “Soul” in grigio con le Duplicolour e poi “Too Mad”. Fluido in quel periodo si faceva chiamare Mad. Aveva messo in ginocchio tutti quanti. Poi la cosa è diventata un po’ pericolosa. A volte Elektro veniva ad aiutarci, anche se lui aveva una sua altra crew”.

K. Tu hai conosciuto Spyder? Passava anche lui al Muretto?

E. No, perché prima, a dir la verità, non si sapeva neanche chi fosse. Poi Fly me l’ha fatto conoscere in corso Buenos Aires. Spider era un mio fan, cosa che io non sapevo. Quando ci siamo conosciuti abbiamo fatto un viaggio insieme, siamo andati fino a Zurigo a un party. Eravamo Spyder, Sky4 ed io e mi pare che ci fosse anche MadBob, se non sbaglio... Eravamo in pochi ad andare ai party all’estero, lo facevano solo quelli che dipingevano. Quella volta eravamo gli unici italiani. Doveva venire anche Fly, ma aveva dei problemi e non è potuto partire. Siamo andati, mi ricordo, con una Lancia Delta.

K. E gli “zulu” là com’erano? Com’era la scena in Svizzera?

E. La scena era differente dalla nostra, perché da noi, all’epoca, era molto chiusa, era limitata alla strada, non avevamo locali o gente che ci lanciava. A Zurigo era molto più semplice, avevano il “Palladium” e l’hip hop lo conoscevano. Erano molto più informati, perché, probabilmente, avevano un legame molto più forte con l’America.

S. Mi ricordo 14K, la prima fanzine. Dopo le fanzine le abbiamo fatte anche noi. I primi sono stati i TDK, poi io e in seguito Fly e Pongo. Giravano anche On The Run, fatta a Monaco e 14K di Zurigo.

K. Andando ai party all’estero c’era anche modo di imparare più cose?

E. Mica tanto, perché quei pochi breakers o b-boys che c’erano ballavano e non stavano lì a chiacchierare con te, anche perché la lingua era po’ un problema. Il resto era tutta gente dei centri sociali...

K. E invece poi negli anni a venire, cioè nel 90/91/92, c’è stata come un’esplosione riguardo al writing, ai graffiti. La gente passava sempre al Muretto?

E. Si eravamo in molti, insieme a Kaos e Jad, Fabrizio e Michele abbiamo insegnato ai giovani il breaking, anche per passare un po’ il tempo. Poi mi ricordo che c’era Pane che andava continuamente in windmill. Quelli lì erano proprio bei tempi! Era il 1986. Si ballava dove c’erano i computer vicino al Muretto. Mi ricordo Kaos che stava al Muretto e disegnava con il pennarello. Poi c’era TopCat, Sean. Gruff non è mai venuto al Muretto, Gruff rimaneva sempre a Torino. L’ho conosciuto tramite i Casino Royal che stavano in piazzale Lagosta. Poi ogni tanto passava Fly con MadBob da San Babila, dove loro andavano sempre a bere. Nel ’90 ho cominciato anche io a fumare e a bere, però al Muretto. Quello che fumava di più era TopCat (risate) Sean invece non fumava, beveva sì, però non fumava.

K. Quindi ti sei accorto che si iniziava a fare sempre più writing, che in giro si scriveva di più, che c’era stata un’esplosione, che c’era più informazione, più materiale dall’estero, più possibilità di confrontarsi?

E. Sì, certo, perché sia tra i b-boys che tra la gente che dipingeva la cosa si era molto allargata. Le cose incominciavano a essere più chiare. Si capiva come andavano fatti i disegni e le lettere nel writing. Prima, ad esempio, era molto difficile anche per il breaking, trovare le tute, le scarpe, le bombolette.

S. Comunque, secondo me, c’è da dire che dal ’93 in avanti sono iniziati a spuntare fuori tutti i quartieri di Milano. C’erano le hall of fame delle crew della parte sud di Milano. Prima erano quasi tutte verso Loreto o Cimiano, dove in via Bazzini c’era la hall of fame più vecchia, fino ad arrivare a Cernusco e Vimodrone. Tutta la gente era lì. Qualcuno anche a Niguarda. Anche la Martesana, insieme a Bazzini, erano la hall of fame più vecchia. Lì c’erano Rendo, Graffio, Kaos e Play. In via Bazzini c’erano Fly e quelli che dopo sono diventati CKC. Però, già prima nel ’90-92, c’era un botto di gente che stava tra Niguarda e Lambrate. Al Muretto sono arrivati dopo, quando sono iniziati ad arrivare i Quartos, un sacco di altra gente, ma forse è stato qualche anno dopo.

E. Poi è nata la nuova crew che stava al muretto. È stato quando Kaos e gli altri hanno cominciato a registrare musica, a fare mixtape e non avevano più tempo di passare al Muretto. Scomparsi Kaos, Sean, Top Cat, eravamo rimasti io, Fly, MadBob, Loso e ogni tanto Shad.

K. Mi hanno raccontato di riunioni o comunque di gruppi alla hall of fame di Bazzini, per regolarsi un po’ su come far le cose...
S. Sì, è quello che stavo dicendo io. Il centro più importante dei writer in quel momento non era il Muretto. Il Muretto è stato il punto d’incontro fino all’87-88.

K. Quindi diciamo, dall’81 all’87?

E. Quando sono arrivato io, era la fine degli anni ’80. Quelli che venivano sempre al Muretto erano Kaos, Rendo e poi Cano. Gli altri venivano ogni tanto, perché i writer avevano altri posti dove incontrarsi, mentre i b-boy avevano solo il Muretto come posto d’incontro. Gli incontri erano in metropolitana a Piola, o a Lambrate, in via Bazzini.

S. Era Fly che cercava di riunire tutta la gente e di insegnargli qualcosa in più.
Però in quel periodo tutti noi gravitavamo su Loreto, la plaza di Aspromonte...

K. Quanta gente veniva a queste riunioni con Fly?

S. Quando ho conosciuti i TKA nel ’92, si facevano delle belle riunioni. Io mi ricordo che il Mezzanino era bello pieno, circa 40-50 writer. Poi ci mandavano via, succedevano casini, ma è stato importante, perché ho conosciuto un sacco di gente dei licei di zona Città Studi. Molti arrivavano da altri quartieri, tipo Drop e Bread o Shot e quelli che sono venuti dopo, i DCN, gente da Cernusco, Vimodrone, che poi sono diventati UAN e CYB. C’era anche Indy, c’era parecchia gente dal Caterina da Siena, dal Prinetti ecc. Ma nessuno andava al Muretto, noi, almeno, stavamo sempre al Mandragora.

K. Hai scovato da solo il modo per introdurti in metropolitana? Come funzionava? In fondo, sei stato un po’ il pioniere.

E. Sì, io avevo scovato alcuni tombini che segnalavo ai writer. Prima passavo a dirlo al Muretto, perché solo quelli scendevano. Conoscevo, ad esempio, Tawa, Cano. La notizia la passavo a loro e poi la voce si diffondeva. Io ho sempre preferito andare sottoterra, il mio mondo è sempre stato là sotto. Sarà perché a me piace la solitudine e i tunnel della metropolitana erano gli unici posti dove potevo stare da solo. Conoscevo tutte le stazioni, conoscevo i passaggi per passare da una parte all’altra. Mi sono fatto una certa esperienza di quei posti. Poi accompagnavo anche i giovani a dipingere.

K. Quindi tu lo facevi a prescindere dai graffiti, lo facevi come esperienza di navigazione sotterranea?

E. Una specie di avventura. Passando da un tunnel all’altro, cominciavo a conoscere i rischi che i giovani non hanno mai scoperto. Per esempio, ho scoperto che nella Linea 1 bisognava stare attenti al binario in mezzo, che è pericoloso. Le linee 2 e 3 credo abbiano i cavi della corrente sopra.

S. Il primo a fare la 3 è stato Fluido, no?

E. No, io! L’ho fatta io con un altro mio amico, la prima volta. Abbiamo dipinto all’inaugurazione di Montenapoleone.

S. Allora pochissimi giorni dopo l’ha fatta Fluido in Centrale con Sky4.

E. Sì.

S. Io mi ricordo che a quei tempi, era il ’91, entravamo tutte le settimane e non riuscivamo quasi mai a finire i pezzi.

K. Questa cosa dei tunnel è interessante per capire che ci sono due tipi di approccio: quello del writing e il tuo, che è un approccio di tipo individuale. Hai incontrato altre persone che facevano questa cosa o eri l’unico? Oltre a voi, c’era altra gente che girava per la metropolitana?
E. Sì, abbiamo visto persone, io, però, non sono mai entrato in contatto con loro. Li vedevo da lontano e prendevo un’altra direzione. Li lasciavo sempre stare. Si trattava comunque di gente povera. Mai trovato gente molto particolare, a parte gli operai della linea. Ogni tanto passava la famosa macchina gialla che controllava i binari, e c’imboscavamo, io soprattutto m’imboscavo sopra ai sistemi di aerazione: ci sono delle specie di botole e mi ci nascondevo sopra. Oppure usavo il trucco del telo: mettevo un telo sul muro.

K. Ti voglio chiedere un’ultima cosa: so che sei un collezionista pazzesco di musica elettronica, dalla pre-elettronica fino all’ electro. Come ti è nata la passione per la musica?

E. Fin da bambino mi sono sempre piaciuti i robot e dai robot sono passato a fare realmente il robot. Mia madre era già allora una collezionista di dischi di musica anni ’60-70 e io ho iniziato con i dischi. Prima ascoltavo musica dance, non mi è mai piaciuto la house, l’ascoltavo, ma per me non aveva nessun significato.

K. Però l’electro era un viaggio più estremo, più veloce…

E. Sì, l’electro è venuto fuori perché ai tempi c’era il dance-electro e da questo è venuto fuori l’electro. L’electro è venuto fuori da Tour de France dei Kraftwerk, il famoso pezzo della scopa di Turbo, che c’è in Breakdance. Da quel pezzo è venuto fuori l’electro. Ai tempi il primo disco proprio di electro-breaking era Street Dancer dei Break Machine. Altri pezzi di Malcolm Mac Laren come Buffalo Gals, o Renegade of Funk…

K. L’ultima domanda è personale: perché ti piacevano i graffiti? Cosa pensavi del fatto che la gente uscisse di notte per farli? Cos’era che ti affascinava?
E. Il rischio. Non tanto l’atto vandalico, ma l’arte che ognuno esprimeva. Io, ad esempio, che ballavo il robot, avevo la dimensione del ballo, gli altri ne avevano un’altra, quella del disegno. Mi piaceva molto vedere questi grandi dipinti multicolori, allucinanti. Prima immaginavo come li facevano, poi io ho cominciato a farli, ma io a disegnare sono sempre stato negato. Sì, facevo delle scritte, ne ho fatte anche in metropolitana, però mi piaceva più seguire gli altri che disegnavano. Mi piaceva molto vedere gli altri disegnare.

K. Vedere anche l’arte del nome, dello scrivere, della calligrafia...

E. Da uno molto più bravo di me, molto più bello ecco. Ognuno ha un suo stile.

  • shares
  • Mail