Teach me 3: Oggetti di scena di Giovanni Anceschi

Da designer sì ma da designer della comunicazione - gli oggetti e il loro possesso non mi sono mai interessati moltissimo.
Apprezzo e considero benemeriti della cultura i più forsennati collezionisti (vedi Benjamin che celebra Edward Fuchs il collezionista e lo storico), in quanto cultori di un vantaggioso malinteso: conservando oggetti hanno conservato ben altro.
D'altra parte io sono anche contro ogni Vague anti-materia. In altre parole gli oggetti - intesi in generale come discontinuità persistenti - e soprattutto gli oggetti prodotti (quelli che noi parrucconi chiamiamo gli artefatti), ci sono e come, basta pensare a una qualsiasi discarica di rifiuti, ma io sono interessato ad essi come entità relazionali, in quanto appunto materializzano ciò che succede fra le persone, o ciò che succede alle persone con se stesse. E penso al mio amore per le mie ciabatte lise fruste importabili...
La metafora più giusta per me e per la mia fissazione per la "registica" è quella di "oggetti di scena". Secondo me gli oggetti ci sono solo per quello che fanno. Li sento cioè come qualcosa che serve a rendere possibile quella straordinaria sfaccettata e compatta, ricca e sobria, articolata e costitutiva, sensata e sensuale, irrazionale e policroma, fluida e catastrofica performance che è la vita.
Da Giovanni Anceschi

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