Italia Design_kit di Filippo Mambretti

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Italia: Design_kit è un'iniziativa di designerblog, una serie di interviste, che si propone di creare una geografia del panorama del giovane design italiano, evidenziando quali sono le icone di riferimento della nuova generazione e le direzioni intraprese dalla nuova creatività. Il bello di questa mappa è che si autogenera ogni volta che un intervistato suggerisce il nome del suo successore.

L’ospite di oggi è l'Industrial, Interior e Graphic designer Filippo Mambretti, invitato da https://www.designerblog.it/post/4663/italia-design_kit-di-valentina-sedda/.

Descrivi chi sei, cosa fai e come ti piace farlo.
Ciao! Sono Filippo Mambretti, ho 27 anni e mi occupo di design, grafica e comunicazione. Nel 2006 ho iniziato a mostrare i miei progetti sul mio sito personale, nel 2008 ho fondato, insieme a Roberto Proserpio e Sara Pontiggia, Makistyle, un sito dove ci occupiamo di intraprendere una rivalorizzazione del concetto di design e designer attraverso nuovi oggetti di design e la ricerca di nuovi stimoli comunicativi. Dal 2007 collaboro con lo studio svizzero SpheraDesign e dal 2008 ho anche il piacere di cooperare con la Csia di Lugano e con il Politecnico di Milano. Mi piace avere una visione del mondo e delle cose assolutamente personale, non amo vedere attraverso gli occhi di altri, perciò cerco sempre di elaborare un mio punto di vista. Questo mi aiuta a mantenere uno spirito critico non influenzato e per quanto possibile oggettivo. Mi diverte cogliere suggestioni personali e progettuali in tutto ciò che vedo e che mi circonda.

Parlaci di un’esperienza che ha influenzato in modo particolare lo stile e l’anima del tuo lavoro.
Un individuo è frutto di una miscela di vari fattori esterni che influenzano la sua vita, la sua maturazione e la sua evoluzione. Quindi lo stile particolare che i designer creano e fanno proprio è dato da contaminazioni sociali, culturali, artistiche, ecc. Se rifletto sulle esperienze che hanno influenzato il mio lavoro e il mio essere progettista, penso alle diverse persone che ho avuto il piacere di incrociare sulla mia strada in questi anni. Ma la prima e fondamentale esperienza, che è alla base dell’anima stessa dei miei progetti, è un incontro, purtroppo unico, che riscopro nella mia memoria, quando, ancora studente di liceo, incontrai durante una visita al Clac di Cantù, Bruno Munari. Questo momento aprì nella mia mente delle stanze che sino ad allora erano rimaste chiuse. Il mio essere adolescente, che vedeva il suo futuro come qualcosa di indefinito ma assolutamente fantastico ed altrettanto immaginario, incompreso e non idealizzato da genitori, professori ed adulti in genere, si scontrò con una persona nettamente differente dalle altre che la circondavano. Munari me lo ricordo come un individuo privo di età, sembrava quasi un bambino che, giocando, si fosse travestito da adulto, la sua gestualità e il suo tono di voce invogliavano alla scoperta, intrigavano e seducevano. E’ a lui che devo la scoperta di questo fantastico universo che è il design, capace di donare poesia a qualsiasi cosa ci circondi, che cerca e trova suggestioni in ogni attimo della nostra vita. Durante gli anni passati al Politecnico di Milano ho avuto la fortuna di conosce due docenti, Roberto Boni e Francesco Zurlo, che hanno influito molto sulla mia formazione, sul il mio approccio e sulla mia etica progettuale e professionale. Grazie a loro ho capito che ogni progetto ed ogni idea non sono frutto di un semplice istinto progettuale, che pur esiste e fortemente contamina ogni lavoro, ma ogni nostra visione è frutto di una miscela di buon gusto, ricerca, tecnica e cultura progettuale e generale. Durante l’ultimo anno di Politecnico, che ha coinciso con il mio primo anno professionalmente attivo, ho avuto il piacere di collaborare e osservare il genio e la sapienza creativa di diversi designer e architetti come Italo Rota, Francesco Murano e Davor Popovic, che mi hanno donato differenti imput progettuali nonché contrastanti tra loro, ma che cooperano tutti a formare il traguardo progettuale che a me è più caro, l’innovazione.

Presentaci il tuo progetto più interessante, quello a cui tieni di più, quello che più ti rappresenta.
Il progetto a cui tengo maggiormente è la collezione Chairade, studiata con l’aiuto dell’azienda OrsaFoam. Con questo progetto volevo riuscire a riprodurre un corpo vivo, piacevole al tatto, all’abbraccio, morbido, ma sicuro, spiazzante, ma che non intimorisse l’utente. La serie è giocata su un calibrato utilizzo di materiali, proporzioni di spessori, linee rette e curve, punti d’appoggio. Chairade è caratterizzata da un’accentuata capacità di deformazione morfologica. Diverse tipologie di Waterlily con densità differenti rendono la seduta accogliente e confortevole. Le proprietà dello schiumato viscoelastico creano una modellazione strutturale che si conforma alle caratteristiche fisiche dell’utente, mentre una lastra in polietilene termoformato consente la portanza strutturale necessaria ad un corretto uso della seduta senza il rischio di cedimenti. Questo progetto ha occupato un intero anno nel quale ho intrapreso uno ricerca a 360° sugli schiumati per l’arredo, studiandone dalle particolarità chimiche e fisiche alle percezioni emozionali.

Progetti per il futuro.
Spero che nel futuro io possa sviluppare prodotti con la medesima libertà progettuale che per ora riesco a mantenere, mi auguro di riuscire a creare progetti che affascinino e trasmettano emozioni e sensazioni, spero di riuscire a far capire a chiunque che il design non si occupa semplicemente di dare un’estetica o una funzionalità, ma dona ad un prodotto una poesia e un’anima. Per il futuro io sogno che in Italia si formi un nuovo e compatto gruppo di designers uniti da forti valori e intenti comuni che, partendo da un bagaglio storico formato dai grandissimi nomi del passato, riescano a scrive una nuova pagina del design italiano, rilanciando il vero e concreto design made in Italy. Per fare in modo che questo avvenga, sogno che le aziende italiane di settore inizino finalmente a puntare sui giovani designers italiani.

Qual'è il tuo ‘superpotere’ per far fronte ai momenti di difficoltà.
I miei momenti di difficoltà coincidono regolarmente con i momenti di maggior fermento creativo, penso che immaginare un mondo possibile e nuovo sia un modo di superare le difficoltà concrete, trovando nella nostra mente delle soluzioni ai problemi che si presentano. Adoro passare qualche giorno con delle persone a me molto care rilassandomi completamente e staccando la spina, pensando ai ricordi felici che ci accomunano e cercando di vivere ogni momento assieme come qualcosa di unico e perciò preziosissimo.

Raccontaci per quale icona del design faresti follie.
Mi piacerebbe possedere la semplicità progettuale di Munari e giocare a pranzo con le “forchette parlanti”. Vorrei potermi vantare di avere la visione del futuro di Joe Colombo e sedermi tutte le sere su una “Elda Armchair”. Sogno di diventare un designer universale come Gio Ponti e progettare un prodotto assoluto come la “Superleggera”. Adoro le visioni di Panton e mi piacerebbe aprire una porta nascosta in casa mia per scoprire un universo come “Visiona II”. Apprezzo la svolta che fu il movimento Radicale nel mondo dell’architettura e del design e mi piacerebbe poter abbracciare “cactus” di Drocco e Mello, per poi lasciarmi cadere su un “pratone” di Ceretti, Derossi e Rosso.

Quale consiglio daresti ad un giovane designer alle prime armi.
Di progettare sempre con etica, di lasciarsi affascinare dalla “bellezza” e di non porre mai leggi alla propria fantasia, di mettere in preventivo che dovrà sacrificare molto per poter ottenere anche poco.

Who’s next?
Il designer di oggi ha scelto per noi l’ospite misterioso della prossima intervista. Prossimamente su designerblog.

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