Minameis: parla Alberto Wag

Continua il blogging dell'esposizione sul writing milanese Mi name is di Triennale Bovisa, con le interviste realizzate per il catalogo in edizione limitata: seguono le riflessioni di Alberto, seconda metà dietro a Tribe Magazine con una passione insana per l'hip hop che lo ha portato a diventare produttore per la musica rap di Fly Cat (vedete il suo profilo Myspace oppure ascoltate il suo podcast su Gomma.tv).

Da tanti anni migliaia di writer, ma anche appassionati di hip hop, sono passati da Wag, il tuo negozio. Quando e come mai hai aperto Wag?

Ho aperto all’inizio del 1990 con lo scopo di dare spazio a questo tipo di look, per soddisfare le esigenze delle poche persone appassionate di quello che verrà poi chiamato streetwear. Prima di Wag, tra l’88 e il ’90 avevo un altro negozio, dove vendevo soprattutto calzature importate da Londra. Man mano che le richieste di accessori aumentavano, ho iniziato a portare i Kangol, i classici berretti a campana, tipo LL Cool J. Gli accessori erano davvero importanti, perché c’era voglia di assemblare “oggetti” per creare un proprio stile. Prima si era più creativi, perché non c’erano delle vere e proprie linee di abbigliamento.

Quindi si comunicava uno status anche attraverso l’abbigliamento?

Su tutti i libri che ripercorrono la storia dell’hip hop si parla prima di tutto dello “stile”. Lo stile era un elemento importante della cultura afro-americana. Già negli anni 70 il look era l’elemento che distingueva una cultura da un’altra. All’inizio predominava il look molto funk, diciamo quello più da pimp. Poi i ragazzi che dipingevano e ballavano per strada si riconoscevano di più nello sportswear. Gli americani, lo sportswear ce l’hanno nel DNA, infatti sono sempre molto ben vestiti casual. Le scarpe erano principalmente quelle da basket. I marchi più diffusi erano: Adidas e Puma. Poi, ripeto, erano gli accessori a fare la differenza. I cappelli erano Kangol; gli occhiali da sole erano particolari, poi c’erano gli accessori d’oro, che molti iniziavano a personalizzare: i nomi comparivano sulle fibbie.

Tu hai scoperto questa nuova cultura grazie ai tuoi viaggi. C’era una richiesta di questo tipo anche in Italia?

All’epoca c’era un unico club molto all’avanguardia ed era il Plastic, che tra l’83 e l’86 faceva hip hop, è stato un po’ il capostipite di questo genere in Italia. Al Plastic potevi incontrare Harring, che tra l’altro lì era di casa, Warhol, Basquiat e anche alcuni elementi importanti all’interno del writing, come Phase2, A-1. Inoltre al Plastic trovavi anche galleristi che apprezzavano già da allora l’arte dei graffiti, tipo Salvatore Ala. Comunque Londra è stata la fonte dei miei primi contatti con la realtà americana.

C’era un’attenzione particolare per il tuo negozio, che teneva un certo tipo di marchi, anzi all’epoca era quasi un negozio di nicchia.
Sì, era sicuramente un negozio di nicchia, anche perché le calzature che importavo nell’86-87 erano legate a fenomeni o sottoculture del periodo. Per cui la mia clientela era composta da rockabilly, mods, dark o skinhead. Come dicevo, frequentavo molto Londra, che è sempre stata molto ricettiva. Lì la gioventù non solo assorbe, ma propone anche. Lì ho trovato un sacco di spunti importanti per accrescere la mia passione. A Londra trovavo stimoli ed elementi che mi aiutavano ad allargare la mia conoscenza, dai libri ai dischi e in più incontravo anche la gente importante dell’hip hop. Questa mia conoscenza dell’hip hop l’ho importata grazie al mio primo negozio, che poi si è evoluto in quel centro multiforme che è Wag. Vendevo tantissime marche, che oggi forse non esistono più. Ho assemblato pezzi diversi creando un look che seguisse i canoni di questa cultura. Per questo ti dicevo che lo stile è il primo elemento dell’hip hop, perché si fonde molto con la break dance e l’MC.

Che tipo di rapporto hai con i molti ragazzi che passano per il negozio?
Il mio lavoro mi mette molto a contatto con il pubblico, quindi ho sviluppato capacità comunicativa, pazienza e calma. Con i giovani ho un buon rapporto, perché confrontandoti con loro ti rivedi com’eri, magari arrogante o umile o titubante. Alcuni vengono da me conoscendo la storia del negozio e gli capita di incontrare amici che sono figure leggendarie nell’hip hop e, magari sono imbarazzati. Ci sono anche i cazzoni e gli irrispettosi. In generale, però, devo dire che mi piace avere un rapporto con le nuove generazioni e io sono sempre pronto a diffondere la cultura in cui credo. A me piace anche la musica e il ballo, ma soprattutto ho un debole per l’arte visuale dell’hip hop. Il mio negozio riflette molto questa cosa. I muri trasudano arte. La gente viene da me anche per i graffiti sui muri. Molti di quelli che vengono da Wag crescono culturalmente e trovano un loro spazio nell’ambito dell’hip hop.

Parlavi del rapporto con la gente che è passata ed è cresciuta da Wag. Alcuni di loro sono diventati tuoi amici. Per te il lavoro non finisce quando chiudi il negozio?
Sì, e questo è l’aspetto più piacevole del mio lavoro. Ho intrecciato rapporti con persone di grandi capacità e grandi interessi e questo mi portato a condividerne le esperienze. Per esempio, con alcuni ragazzi conosciuti nel negozio abbiamo creato una rivista sul mondo dei graffiti, Tribe, che è stata leader all’epoca, un’etichetta discografica, linee di abbigliamento e anche mostre. Grazie al fatto che avevamo molto in comune e grazie anche alla nostra intraprendenza sono state create un sacco di attività. Tante hanno avuto anche vita lunga come Tribe, che è durato 10 anni.

Il tuo è un caso particolare, perché sei stato sempre molto in contatto con la gente. Di solito i marchi di streetwear non hanno uno stretto contatto col pubblico…
Hai ragione. Io ho potuto proporre una cultura di cui ho fatto parte. Nei 16 anni di attività questa cultura l’ho attraversata tutta. I marchi nuovi “si appropriano” di una cultura che non hanno vissuto e quindi non la possono raccontare, anche per via dell’età, ma ne sono comunque affascinati. Non puoi essere portavoce di una cultura che non conosci direttamente.

Dal negozio sono passati molti writer. Perché nel 2006 la gente scrive ancora di notte, dopo così tanti anni?
Io vedo la volontà di applicare le leggi non scritte del writing, di attraversare questa strada tra l’illegale e il legale, il vandalismo e l’estetica pura. L’evoluzione della comunicazione non ha fine, esisterà e troverà sempre un nuovo modo di esprimersi. Bisogna vedere a che cosa porterà questa evoluzione. Quello che vedo è che questo tipo d’arte è molto attiva, quindi sono propenso a pensare che non si spegnerà, ma, al contrario, si evolverà. La legalizzazione del writing è, secondo me, un ingabbiamento. Non esiste una soluzione che soddisfi le esigenze dei writer. Il writing è fine a se stesso e non deve essere fatto per gli altri. Credo che oggi alcuni writer abbiano più consapevolezza delle strategie del marketing e quindi si muovano in quella direzione.

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