Minameis: Airone, Media e graffiti media

Continua il blogging dell'esposizione Mi name is di Triennale Bovisa, con le interviste realizzate per il catalogo in edizione limitata. Ecco a voi le considerazioni di Air, writer della crew MNP e anima editoriale di Tribe Magazine, che pondera ormai da anni con cadenza quotidiana al sito Wildstylers.

Una delle cose che maggiormente disturba i writer della metà del globo è la perenne ignoranza dimostrata da giornalisti di ogni spessore e provenienza nei confronti delle più elementari notizie riguardanti il writing stesso. Dai primi anni ’70 ad oggi nulla sembra essere cambiato, qualsiasi tipo di media si presenti, vengono poste le solite fatidiche domande: “Come nasce questa cultura?”, “Cosa significano questi strani segni che dipingete?”, “È arte o vandalismo?”.

Se il primo compito di un giornalista è quello di informarsi prima di scrivere, probabilmente il writing, benché se ne parli quasi quotidianamente e faccia sempre comodo quando non c’è nulla di più interessante per suscitare lo sdegno degli onesti cittadini e riempire qualche colonna rimasta vuota, non è considerato un argomento sufficientemente serio da richiedere un approfondimento preventivo.

Eppure informarsi su cosa sia veramente il writing, oggi o 30 anni fa, non è poi così difficile: a partire dagli anni ’80 il numero di pubblicazioni specifiche sull’argomento è andato sempre più aumentando, a tal punto da diventare un fenomeno globale quanto il writing stesso. Stiamo parlando di decine di riviste pubblicate in ogni parte del mondo, libri (generici, monografici, biografici ecc), video, siti web e persino qualche prodotto in tiratura limitata per le tasche dei sostenitori/collezionisti più disponibili.

L'Italia in questo campo ha avuto un ruolo di primo piano. Sebbene la scena locale fosse molto meno evoluta, in ambito europeo, rispetto a nazioni quali Francia, Germania, Olanda o Inghilterra, l’Italia è stata la prima ha imporre una serie di pubblicazioni che sono circolate dalla Scandinavia alla California.
Erano i primi anni ’90 e in Europa l’obiettivo non era tanto vendere pubblicazioni, quanto creare network informativi capaci di documentare un fenomeno che stava iniziando ad esplodere in tutto il Vecchio Continente. Le pubblicazioni, quasi sempre in forma di fanzine rivolte ad altri writer, erano composte principalmente da materiale visivo (foto e disegni che aveva il fine dichiarato di mostrare le forme più evolute dell’arte, affinché tutti potessero ispirarsi alle produzioni che i singoli “editori” ritenevano maggiormente degne di nota. Questo genere di “start up” creò anche un modello di pubblicazioni del tutto peculiare legato al writing: le riviste autocelebrative.

Il writing è un fenomeno largamente legato all’egocentrismo e alla megalomania dei singoli attori e dei gruppi di cui fanno parte. Non deve dunque stupire se ancora oggi esistono pubblicazioni il cui unico scopo è quello di propagandare certi writer piuttosto che altri, soggetti che molto spesso hanno visioni antitetiche circa “ciò che DEVE o NON DEVE essere il writing”.

Ogni nazione possiede un certo numero di writer che sono i pionieri di quest’arte e le cui sorti e meriti, a causa di un’informazione immatura e partigiana, sono stati dimenticati. Non fanno eccezioni gli Stati Uniti, le cui due maggiori pubblicazioni degli anni ’80, i libri Subway Art e Spraycan Art, insieme al celebre video Style Wars, sono prive di un’attenta disanima storica, esattamente come le molto posteriori pubblicazioni europee.

In Italia la storia dei media dedicati al writing nasce nel 1991. Vengono pubblicate fanzine (giornali autoprodotti) che avranno enormi ripercussioni sullo sviluppo del fenomeno a livello locale e anche nazionale, stiamo parlando di AL (Aelle), Tribe, Trap, Pzyko. La loro nascita avvenne a pochi mesi di distanza l’una dall’altra: erano anni ricchi di iniziative e queste non furono certo le uniche, ma quelle che qui ci piace ricordare.

AL, con le classiche fotocopie in bianco e nero, fu la prima a vedere la luce e nel corso degli anni ’90 divenne una rivista vera e propria con tanto di regolari uscite in edicola. Il target di AL era l’intero territorio nazionale, anche se all’inizio molto del materiale proveniva da Milano, la città più feconda in materia di street art.

Le altre tre riviste hanno quasi sempre ruotato intorno alla scena milanese, da cui avevano avuto origine. Tribe è stata la fanzine più longeva e la prima in Europa ad essere stampata, già dal terzo numero, in offset. Un passaggio che costrinse ben presto anche tutti gli altri ad adottare criteri di stampa più evoluti e migliori tecniche distributive. Fu così che da semplici fanzine si trasformarono in riviste underground con una diffusione simile a quella delle riviste tradizionali e, spesso, con una qualità migliore. Gli ultimi numeri, bilingui, di Tribe ebbero una tiratura di circa 6000 copie a numero e furono distribuiti in tutta Europa, negli USA, raggiungendo persino l’Australia.
Considerata l’epoca, non male per una fanzine di contenuto così specifico, che per di più veicolava solo materiale italiano.

Dalla fine degli anni ’90 il writing propone una gran quantità di materiale mediatico, prodotto e confezionato con standard qualitativi incredibilmente elevati. Potremmo dire che, se lo stile è il punto focale intorno a cui ruota il writing, le odierne pubblicazioni sull’argomento seguono gli stessi identici criteri. Queste riviste non solo sono stampate lussuosamente, ma sia la grafica che i contenuti sono stati ampiamente copiati e riproposti da media molto più ricchi ed importanti. I video sembrano fatti, anzi sono fatti, da veri e propri filmaker professionisti. Alcuni siti web di writing possiedono grafiche e tecnologie che fanno impallidire quelli realizzati a suon di parcelle colme di zeri dalle grandi agenzie multimedia. Questo perché negli ultimi 30 anni non solo il writing è cresciuto, quantitativamente e qualitativamente, ma anche perché molti esponenti delle ultime generazioni sono diventati ricercati graphic designer, artisti multimediali, fotografi, scenografi, stilisti, critici, galleristi ecc, che hanno saputo trasferire naturalmente nelle loro professioni una serie di nozioni apprese per la strada durante il loro duro, ma creativo, apprendistato di writer.

Se il futuro appare oggi sempre più denso di incognite, a causa di una globalizzazione che obbliga tutti, artisti compresi, a ricoprire nuovi ruoli sociali o a ripensare quelli vecchi, il fatto non rappresenta un grande problema per un writer: un writer, infatti, è da sempre abituato a convivere con le incognite, a tenere gli occhi aperti e a vedere ciò che il resto della gente sembra non vedere.
Un writer è in grado di captare le tendenze e gli umori sotterranei delle metropoli, metabolizzarli e poi riproporli in forme totalmente inedite e suggestive. Da questo impareggiabile e fertile terreno creativo non possiamo che aspettarci in futuro sempre nuove idee ed evoluzioni. E certamente i media saranno i primi ad impadronirsene, in un modo o nell’altro.

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