Minameis: parla Federico Sarica

Continua il blogging dell'esposizione sul writing milanese Mi name is di Triennale Bovisa, con le interviste realizzate per il catalogo in edizione limitata: ecco cosa ha scritto Federico Sarica del negozio King Kong.

I writer che ho conosciuto io e con cui ho condiviso consistenti percentuali di tempo nella mia età dello svago, passavano il tempo ad aspettare. Era tutto una ricerca di passatempi ammazzanoia fra un picco d’adrenalina e l’altro. Mi hanno sempre ricordato molto quei pescatori che si svegliano alle 3.30 di notte, meticolosamente e in silenzio, per non svegliare moglie e figli, preparano esca, lenza e tutto il necessario e poi, avvolti in un k-way vanno sulla spiaggia e, sempre in silenzio, armano la loro piccola lancia, la varano e si buttano nel mare nero per ore in attesa del pesciolino che la lenza tremar fa. Non fosse che il pesce si mangia, e il cibo resta fabbisogno primario dell’essere umano, potremmo trovarli sotto la voce “pazzi” dell’enciclopedia del credere comune. Le tag non si mangiano; ecco perché siamo qui a parlarne e ad aprire dibattiti sociologici e di ordine pubblico sui dei ragazzi che scrivono i loro soprannomi dove capita. Immaginate se i tromboni docenti di sociologia/esperti di movimenti giovanili/psicologi/giornalisti locali e compagnia venissero a conoscenza della quantità di ore che i nostri grafomani eroi passano a preparare il momento dell’autografo a pressione. Ne catturerebbero un paio, affidandosi magari alla celebre e manzoniana squadra speciale antigraffiti del lago di Como, e ne vivisezionerebbero il cervello in uno speciale di Buona Domenica dal titolo: “Writer: freddi vandali calcolatori o malati di mente?” Svolgimento: adolescenti annoiati con una sfrenata passione per la rappresentazione di se stessi e una notevole capacità immaginativa e creativa. E un sacco di tempo da riempire fra una firma e l’altra. Nient'altro.

I writer che ho conosciuto io se ne sbattevano alquanto dei famosi codici del writing incisi sulla pietra sacra della cultura hip hop. Graffiti si graffiti no, monumenti si monumenti no, stile si stile no, evoluzione si evoluzione no; mai sentito fare questo tipo di discorsi. Birra, calcio, canne, discoteche, parchetti (tanti parchetti), scuola, disoccupazione, “tipe” (così i giovani chiamavano gli esseri umani di sesso femminile a cavallo fra il XX e il XXI secolo), scarpe da ginnastica. Erano questi gli argomenti che riempivano le lunghe attese mie e dei miei amici, e che facevano di noi delle persone comuni, mentre un esercito di autonominatisi soldati difensori della cultura di strada li additava come vandali/paninari/blasfemi in cerca di facile fama. Che un po’ è anche vero, ma qualcuno ci deve ancora spiegare cosa c’è di male. Io ho sempre vissuto questo “scazzo” (così i giovani chiamavano i litigi fra persone a cavallo fra il XX e il XXI secolo) fra writer ortodossi e i miei amichetti vandali con le palle, come un sottoinsieme di un più ampio scontro generazionale. Quando pensi di aver inventato una cosa, o di averla importata per primo nella tua nazione, ti dà oggettivamente fastidio che dopo qualche anno un ragazzetto se ne esca fuori con quella cosa, non fatta meglio per carità, ma diciamo più “efficace”. Allora punti i piedi e ti rifai a dei codici non scritti per additare il giovine eretico e bruciarlo sulla pubblica piazza. Dimenticando, però, che è l’irriverenza la forza del tuo credo; la rottura dei codici. Se a questi scontri “verticali”, aggiungiamo quelli “orizzontali” di ordinaria delimitazione del territorio, si arriva a capire bene che è dal dinamismo della competizione, che il writing ottiene gran parte della sua immortale energia. E come in tutte le situazioni, quando si inizia a parlarne troppo, l’energia cala. Questo ho sempre apprezzato dei miei amici con la bomboletta; una visione umile e operaia della propria passione. Fatti e non parole.

I writer che ho conosciuto io, sono tutte persone che, in un modo o nell’altro stanno riversando nel fiume della loro vita, consistenti surrogati di quei momenti. C’è chi ne ha tratto l’energia per fare l’artista a tempo pieno, chi ha messo la creatività al soldo del $oldo e c’è chi è rimasto se stesso e basta, ma che quell’esperienza ha reso un se stesso migliore. La loro personalità ne ha giovato così come il loro gusto, il loro sarcasmo e la loro originalità. Insomma, la loro firma li ha resi più riconoscibili nella vita. Qualsiasi essa sia. Obiettivo centrato.

I writer che ho conosciuto io firmano o firmavano: DUMBO, SHAMPO, PANDA, GEES, FICA, SPYCE, CLEPH, DANCE, RISK, ONEMAN, SNIPER. E in tantissimi altri modi che, per sintesi, non sto qui a elencare. Grazie a loro per il notevole arricchimento personale.

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