Minameis: Danneggiamento di massa, Alessandro Mininno

Continua il blogging dell'esposizione sul writing milanese Mi name is di Triennale Bovisa, con il materiale del catalogo in edizione limitata: qui il testo scritto da Alessandro, curatore della mostra.

Il graffiti writing è certamente una delle sottoculture più complesse e controverse del nostro secolo: nasce come manifestazione spontanea tra Philly e la New York degli anni Sessanta e Settanta e provoca presto interrogativi (ancora irrisolti) su quali siano i limiti tra la libertà d’espressione e i diritti di proprietà, sulle possibili intersezioni tra ambito artistico e azione illegale. Il fenomeno è semplice, e nella sua semplicità quasi disarmante. Teenager, indefinibili dal punto di vista della provenienza e dell’estrazione sociale, iniziano a scrivere il proprio nome su ogni superficie che a questo scopo si presti (ma se non si presta, va bene lo stesso), ignorando bellamente le leggi e le regole del vivere civile e costumato. Si inizia con comuni pennarelli, ma sarà la commercializzazione delle vernici spray (in agile confezione a bomboletta) a consentire l’esplosione di un fenomeno che, a un trentennio dalla nascita, non accenna a scemare: come è successo per molti movimenti artistici (si pensi alla tempera in tubetto per gli impressionisti) l’innovazione tecnica consente all’autore di esprimersi nel modo più consono al proprio sentire estetico. Le scritte aumentano in dimensione e numero di colori, e le semplici firme si trasformano in qualcosa di più complesso, che pur mantenendo il contenuto e l’intento espressivo dei “nomi” tracciati a marker inizia ad essere esteticamente appagante, si spostano dai muri ai treni della subway e viceversa in una incontrollabile escalation che attira l’attenzione di sindaci, giornalisti e preoccupati gestori di mezzi pubblici. Da qui in poi, il fenomeno esplode e si moltiplica, assumendo molteplici sfumature: quello che nasce come un movimento di autoaffermazione, viene interpretato (basandosi solo sul risultato, non sull’intento – se un intento c’è) come un movimento artistico. Il writing diventa graffiti art. Le gallerie annusano l’affare. Si apre (prestissimo) una scissione tra gli adepti del fenomeno nella sua forma originale, e una serie di divagazioni eterodirette, al soldo del mondo dell’arte, della pubblicità, della grafica. Quella che – con un termine di allora – potremmo chiamare mercificazione dell’atto artistico ebbe come lato positivo la diffusione del fenomeno su scala planetaria: film come Wild Style (1983) o Beat Street (1984) portarono la cultura hip hop e il writing in Europa, dove però i più avveduti avevano già iniziato a scrivere sui muri, traendo ispirazione da un viaggio a New York o subendo gli stimoli dei telefilm americani, girati nei sobborghi (il policeman Frank Poncharello, inconsapevole propagatore di una patologia planetaria). Il caso di Milano, oggetto di questa trattazione, è piuttosto anomalo. Possiamo dire senza timore che a Milano i graffiti sono stati (e sono ancora oggi) un fenomeno di massa e che la maggior parte degli adolescenti milanesi ha, presto o tardi, preso in mano uno spray. I media hanno preso atto del fenomeno (già agli albori, com’era inevitabile: muri e banchine del metrò ricoperte da una – seppur timida – selva di firme facevano notizia già negli anni Ottanta) e hanno plasmato l’opinione pubblica in modo altalenante, ma nella maggior parte dei casi hanno preferito stigmatizzare il fenomeno bollandolo come semplice imbrattamento, evitando accuratamente di approfondire l’analisi di una realtà ritenuta forse troppo complessa per il lettore medio. Assimilare il writing a mero vandalismo, com’è abitudine dei quotidiani e del codice penale italiano (danneggiamento, art.635 C.P.) risulta essere semplicistico. La tendenza a rovinare, devastare, distruggere i beni altrui per puro divertimento è il più delle volte fine a se stessa, o tutt’al più finalizzata all’aggressione del proprietario della cosa vandalizzata, della finestra sfasciata, dell’auto rigata: è evidente, già a un primo esame delle cosiddette “firme”, che in questa cultura c’è ben di più. Prima di tutto è un fenomeno collettivo che forma una “scena” molto ampia (simile per alcuni versi alla scena hacker), in cui ognuno cerca il rispetto dei pari: raramente una firma si sovrappone a un’altra. In secondo luogo, è spesso possibile riconoscere la stessa firma in più punti della città: i writer cercano la fama in tutta la città, vogliono mettersi in evidenza in tutte le zone (“People see your tags in Queens, Uptown, Downtown - all over” come diceva Seen, uno dei più prolifici bomber di New York, nel documentario Style Wars). Terzo, le lettere – spesso illeggibili, ma non sempre – hanno uno stile riconoscibile, sono elaborate e studiate secondo precisi principi di lettering. Tutto questo, è evidente, non può essere ridotto a semplice vandalismo, o a malcostume, come tende a fare ancora oggi la carta stampata. Affrontare la riflessione sul writing a Milano con questa leggerezza è deludente e controproducente: non è servito a debellare il movimento (cosa che probabilmente non è possibile fare) né a renderlo comprensibile ai cittadini, non è servito a migliorare la qualità dei graffiti o la qualità della vita nella città, non è servito a nulla. È evidente che i writer hanno una direzione precisa. Hanno un motivo che li spinge ad affrontare i numerosi rischi del mestiere, a mettere a repentaglio la propria fedina penale e spesso anche la propria vita. Quale sia, questo motivo, è difficile capirlo. Possiamo solo limitarci a fare delle ipotesi su alcune delle cause, o cercare di capire quali sono le condizioni che hanno consentito o facilitato la nascita del writing, a Milano come altrove (nessuna delle metropoli moderne è immune al writing, da Tokyo a Città del Capo). La spersonalizzazione causata dallo spazio urbano, dalla metropoli-alveare, ha come ovvia contro-reazione la necessità di distinguersi, di spiccare tra una folla di individui anonimi e identici: scrivere il proprio nome è un modo forte di affermare la propria presenza e la propria personalità, in più di un modo. Ci si distingue da quelli che non scrivono, diventando parte di un’elite underground. E ci si distingue tra i propri pari, tra gli altri writer, scrivendo meglio, scrivendo di più, con dimensioni più grandi, più spesso, in punti più rischiosi, mirando alla posizione di king: i parametri di giudizio ci sono e sono inequivocabili, tutti sanno chi è il migliore. La perdita di identità individuale a Milano assomiglia a quella di New York, pur anche con lo sfasamento temporale dovuto a una urbanizzazione più tardiva: a New York il boom dei graffiti risale agli anni Settanta, da noi non si vedrà nulla fino ai primi Ottanta. Il boom della televisione e dei rotocalchi, la necessità di “fama” instillata dallo starsystem hollywoodiano in pieno effetto, il warholiano 15 minuti di celequarto d’ora di celebrità sono concause che trasformano la fama in una necessità. La street fame garantita dal writing rappresenta una via d’uscita dall’anonimato (come il rap o la breakdance, o come il calcio se preferite), è la via d’accesso per la celebrità prima di tutto tra gli altri writer e poi presso il grande pubblico degli utenti della città, forzati a subire questa forma d’espressione (esattamente come sono costretti a pipparsi pubblicità, architettura e monumenti, meravigliosi od orrendi che siano). Se la mentalità originale è autoreferenziale (“It's for me and other graffiti writers, that we can read it. These other people who don't write, they're excluded. I don't care about them, you know?” dice Skeme in Style Wars) presto c’è stata un’apertura verso l’esterno: gli enormi whole car di Seen, pieni di puppet, per esempio, erano certamente diretti al grande pubblico. A Milano verso la metà degli anni Novanta, alcune firme hanno iniziato a diventare di colpo leggibili da tutti, in stampatello: l’aspirazione a una fama più generalizzata doveva concretizzarsi per forza, nella città della moda e dell’advertising. È stata una piccola rivoluzione, non semplicemente stilistica. È un cambiamento di approccio, di mentalità, un’apertura al pubblico che avrebbe cambiato senza possibilità di backup tutta la storia del writing milanese. È Dumbo: se la sua firma fosse rimasta intricata e illeggibile, ora non lo conoscerebbe nessuno. La spaccatura contrappone due stili di writing, il wildstyle di stampo New York contro lo stile più semplice, leggibile, più veloce da realizzare, di ispirazione francese. É l’unico vero conflitto stilistico e di mentalità all’interno del movimento: le origini contro la novità, l’ermetismo contro l’apertura al pubblico, la focalizzazione sulla qualità contro quella sul numero di firme e di pezzi (è un conflitto ideologico che si ripropone in termini simili tra i writer e “quegli sfigati con gli sticker e gli stencil”, stiamo aspettandone l’esito da un po, convinti che alla fine sia solo la produzione di qualità a passare l’impietoso test del tempo). La ripetizione ossessiva di un marchio leggibile è ispirata evidentemente alle tecniche di diffusione dell’advertising, alla promozione di un brand che deve rimanere nella memoria: non stupisce, in una Milano cuore della produzione pubblicitaria nazionale. Né può stupirci l’evidente egocentrismo di chi scrive il proprio nome all’infinito, mettendo se stesso al centro della propria strategia di branding e attirando, nel cuore pulsante della moda internazionale, l’attenzione con vanità ed edonismo: saccheggiando quell’attenzione che ormai è merce, per un’economia avanzata in cui ogni sguardo ha un prezzo. I legami tra il writing a Milano e la moda sono molteplici ed evidenti, vanno ben oltre la schizzinosa disapprovazione di Giorgio Armani: alcune crew hanno intrecciato il loro percorso creativo con gli stilisti e il writing è allo stesso tempo fonte (di idee, di stili, di trend) e mercato (si analizzi la distribuzione di certi modelli di Nike tra alcune fasce di vandali, e si vedrà). L’ipocrisia di chi si scaglia contro i graffiti, mentre al contempo impone i propri messaggi pubblicitari in dimensione abnorme, ben esemplifica l’atteggiamento della città nei confronti del fenomeno. Una doppiezza dominata da logiche economiche, per cui lo sporco e l’occupazione dello spazio pubblico sono accettate e tollerate solo in nome del denaro, come testimoniano le innumerevoli campagne di street marketing (da Nike a TDK), che negli ultimi anni hanno lordato la città. Viene da pensare che altre logiche economiche muovano le campagne antigraffiti, per le quali ogni anno vengono spesi svariati milioni di euro, che finiscono nelle tasche più disparate: in quelle municipalizzate dell’Amsa, e in quelle ben più private dei produttori di vernici antigraffiti, dei pulitori privati, degli imbianchini, di chi pellicola i treni, delle agenzie di sorveglianza privata e dei produttori di telecamere a circuito chiuso, delle concessionarie e delle agenzie pubblicitarie che partoriscono annualmente orride pubblicità per i servizi di cancellazione. Perché di pubblicità si tratta, ancorché presentate come crociate a favore della pulizia (come se l’igiene delle superfici verticali fosse la questione più impellente a Milano): sotto una patina di moralismo igienista si cela la promozione di un servizio di cancellazione e ripulitura, a pagamento. Questo solo per citare gli interessi a valle del graffiti business: a monte, si muovono cifre ugualmente stupefacenti. La città di Milano ha un fabbisogno che supera i 10.000 spray al mese (solo quelli dedicati al writing), e di innumerevoli marker di ogni foggia e specie, centinaia di litri di inchiostro ed ettolitri di tempera per gli sfondi solo per circoscrivere le necessità “primarie” dei writer – ma volendo ampliare l’osservazione vanno inclusi libri e riviste, abbigliamento specificamente diretto a questo profittevole microsegmento. E dallo “stile dei graffiti” partono innumerevoli spinoff, dalle borse di Louis Vuitton agli zainetti della Seven, che strizzano l’occhio a un ampio pubblico che simpatizza con i graffiti. E se la moda, la pubblicità, la grafica hanno ormai da tempo affrancato il writing da tutti i suoi connotati negativi (è un’assoluzione plenaria in nome del marketing), le amministrazioni comunali cercano di digerire e normalizzare un fenomeno che – anche nelle sue versioni più blande – è molto difficile da mettere a tacere. Le strategie sono due: la repressione totale o la riconduzione a forme più civili e meno vandaliche. Il primo caso, adottato da New York e da molte città italiane, ha fino ad ora ingenerato costi cospicui e ha dato pochissimi risultati evidenti. L’ATM lamentava già nel 1993 di dover spendere circa 600 milioni di lire all’anno per la pulizia dai graffiti, il comune di Milano arriva a destinare 3 milioni di euro per la pulizia e la prevenzione nel 2005, seguendo l’esempio della grande mela, 5 milioni di dollari depauperati ogni anno, senza riuscire a stroncare il fenomeno. D’altro canto, è dubbia l’efficacia delle strategie di “agevolazione”. Le poche realtà che hanno deciso di seguire questa linea, concedendo alcuni spazi nella speranza di creare una valvola di sfogo localizzata, riportano risultati contrastanti e fortemente influenzati dagli intenti politici dei progetti di cui si parla. E se da un lato la repressione aumenta il fattore rischio e il fascino dell’azione illegale, d’altro canto avere muri legali in città aumenta la diffusione del fenomeno e fornisce spunti ed esempi alle nuove generazioni che – vista la scarsità degli spazi concessi – dovranno per forza di cose dipingere come si è sempre fatto, illegalmente. E in più, francamente, sedare in uno zoo controllato quella che è una espressione spontanea appare, nel migliore dei casi, frustrante e riduttivo. Nessuna delle policy fin qui adottate è servita quindi a ottenere una riduzione del bombing illegale. In particolare la strategia di cancellazione massiccia praticata dalle giunte milanesi degli ultimi anni ha avuto come unico risultato un forte impoverimento della qualità: dove c’erano hall of fame storiche ora ci sono solo muri grigi ricoperti di tag e throw up. La miopia di questa scelta apparirà evidente solo negli anni a venire, quando avremo la prima generazione di writer che si è potuta ispirare unicamente allo street bombing e non alle hall of fame storiche. Lo scopo ultimo di tutte le campagne AMSA, a giudicare dalle scelte pubblicitarie, è debellare firme e scrittacce, odiate e disprezzate perché difficili da capire, onnipresenti, non richieste, fini a se stesse. “Le tag non sono i graffiti”: opinioni come questa, dice Bean, uccidono il writing. Perché il writing è fatto da nomi sui muri, e le tag sono nomi sui muri. Perché tutto è nato dalle firme. Perché le tag sono la punta di un iceberg enorme, la parte più visibile e insieme indecifrabile di questa cultura: ne sono forse la manifestazione meno commerciabile, quella più facile da additare. E se infinite volte sì è parlato di come eradicarle, pulirle e scongiurarle, raramente i media e l’amministrazione pubblica si sono interrogati sul perché queste scritte esistano, o sulle loro numerose modalità di manifestazione. Perché le firme rappresentano un percorso stilistico, esprimono molte delle caratteristiche di un writer e spesso ne rispecchiano la personalità, per così dire, artistica. Per molti writer è importantissimo “scrivere” bene. Per alcuni è molto più importante scrivere tanto, e dappertutto. Spesso, all’inizio, si scrive per farsi conoscere: riempire la città di tag è la via più veloce per raggiungere la street fame. Le limitazioni date dalle lettere scelte (il proprio nome) e dall’illegalità del gesto, rendono la realizzazione di una firma qualcosa di difficoltoso, che richiede uno studio e una preparazione adeguati. Ogni nome ha uno stile, talvolta caratteristico, spesso richiama o cita lo stile di altri: la forma particolare di alcune lettere si diffonde, viene copiata, assorbita, digerita e nel tempo sfuma. Si tratta di un’opera continua di lettering, di produzione e realizzazione di nuovi caratteri, rigorosamente hand-made, e insieme una gara per la notorietà in cui lo stile non conta meno della quantità – finché tempo, agenti atmosferici e pulitori non danno un colpo di spugna all’arena, e si ricomincia da capo. Ogni singola firma è frutto di una ricerca stilistica, è un’opera realizzata in condizioni estreme, in una frazione di minuto in cui il tempo resta sospeso e tutti i sensi sono tesi allo spasimo, in cui la tensione per la realizzazione calligrafica, il controllo del respiro e del tratto devono essere bilanciati con l’attenzione al mondo esterno. Per un attimo il mondo interno e quello esterno si paralizzano per fare spazio a qualche tratto d’inchiostro, poi si ritappa il marker e la realtà torna in play. Le firme sono i graffiti, riassumono un’intera cultura in pochi tratti di spray: la ricerca e l’azione, lo stile e il bisogno di fama, l’occupazione dello spazio pubblico, l’estetica e il vandalismo. È difficile trovare a Milano un ragazzo che non abbia mai preso in mano una bomboletta, almeno per una firma, almeno una volta. I quattordicenni scrivono – le rare volte in cui scrivono a mano – con un lettering da vandalo. Pennarelli e inchiostri si comprano a ogni angolo di strada. Anche se i writer, spesso, preferiscono fabbricarseli da soli. Nella lotta per l’originalità, gli strumenti giocano un ruolo importante, e hanno subito una progressiva trasformazione man mano che il mercato si è espanso, ed è stato riconosciuto come nicchia profittevole, molto profittevole. Ogni anno mezzo milione di vernici spray vengono acquistate dai writer italiani, possiamo solo immaginare quanti litri di Nero Inferno (l’inchiostro indelebile che è diventato il simbolo del writing milanese) vengano versati ogni giorno nei marker. Di certo, sappiamo che se i primi writer milanesi dipingevano con gli spray Nivolin o Marabù, oggi l’assortimento di marche di spray dedicate al graffiti writing è impressionante, ogni produttore ha addirittura diversi brand dedicati a sotto-segmenti di mercato (hall of fame vs bombing, alta vs bassa pressione) e le nuove leve possono scegliere tra qualche dozzina di tappini diversi, per ottenere un tratto che può variare da qualche esile millimetro a una ventina di centimetri. Negli anni i writer hanno utilizzato qualsiasi cosa per scrivere: la ricerca di soluzioni innovative e particolari è parte del gioco. Una bottiglietta di succo di frutta e un cancellino per la lavagna erano sufficienti, per FlyCat, per fabbricare un rudimentale marker: da allora, qualunque cosa abbia un serbatoio e una punta viene utilizzato per scrivere, dagli applicatori per il lucido da scarpe alle pistole ad acqua. La lotta ai graffiti e le continua cancellazione, paradossalmente, sono responsabili della maggior parte delle innovazioni tecniche introdotte dai writer: inchiostri personalizzati e sempre più coriacei, mole e carte vetrate per firmare i vetri, estintori caricati a vernice per scrivere in alto, acidi corrosivi. E ogni giorno vengono escogitati nuovi metodi, benchè il mercato offra un numero quasi imbarazzante di marker diversi, flowpens, squeezers, a punta tonda o a scalpello, da uno, due, tre, cinque centimetri, a tempera e a inchiostro, con la valvola o senza.
Quella dei writer è una scena, un gruppo di spostati, una comunità di portinaie pettegole e litigiose: finché i treni giravano dipinti, era molto più semplice avere il polso della situazione, e capire chi stava dipingendo e chi no. Nel corso degli anni, alcuni strumenti di comunicazione hanno preso piede. Su tutti, le fanzine costituiscono sicuramente il caso più interessante: rigorosamente autoprodotte, diffuse in pochi negozi e attraverso canali underground, hanno contribuito al consolidarsi dello stile e della scena milanese, documentando costantemente il fenomeno. La più elaborata e longeva è sicuramente Tribe Magazine, ma innumerevoli altre sono nate (e spesso sparite) nel corso degli anni. Si chiamavano Trap, Una piccola fanzine del cazzo, Writing, MSV (Messaggi suoni visioni), Impatto nitro, solo per citarne alcune: costituite spesso da una manciata di pagine fotocopiate e assemblate malamente, rappresentano una documentazione fondamentale sul writing di quegli anni. La diffusione dei programmi di desktop publishing ha reso la pubblicazione di una rivista alla portata di tutti e la qualità media di questi materiali è salita, la frequenza di pubblicazione è aumentata o quantomeno si è fatta più stabile e rigorosa, i contenuti sono leggermente cambiati. Le pubblicazioni sul writing, oggi, vengono distribuite in tutto il mondo, tendono ad assumere tratti caratteristici o a iperspecializzarsi: Subwaynet, solo per fare un esempio, pubblica solo foto di metropolitane. Se fino alla metà degli anni novanta le fanzine hanno contribuito alla cristallizzazione di uno stile “milanese”, la diffusione di internet ha ingenerato delle spinte di segno opposto, diffondendo stili e trend creati all’estero, rendendo possibili amicizie e contatti intercontinentali, aumentando a dismisura il numero di stimoli per i giovani writer e riducendo in frammenti l’idea che lo stile possa essere legato a un’area geografica. L’arena competitiva non è più Milano, è il mondo. Lettering e metodi si rincorrono su scala planetaria, si diffondo tra forum e fotolog, innovazioni nascono e si consumano nello spazio di un attimo, ma è sempre sulla strada e nei depositi che la battaglia viene combattuta, non su internet. Mentre la vita in rete assorbe quote progressivamente maggiori del nostro tempo, il writing resta un’attività saldamente ancorata al reale, in modo quasi doloroso. Comporta costi e rischi veri, ha conseguenze sul mondo esterno (modifica l’ambiente e la città), è un gioco con regole e penalità reali (dal vedere il proprio pezzo cancellato alle sberle). E se qualcuno si fosse chiesto il perché, il perché delle firme, dei throw up e dei pezzi, la risposta è semplice. Il perché non c’è. O almeno, non ce n’è uno: abbiamo stilato una lista (incompleta, sicuramente) di quasi 700 nomi che abbiamo trovato sui muri di Milano e, per ognuno di quei nomi, c’è un motivo diverso. Le firme o i bombing non sono il fine: sono un mezzo, sono una scatola che contiene un messaggio o un insieme di messaggi, un mix di motivazioni. Non possiamo e non ci sembra utile compilare un elenco di motivi (che vanno dal bisogno di sentirsi diversi a quello di omogeneizzarsi al gruppo dei writer, dal bisogno di riscossa al marketing di se stessi). Le cause finali sono diverse, come lo sono i writer, che occupano l’intero spettro che va dal puro vandalismo alla pura arte. Se qualcosa li accomuna, è solo la scelta delle lettere come veicolo per esprimere il proprio messaggio, qualunque esso sia: le lettere sono un limite forte, sono la regola del gioco, circoscrivono la comunità ed escludono il resto. Rendono il risultato in qualche modo omogeneo, comparabile, settano un parametro di giudizio: vanno bene le sfumature, le colorazioni, gli sfondi e i personaggi, ma le lettere? È sulla qualità del lettering che si viene giudicati. Rocks dice “Nel writing conta l’arrosto, non il fumo”. Il giudizio dei pari è impietoso, non è possibile bluffare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La competizione è forte ed è positiva, è una guerra per lo stile: in una Milano che ha fatto della moda e dello stile i propri stendardi, i graffiti sono il perfetto contrappasso.

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