Minameis: De Faccio il calligrafo

Continua il blogging dell'esposizione sul writing milanese Mi name is di Triennale Bovisa, con le interviste realizzate per il catalogo in edizione limitata: ecco le interessanti considerazioni di un disegnatore di caratteri e docente di calligrafia, De Faccio.

Dalla mia ricerca, svolta per questa mostra, emerge oltre alla dimensione grafica, quella personale ed individuale. I writer (graffiti-writer/aerosol-artist) dimostrano una volontà ferrea nel porsi al centro dell’attenzione, usando un alter ego “tipografico” e/o “calligrafico” che li rappresenti. La domanda è: secondo te, quali motivazioni spingono, da oltre 30 anni, migliaia di giovani di ogni provenienza ed estrazione sociale ad atti illegali tesi all’autoaffermazione, che si traducono in gesti grafici?

La scrittura manuale – di cui le tag fanno parte –, oltre a essere caratterizzata da un sistema di convenzioni, rimane essenzialmente un puro segno grafico. Il segno grafico, nella percezione dell’immagine, offre se stesso ai sensi e sfrutta il linguaggio non verbale nelle vesti di “memoria di un gesto” allo scopo di fornire indizi su un’altra cosa che, spesso inconsciamente, esprime la personalità istantanea di chi lo traccia. La scrittura manuale è quindi un’espressione individuale del tutto unica e, grazie a questa sua unicità, la si può riconoscere come “appartenente” ad un’unica e sola persona. L’aspetto esclusivo di questo modo di esprimersi è probabilmente ciò che ha fatto diventare le tag tra i graffiti-writer uno dei mezzi preferiti per “mostrarsi” senza farsi vedere.

Considero l’avvento dei graffiti-writer come la continuazione naturale di una tradizione nata con l’uomo, da sempre spinto dal desiderio di attenzione e di potere al fine di dimostrare la propria presenza. L’uomo non è fatto per vivere da solo e tanto meno per rimanere invisibile. Il bue delle grotte di Altamira, le iscrizioni latine sul muro di Adriano e le tracce spray sulle pareti delle città sono immagini che, seppure diverse, nascono dalla stessa volontà, un’esigenza molto spesso simile a quella di un cane che marca orgogliosamente con l’urina il territorio appena occupato. Anche internet è diventato una specie di latrina comune…

È interessante notare che nelle scuole in Italia, già dagli anni ’50, le critiche sull’insegnamento dello scrivere avevano perso di vista il senso della forma delle lettere e che nel 1970, esattamente più di 30 anni fa, l’insegnamento della calligrafia venne abolito completamente. È da allora che nella maggior parte delle scuole la scrittura è rimasta monca. Vengono fatte copiare le lettere senza alcun riferimento alle loro origini e alle funzioni pratiche, grafiche ed espressive proprie della scrittura. Un fatto assurdo, se si pensa che, per definizione, la scrittura è nata come mezzo di comunicazione. L’educazione moderna tende a uniformare tutti gli individui; è una educazione di massa, e persino i genitori sono ormai incapaci di cogliere l’individualità profonda dei propri figli. Le tag possono essere una conseguenza di tutto ciò.
Chiediamoci allora se, immersi come siamo nei campi magnetici di cellulari, computer e antenne paraboliche, c’è ancora bisogno della scrittura manuale? Pur essendo un appassionato di scrittura, se dicessi che la scrittura manuale è di vitale importanza, direi il falso. Ma anche se dicessi che la scrittura manuale è inutile, direi una bugia. Proprio per questo ci si esercita come si può, senza nessuno scopo, immedesimandosi nella forma grafica come la cosa più naturale che ci sia. Ecco allora, che anche tra i graffiti-writer si trovano, tra moltissime bruttezze, molti lavori che svelano un’idea, uno studio, una disciplina, una composizione studiata, uno sviluppo grafico, un modo espressivo ricco di carattere, una sorta di meditazione, forse un’arte…

Fino a che punto la dimensione illegale in cui si sviluppa il gesto calligrafico dei writer condiziona il gesto stesso? A tuo avviso ne modifica la tensione e l’intensità, e se così, il gesto ne esce arricchito o impoverito?

Penso che l’adrenalina, che nasce dalla consapevolezza di compiere un atto proibito, possa essere, con molta probabilità, una delle componenti fondamentali nel mondo dei graffiti-writer. La dimensione illegale delle tag sulle pareti pubbliche può enfatizzare una vera e propria prova di coraggio, una sfida al controllo della Polizia, all’ordine della politica, alla pazienza e tolleranza pubblica. Tutto ciò suona molto eroico, anche se spesso può essere l’espressione banale di un puro menefreghismo. Credo che dopo una certa routine l’effetto-adrenalina, anche se non scompare mai completamente, si affievolisca. Pertanto, solo un’accurata visione delle forme, una sincera critica ed un costante esercizio permettono di ottenere la comprensione e il perfezionamento dei gesti. Maggiore è il tempo dedicato allo studio delle forme, minore è il tempo necessario per scriverle e, di conseguenza, maggiore il successo della “toccata e fuga”…

I writer, in molti casi, spendono ore nella ricerca del gesto (che si traduce nelle tag) o nella strutturazione di una scritta con lettere più complesse e arricchite. Nel corso degli anni e attraverso molti tentativi viene variata la forma delle lettere del proprio nome, vengono modificate le legature, le grazie e le aste cercando, nel rispetto dei “writer-maestri” di riferimento, di innovare, pur conservando un gusto estetico legato alle proprie origini. Secondo te che, oltre che calligrafo sei un eccezionale disegnatore di caratteri, esiste un’attinenza tra questi due mondi apparentemente lontani (tipografia e graffiti-writing)?

L’interesse per il gesto della scrittura, il tempo necessario per la messa a punto delle forme, l’amore per il dettaglio, la variazione e la pazienza quasi meditativa richiesti dalle continue verifiche, accomunano sicuramente graffiti-writing e tipografia. Esiste, però, una netta differenza, se si considera che il disegno del carattere tipografico ha come scopo funzionale la definizione di una forma leggibile che, rimanendo sempre uguale, deve essere in grado di combinarsi il più perfettamente possibile con tutte le altre forme appartenenti alla font. Una tag, invece, assomiglia molto più alla calligrafia che, al contrario della tipografia, tende alla ricerca continua di variazioni, al fine di arricchire la forma delle lettere e rendere unico ogni esemplare, ogni firma, ogni tag.

Per innovare, occorre superare dei limiti tracciati in precedenza. Ma per infrangere le regole, occorre conoscerle molto bene. Quale energia permette di esprimersi liberamente, pur rispettando le regole? Come si può evolvere, rispettando il “recinto” ideale delle certezze acquisite?

Queste due domande mi piacciono particolarmente, perché contengono l’essenza del mio pensiero. Le prima è molto complessa, ma se si parla di energia, allora penso all’energia dell’Io, alla sua essenza. Per riuscire ad esprimersi liberamente rispettando le regole è necessario confrontarsi con la natura dell’Io. Allora si inizia a chiedersi: Chi sono Io? Come, ma soprattutto, dove nasce un’idea? Come fa la mia mano a sapere quel che deve fare? Cosa significa “parola” in generale? Cosa significa per me? È necessario confrontarsi con l’essenza dell’Io per, alla fine, rendersi conto che l’Io non esiste affatto e che non è dotato di una sostanza propria. Se fosse vero il contrario, dove potremmo trovare tale essenza, il sistema operativo origine di tutto? Nel naso? Nel polpastrello del dito indice? Nel cervello? Nell’ombelico? O forse nel cuore? Oggi più che mai dobbiamo guardare dentro noi stessi. Lo studio del mondo esterno è facile, quello di noi stessi è molto difficile… ma decisivo.

Come ci si può evolvere rispettando il “recinto” ideale delle certezze acquisite?

Annullando l’illusione delle certezze acquisite! Se vuoi che la tua scrittura migliori, devi migliorare la tua persona. Se la tua persona migliora, contemporaneamente è migliorato il mondo.

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