The italian job.

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Print di questo mese, da qualche giorno arrivato qui allo studio, dedica un intero articolo al graphic design italiano. Il titolo è eloquente: "The italian job". Solito luogo comune? Sì, con qualcosa in più. Sottotitolo: "Change. Hope. No, it's not a campaign slogan - it's optimism for the future of italian graphic design. Yes they can? Maybe".
E questo è solo l'inizio. Anzi non ancora l'inizio, perché Benjamin Sutherland (autore dell'articolo, che ha avuto un'esperienza presso Fabrica) esordisce parlando di Oliviero Toscani e del suo antico logo disegnato per Panorama "italian supermarket chain".
Voglio dire, va bene parlare di Toscani come "one of the country's biggest name in visual communications" ma ci saranno in Italia degli esempi migliori da cui partire? Pare di no. E lo dice lo stesso Benjamin, che il logo in questione riflette appieno il decadente stato del graphic design italiano. E non ha torto. Nemmeno quando non crede sia possibile una situazione così strana quando il design italiano detta legge in tutto il mondo se si parla invece di moda, di automobili. La spiegazione gliela (ce la) da Enza Morello (St.Francis): "Graphic designers in Italy aren't paid well..." e poi continua dicendo le solite cose, che la burocrazia contribuisce al senso di apatia generale, che ai giovani designers sono chiuse tutte le porte, che la cultura e bla bla bla...
Insomma a parte qualche sporadica/interessante considerazione, l'articolo in oggetto è stracolmo di luoghi comuni e del solito sport preferito dagli italiani: piangersi addosso.
Diciamo che i designer intervistati hanno ragione da vendere, lo stato di fatto è palese; è fin troppo evidente che qualcosa non va. Ma non è anacronistico e stupido cercare sempre delle "colpe" esterne? Tirare in ballo i soliti luoghi comuni è diventato di per sé un luogo comune. Insostenibile. E poi è fin troppo facile per chi è arrivato, per chi ha uno studio e un nome affermato, dire che non ci sono spazi per i giovani, che la politica, le scuole, l'università... Conosco molti giovani di talento, qui in Italia (e molti tra i miei studenti dell'ISD, che oggi hanno anche gli esami: in bocca al lupo) che hanno difficoltà enormi ad inserirsi. Ad inserirsi proprio negli studi o nelle agenzie di questi pseudo-guru che lamentano poco spazio per i giovani.
In questo settore, c'è un muro altissimo all'entrata. L'entrata è sbarrata dall'interno, porte blindate e gomiti ad altezza d'uomo. E' normale che i giovani non trovino spazio; non è normale invece che chi può loro dare una chance li irride e mortifica con interventi del genere.
In questa situazione (e per mille altri motivi da approfondire, come ad esempio la mancanza di coraggio degli imprenditori in genere) è normale che il graphic design italiano (ma tutta la comunicazione in genere, come dice Ivan Iraszl:) "has become the butt of European artdirector jokes: If there is an ad that doesnt look good, thay say it looks like it came from Italy".
Chiudo con una botta di speranza che lo stesso Benjamin cerca di infondere nell'articolo: "As Turin gains a new design-world honor, there’s hope for change". Speriamo bene (speriamo?).

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