Minameis: Nei Nomi (antropologie del writing)

Continua il blogging dell'esposizione sul writing milanese Mi name is di Triennale Bovisa, ecco il testo scritto per il catalogo in edizione limitata da Carmelo Marabello.

La pratica della scrittura ha assunto un valore mitico negli ultimi quattro secoli, riorganizzando poco a poco tutti i campi in cui si estendeva l’ambizione occidentale di fare la propria storia e, in questo modo, di fare la storia.

L’origine non è più ciò che si racconta ma l’attività multiforme mormorante che produce il testo e crea la società come testo. La scrittura si fa progresso.

Michel De Certau

Le rivoluzioni, violente o non violente, potrebbero essere le fasi liminali, totalizzanti, rispetto alle quali i limina dei rites de passage tribali erano soltanto prefigurazioni o premonizioni.
Victor Turner

spazi? luoghi?

Intanto o innanzitutto un’idea di luogo: se lo spazio si manifesta ed è il manifesto di una potenza della geometria, una descrizione puntuale, un campo di rette, di curve, angoli, intersezioni, una numerabilità, il luogo è invece lo spazio identificato, il luogo si presenta come il prodotto di una antropologia di relazioni e nominazioni, una geo-grafia di storie, di storie pubbliche, di storie segrete, di storie in attesa di attori che le leggano e le riconoscano: come un testo appunto….
Se lo spazio si descrive e rappresenta sulla carta, legittimamente, se si fa particella di un catasto economico e produttivo, il luogo si presenta agli individui come alle comunità, nel segno di una partecipazione, nel progetto magari involontario, eppure storico, di una identità singolare, o collettiva: al catasto economico si sovrappone un catasto simbolico: le vie si offrono come appartenenza, i volumi come domicili, i vuoti come intervalli, i muri come definizioni, talvolta come carte su cui i nomi e le identità si disegnano: i muri manifestano.
Limina pubblici di vuoti come di pieni, abitazioni o magazzini, confini di cortili, come di intimità, intercapedini verso l’interieur più segreto di emozioni e di pratiche – letti, studi, cucine – i muri sono l’epidermide pubblica della comunità: tra affiches, scritture, dichiarazioni, calligrafie di writer, insegne pubblicitarie, i muri sono il racconto ufficiale delle città, le cardinalità dell’esperienza dell’incontro. Ci si vede presso un’insegna, ci si orienta con la bussola dei manifesti 6x6, ci si affida nella notte alla luminosità elettronica di una scrittura pubblicitaria, ci si può ritrovare, comunità nella comunità, presso una calligrafia fatta disegno: essere accanto a un nome, a ben vedere, letteralmente.
Fermi accanto ad un graffito, noi attendiamo presso un nome, sostiamo in una via rinominata da una calligrafia, presso una firma visibile, talvolta illeggibile, siamo nel cono di una identità declinata su di una superficie, di una sfida notturna alla toponomastica, alla sovranità legale.
Nel gioco dei nomi e del nome, di una pratica di visibilità, di un gesto estetico, certo, di una politica, ma anche di una pulsione del nome, certamente e comunque data come un gerogliflico del contemporaneo, noi assistiamo alla paradossale epifania di un tempo – il tempo rubato dal writer nella notte del nome e della scrittura – e il tempo della restituzione del muro stesso da parte della comunità alla sua precedente anomia, alla sua natura di intonaco, piastrella, laterizio, al suo ritorno alla manualistica geometrile e architettonica, al suo ritornare nel catalogo edile da cui proviene.
Fuori i nomi, allora. Esteticamente, giuridicamente, normativamente. Topografia del giudiziario, topica del buon gusto e del clean, dialettica del delebile e dell’indelebile,
della muralità intatta e della moralità distratta, astratta. Della muralità bis(trattata).
Buffa dialettica tra un muro disposto ad accogliere affiche – gli spazi pubblicitari – e a negarsi come spazio pubblico, se non nei giorni comandati del politico o del religioso.
Buffa dialettica tra estetica della purezza, magari da piastrella tardo ’50-’60, e gerarchia auspicata delle superfici, in un disegno storico e storicista comunemente declinato in nome del buon senso: da una parte muro antico vs muro moderno, il bello vs il brutto, muratura nel centro delle città – il visibile economico – e muratura periferica – l’invisibile estetico, il muro del degrado urbano –, essere in presenza insomma di una dialettica ancora inscritta nel decoro, nella decenza, di una estetica minima e ottocentesca del bello e del brutto, e nella più tradizionale e classica distinzione sociale del gusto. Hèlas, Bourdieau!!

nomi

Nella percezione sociale dei graffiti, l’occhio si posa e si centra sul disegno, si insinua nel groviglio apparente di linee, diffida del rizoma del lettering, per affidarsi alla visione delle forme: i graffiti così discendono dal disegno del nome per rientrare nel buon senso della gestalt, nella speranza di un senso fatto di formalità, di contenuto visivo.
Firme che sfidano le forme, i nomi ritornano, così percepiti, nel destino consueto della visualità, decoro urbano, o offesa estetica rivolta alla comunità, sprezzo della qualità più o meno pastosa o liscia di una superficie, o macchia di colore capace di riscattare e identificare socialmente uno spazio urbano desueto, un’archeologia industriale in attesa di una potenziale gentrification, un brutto periferico che il graffito assolve, e temporaneamente, risolve.
Calligrafie di un’identità, che in un nome altro si produce – i nicknames dei writer come nomi segreti benjaminiani, quel nome segreto cui ebraicamente si affidava il destino di un figlio e che tale restava, sino alla maggiore età, al figlio stesso –, i nomi propri dei writer si presentano come grovigli di linee, pratiche di fama e di notorietà esclusiva, rivolti alla comunità stessa dei writer: la riconoscibilità endogamica per così dire del nome, le pratiche grafiche tese a costituirsi come lignaggi e genealogie, famiglie di lettering per nomi propri diversi, sono spesso il destino sia di un muro, che il nome proprio indica come luogo di elezione, sia di una firma che si disperde nelle città.
Ed è proprio per questa natura identitaria che la firma necessita di una visibilità: il muro dei writer, e per i writer, non potrà mai farsi palinsesto, una firma-forma non può cancellare una firma precedente, una firma può piuttosto appostarsi accanto ad un’altra, e lì abitare, in attesa di una cancellazione atmosferica o burocratica: una calligrafia necessita, come un’identità, di uno spazio di leggibilità, di uno spazio che la produca.
La fama leggera e graffiabile del graffito riposerà quindi nel tempo: nel tempo in cui il nome sarà presenza, indicatore di un passaggio, e di un atto, nel tempo in cui la comunità riconoscerà l’identità di quel passaggio: la ragione grafica è all’origine dell’attività degli uomini: organizzare lo spazio secondo segni e secondo i segni, e dare un nome ad esso, darsi un nome in quello spazio, ancora una volta produrre luoghi, dal neolitico in avanti, insediarsi e trasmettere attraverso segni e indicatori identità e senso, racconti di scritture accanto alle oralità.

quicktime

I treni muovono e spostano corpi e oggetti per i luoghi, il cinema muove e sposta immagini di corpi, di luoghi e di oggetti: gli occhi, a partire dall’ottocento, hanno incontrato le immagini dai treni e le immagini nei film, hanno incontrato le immagini dei treni nel movimento tra le città e nel paesaggio, come nelle città stesse.
Nelle mobilità che dal novecento in avanti raccontano e tracciano l’esperienza quotidiana del movimento collettivo, i treni, e poi i tram, le metropolitane, gli autobus, segnano immaginari e pratiche, disegnano negli spazi urbani link di ferro e di senso, nodi di relazioni come di puri scambi di efficienza e percorribilità, costruiscono luoghi per identità declinabili e rinnovabili nel senso delle merci come delle vite.
Firmare un treno, segnare nel proprio lettering il proprio nome, significa affidare il destino di questo alla visibilità veloce di un passaggio, alla cadenza delle soste, alla possibilità dell’occhio di intercettare il rizoma calligrafico, la sua emergenza sulla lamiera, a penetrare nel campo visivo di un passante, di un viaggiatore in attesa, di una fretta urbana che codifica il percorso nell’abitudine e che incontra l’estraneità di una forma, la macchia firmata che occulta come una cattiva ma diversiva astuzia l’indicazione di un percorso, di una tratta. Tratto su una tratta, il graffito disloca attenzione e relazione, dice di un altro codice, che irrompe nel consueto del buon senso, dell’efficiente, per produrre una piccola alterità, una s-ragione grafica nel quotidiano dell’esperienza, o una breve distrazione estetica nella visione frontale all’arrivo di una carrozza firmata.
Il gesto rischioso della firma, l’estetica liminale della calligrafia, sfidano il movimento, apparecchiano la visione veloce del transito, o la cadenza della sosta, di una metrica visiva impressionistica – il tempo dell’impressione sulla retina: il writer sembra qui giocare il tempo del suo rischio – l’esecuzione del graffito – nel rischio tempo di ogni visione, di ogni percezione del movimento: un treno dipinto è un flusso di firme ritornate immagini – la nuova esperienza del geroglifico –, la percettibile vita di un colore e di una forma nascosti nell’impercettibile segreto grafico di un nome.
Ma le nuove pellicole-vernici che consentono rapidamente di restituire alle lamiere dei treni, come alle carrozze delle metropolitane, loghi e aspetti originari, fiancate magari sponsorizzate, le nuove pellicole vernici producono ormai una nuova condizione, altra materia di riflessione nell’epica del pulito e del politicamente corretto: il tempo di ogni graffito si abbrevia e il nome si acconcia a un destino di flatus grafico, una memoria di cui, come nelle performance, resta la traccia digitale di un video, l’idea della testimonianza, l’occasionalità del gesto riportata dalla stick memory della visione registrata, restituita come ciclopia elettronica – la visione tecnica monoculare – in una comunità di net. O, poiché la visibilità produce rischi, la stessa traccia riportata nella comunità esoterica e necessariamente difensiva dei writer, vista e vissuta come scambio e baratto di esperienza – una memoria digitale scambiata e condivisa in nuclei ristretti – bartelt visivo di un rito e di un gesto comunque comunitario, seppure di una comunità parzialmente immaginata e parzialmente delocalizzata.

public writing-bovisa 7-8 ottobre 2006

Nella scena del writing, l’assunzione pubblica di esso è un paradosso: riconoscimento di una pratica diffusa e misunderstanding della pratica stessa, restituita socialmente come una sorta di decorazione a basso costo di possibili enclavi delle periferie urbane, o di non luoghi da ri-celebrare e ricalibrare visivamente nel nuovo dell’urbano.
Paradosso della comunità dei writer, che nelle gerarchie di gruppo – anzianità dell’esperienza, attualità della pratica, rischi esperiti, qualità del segno – si organizza nell’esperienza di un tempo pubblico-vissuto e visto come tale, pratica di appropriazione di luoghi certo e, però, ridefinizione involontaria e inevitabile della pratica stessa.
I nomi, come gli spray, non rubano qui il tempo vissuto del gesto, le calligrafie qui si offrono invece al tempo atmosferico, alla chimica delle stagioni, alle pluvialità ed alle polluzioni, nello spazio offerto e negoziato, nello spazio abilitato politicamente, e politicamente concesso, nella memoria forse, di un conflitto estetico e politico, esistenziale, che l’happening pubblico comunque riscrive. Il gesto spray trascorre visibile verso il visibile.

Eppure questo happening stesso, questo costituirsi collettivo di una parziale comunità, questo costituirsi allo sguardo pubblico di un quartiere e dei suoi abitanti, è forse indice di un’altra possibile negoziazione: un negozio estetico pubblico, dove l’identità del nome sfida l’estetico nel senso letterale: ovvero l’estetica come percezione, come socialità degli occhi e dei corpi, che, nell’occasione di una giornata di writing come arte pubblica, inventano un quotidiano come relazione, mutualità del writer e del passante nella identificazione di un passaggio o di un muro come luogo.
Che poi bambini e adolescenti si siano avvicinati, mimeticamente, alle murate graffitando, parzialmente, gli spazi residui e più nascosti, invisibili e forse più duraturi – un sottopasso – è un segno indicativo di una necessità estetica primariamente collettiva e pubblica. Di un rito di passaggio necessariamente meno esoterico e trasgressivo, ma ugualmente, sembra, in qualche modo necessario. Altra liminalità. Altri passaggi.
Ma i nomi e le calligrafie dei writer ci ricordano intanto che l’esperienza dello spazio e delle cose si costruisce nelle classi di nomi, negli atti che ci portano a individuare e riconoscere, attraverso essi, i mondi e gli oggetti, le cose e i volti.
E l’estetica del nome proprio, ovvero l’estetica di una propria identità, si genera appunto nella relazione con i nomi altrui e con i luoghi altrui.
Nel movimento dal locale della città al globale del net, le calligrafie sono un piccolo firmamento urbano delle identità, una domanda primaria di luogo. La si può declinare esistenzialmente, nel rischio e nella bellezza dei nomi nudi, delle calligrafie, la si può declinare antropologicamente e politicamente, nel senso dei nomi plurali e collettivi dei luoghi, nella nominabilità di essi: nomi che cercano luoghi per farsi, nel lettering, segni, sismografie di esistenze e identità, immagini pathos di una memoria grafica delle forme; o nomi in cerca di un albero di lignaggi e genealogie di piccole o grandi tribù urbane; o nomi-segno di involontari grafi di immaginari più antichi, che il gioco pubblico dell’happening, tra interrogazioni ciclopiche di video e fotografie, e domande e parole di passanti, almeno in parte disvela.
Disvela, magari nell’inquadratura, in campo lungo, di vedenti, passanti,vigili urbani di spalle, custodi di ordine e di trasgressione, sguardi amministrati.
Disvela nell’interrogazione silenziosa delle foto di scena, scena del writing, corpo pubblico del rito e della liturgia spray.
Disvela nell’acuta necessaria ingenuità del domandare – da parte di alcuni passanti – perché, perché quel colore, del comune ricercare sempre un’àncora di senso, addirittura di significato, di un’idea di rappresentazione.
Disvela ancora nel brusio di chi guarda e commenta e di chi lavora en plein air nello sguardo di chi guarda e commenta. Nello stupore complesso ed esperto dei bambini, guida di genitori e adulti.

Nella piccola demiurgia del writing, c’è, in fondo, per molti, e per il polically correct, il riscatto, possibile e parziale, degli spazi, la loro catastabilità politica e collettiva, emotiva: catasto di superficie, evidentemente, risoluzione intanto ottica dell’esperienza del luogo: firme notturne e clandestine che si fanno largo: i loro nomi a interrogare i passanti e i luoghi, gli abitanti e il cosiddetto buon senso, sulla natura dei luoghi e delle forme.
I nomi infatti, ancora prima dei verbi, indicano le cose e attribuiscono senso a queste: se i nomi graffiti sono destinati a scomparire, questo è appunto il loro senso: nomi che obbediscono alla legge del tempo piuttosto che alla legge della rappresentazione, lontani dal giudizio e dallo spettacolo di essa.
Un graffito ritorna nome mentre si cancella, mentre la firma, la forma pubblica segreta del nome, scompare, e la memoria di un lettering, in quanto forma, impasta ancora parzialmente la materia di una superficie del tempo chimico di quel nome, della sua vernice. Essere la propria vernice. Vernissage.

Carmelo Marabello

milano, bovisa 7-8 ottobre
parigi, musée du quay du branly 4 novembre

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