Italia Design_kit di Maurizio Santucci in arte Bombo

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Italia: Design_kit è un'iniziativa di designerblog, una serie di interviste, che si propone di creare una geografia del panorama del giovane design italiano, evidenziando quali sono le icone di riferimento della nuova generazione e le direzioni intraprese dalla nuova creatività. Il bello di questa mappa è che si autogenera ogni volta che un intervistato suggerisce il nome del suo successore.

L’ospite di oggi è l'illustratore Maurizio Santucci in arte Bombo di Lucca.

Descrivi chi sei, cosa fai e come ti piace farlo.
Sono Maurizio Santucci e sono un illustratore; firmo, non sempre, i miei lavori come Bombo! O con una B! oppure con “Maurizio Santucci”… Ho evidenti problemi d’identità. Qualcuno mi ha anche accreditato come Bomboland, probabilmente anche gli altri hanno problemi con la mia identità. Passo le mie giornate a disegnare. In teoria il mio lavoro sarebbe quello dell’illustratore ma non so bene quando e come da passione (come è sempre stata, quella di disegnare intendo) si trasforma in lavoro. Forse quando vengo pagato per farlo? Mi piace farlo da seduto e da solo. Per disegnare mi occorre a volte silenzio o musica e totale isolamento. Alla lunga sento però il peso di questa solitudine e per ovviare all’isolamento mi accontento di internet per mantenere i contatti di lavoro e con i colleghi. Quindi, ricapitolando, mi piace farlo seduto, con un telefono e un computer vicino. Ho anche un piatto per i vinili vicino a me. Tanto per darmi un tono.

Parlaci di un’esperienza che ha influenzato in modo particolare lo stile e l’anima del tuo lavoro.
La prima esperienza importante è stata sicuramente l’aver frequentato l’ISIA di Firenze. Vivere in un ambiente strettamente legato 24 ore su 24 alla progettazione, aldilà del metodo che questo tipo di scuole ti insegnano che per me è stato validissimo, lo stare a contatto con persone che parlavano e si interessavano al disegno è stato fondamentale. Anche l’amicizia con Francesco e quella con Nicola sono state importanti. La prima per l’entusiasmo e il rispetto verso il disegno e la seconda per le idee e lo slancio geniale. La seconda, a strada già presa, è stato frequentare un workshop diretto da Francesca Ghermandi; da questa disegnatrice ho imparato a guardare il lavoro dei “maestri”, a dare più importanza alla fase iniziale del lavoro e ho anche appreso che camminando per strada forse conviene sempre fare un passo in più per vedere cosa c’è dietro l’angolo. Poi mi vengono spesso in mente le brevissime chiacchiere fatte con Giacomo Nanni, le lunghe giornate passate con Gianluca Folì, o con Hannes Pasqualini. Tutto sommato ogni volta che tolgo il culo da questa sedia, questa davanti al monitor, è sempre un’esperienza importante che mi fa prendere di nuovo le misure con il mio lavoro. Dimenticavo, anche l’esperienza di vivere con una persona che lavora nell’ambiente è importante. Rasenta la follia e l’ossessione ma è importante.

Presentaci il tuo progetto più interessante, quello a cui tieni di più, quello che più ti rappresenta.
Sono ipercritico nei confronti del mio lavoro quindi è difficile parlare di un progetto passato che mi sta a cuore. Avrei preferito un’altra domanda ma ci provo ugualmente. Mi sta a cuore Milk gone Bad perché mi ha dato la possibilità di lavorare con persone che rispetto e stimo, inoltre con questo lavoro mi sono potuto misurare con un’applicazione dell’illustrazione per me impensabile. Il progetto è sempre giovane ma ci ha fatto viaggiare con la mente e fisicamente, siamo stati selezionati nel maggio 2008 per partecipare al Designboom Mart all’ ICFF di New York. Ho preso l’aereo per la prima volta nella vita! Poi mi sta a cuore anche l’aver illustrato un breve racconto scritto da Diego Fontana, Il gelataio dei ricordi edito da Schiaffo edizioni, per il quale ho cambiato completamente l’approccio al lavoro. Ho disegnato prima i ricordi e le immagini evocate dal racconto, sono andato a ruota libera a volte descrivendo anche quello che non c’era nel racconto ma che sentivo che stava per accadere in secondo piano. Quasi tutti questi disegni li ho realizzati con dei timbri di gomma che ho inciso a mano. Alla fine ho messo tutto sul tavolo costruendo delle visioni del racconto. Ho disegnato una quantità impressionante di cose che poi non ho nemmeno utilizzato. E’ stato come se i disegni fossero gli attori che partecipano ad un casting: ci piaci, entra, non ci piaci, le faremo sapere! Ogni tanto penso ai disegni che ho scartato e che probabilmente non troveranno mai un impiego in altre illustrazioni. Poveri. In questo lavoro è stato importante anche l’aver realizzato in seguito gli stessi disegni ma con una tecnica diversa: il collage. Questa tecnica me la sto portando dietro e la utilizzo dove il disegno mi dice che ha un senso farlo. Il collage, nel modo in cui lo interpreto, legato al mio stile, non ha limiti ed è per questo che mi interessa; cerco di trasformarlo in una sorta di bassorilievo e questo mi da la possibilità di giocare anche con le luci e con atmosfere particolari. Il mio stile spesso non mi permette di lavorare con la luce, la mia forma mentale sembra fatta a due dimensioni, piatta, senza luci o ombre, solo forme. Però la mia prerogativa è quella di sondare tutte le strade possibili. Il metodo che utilizzo è complesso e molto più lento, ovvero: prima penso al senso e a quello che 'voglio/devo dire' con la mia illustrazione, disegno molti bozzetti per arrivare all’illustrazione definitiva. Prima del collage si fermava tutto qua, invece adesso stampo o ricostruisco con carte colorate la suddetta illustrazione definitiva per poi tagliarla e ricostruirla di nuovo in questo “bassorilievo”. Ma non è finita: fotografo il collage e spesso, molto spesso, modifico di nuovo colori e luci con l’amico Photoshop. A volte mi stupisco di come perdo il controllo rispetto all’idea iniziale. Durante questo processo cambio strada molte volte, sposto, taglio, bestemmio, aggiungo per arrivare al modo giusto per dire quello che devo dire. Tutto questo perché trovo sempre più sensato aver rispetto per i miei disegni e per chi li deve guardare. Non mi piace il vestito dell’improvvisazione se me lo immagino addosso, preferisco lavorare sull’immagine finché non sento che è pronta. Anche dovesse essere il disegno di una sola linea, voglio che sia la MIA linea. Poi insomma, stiamo parlando di lavoro, di sudore e non voglio arrivare in fondo al progetto e dire: oh mio dio potevo fare di più. In verità finisce che lo dico tutte le volte. L’ho già detto che sono ipercritico no?

Progetti per il futuro o sogni nel cassetto.

Nell’immediato futuro, cioè nei prossimi giorni inizierò la lavorazione di un libro completamente incentrato sul collage. Sarà una collaborazione, è sempre presto per raccontarla tutta fino in fondo. Il sogno più importante che ho nel cassetto è quello di ritrovare intorno a me quello che non riesco più a sentire ne a vedere. Intorno non c’è entusiasmo e nemmeno interesse sincero per il mio/vostro lavoro. Vorrei che anche qui in provincia dove abito e in Italia, fosse possibile lavorare e vivere senza doverlo fare per forza alle spalle di altri o sulla pelle degli altri. Vorrei non essere massacrato dalle tasse, vorrei poter raccontare e non dover sempre spiegare cosa significa “faccio l’illustratore”. Il nostro paese ha miseramente perso la fiducia nelle proprie capacità e credo si stia nascondendo dietro se stesso, è diventato troppo importante il dover proiettare la propria immagine, tanto più importante che averne una vera. Momenti tristi per tutti all’orizzonte, ma ne usciremo!

Qual'è il tuo ‘superpotere’ per far fronte ai momenti di difficoltà.
Se parliamo di momenti di difficoltà economica, telefono a mia madre chiamandola Mamma, altrimenti la chiamo con il suo nome. Mentre per i momenti di difficoltà legati al lavoro non ho nessun superpotere. Mi danno, maledico chiunque mi passi vicino, smetto di fare, annuncio al mondo che cambio lavoro, sbatto la testa nel muro… poi passano le ore e tutto svanisce. A volte funziona anche uscire e pensare ad altro. Mi piace andare a pesca, ma non serve a niente. Andare una decina di giorni a New York mi è servito un po', peccato non poter ripetere più spesso questo tipo di terapia.

Raccontaci per quale icona del design faresti follie.
Dirò la verità: non voglio fare grandi follie, mi piacciono i libri e i dischi però non credo siano spese folli. Comunque vorrei poter comprare più libri di Saul Steinberg o di Jim Flora se si parla dei grandi. Poi ci sono ancora così tanti fumetti che non ho ancora letto…

Quale consiglio daresti ad un giovane designer alle prime armi.
Io sono un giovane designer! Sono solo 3 anni che faccio questo lavoro e per adesso mi sento sempre alle prime armi. Come posso dare consigli? Oddio forse questa cosa è un consiglio: sentirsi sempre alle prime armi, potrebbe funzionare. Divertirsi e avere passione per il disegno ma soprattutto approfondire e non rimanere mai in superficie. Credo sia molto importante anche non perdere coraggio quando, all’inizio, lavori molto ma il frigorifero rimane vuoto.

Who’s next?
Il designer di oggi ha scelto per noi l’ospite misterioso della prossima intervista. Prossimamente su designerblog.

Italia Design_kit di Maurizio Santucci aka Bombo
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