Dallo spazio alla Terra e ritorno. Architecture and Vision - II



Dopo la presentazione di ieri, ecco la prima parte dell'intervista effettuata da Maddalena Dalla Mura allo studio di progettazione Architecture and vision.

Come definirvi? “Architetti e designer spaziali”?

Arturo Vittori: «A livello professionale non esiste ancora la figura di architetto spaziale, e comunque la realizzazione di moduli abitati non è attualmente molto sviluppata; si tratta di progetti di ricerca per programmi futuri e il coinvolgimento di architetti e designer è piuttosto limitato.
Anche se questo non è l’unico ambito in cui lavoriamo, è vero che condividiamo una grande passione per l’esplorazione in genere e in particolare per ambienti “nuovi” o poco conosciuti, terrestri o meno.

Sicuramente lo spazio è al primo posto dei nostri interessi. Per quanto la situazione sia mutata rispetto a un tempo, non sono numerose le realtà al mondo che si occupano di questo settore; basti pensare al coinvolgimento europeo, con la costituzione di un agenzia spaziale – l’ESA [Agenzia spaziale europea] – che risale a solo trent’anni fa. Naturalmente più rilevante è il background russo e quello americano, sia per i voli spaziali abitati sia per la permanenza dell’uomo fuori dall’atmosfera terrestre.

Per quel che ci riguarda, entrambi abbiamo avuto la possibilità di sviluppare in passato progetti con il supporto della NASA e di sperimentare i voli a gravità zero. Personalmente, ho anche potuto seguire da vicino l’attività spaziale di mio fratello Roberto, astronauta ESA, e quindi apprendere direttamente grazie alla sua esperienza. Comunque la nostra è una formazione sempre in corso; cerchiamo di arricchirci costantemente attraverso esperienze diverse, multidisciplinari...»

Il vostro portfolio si è arricchito di consulenze e progetti in ambiti diversi – dall’urban design alle cabine per voli di linea. Quanto influisce la ricerca progettuale svolta per il settore aerospaziale nel complesso del vostro lavoro?

Arturo Vittori: «La nostra sensibilità e il nostro approccio indubbiamente devono molto all’esperienza per la progettazione spaziale, perché quando devi progettare per ambienti non terrestri, “altri”, il problema delle risorse disponibili è essenziale, non puoi evitarlo.
Progettare per lo spazio, che è un ambiente estremo, non significa tanto fare sfoggio di tecnologie, è piuttosto un lavoro sofisticato per cercare di risolvere con scelte e operazioni di dettaglio, a volte minime, grandi problemi, mettendo a frutto ciò che è disponibile; è un lavoro di economia progettuale, i cui valori sono rappresentati dalla leggerezza, dalla riduzione dell’ingombro.

Si tratta inoltre di tenere conto delle risorse disponibili e della loro corretta gestione e valorizzazione. È un approccio “sostenibile”, una sensibilità che dovrebbe essere la norma anche sulla Terra. È questa l’idea che guida il nostro lavoro. Per esempio, a tutt’oggi, nello spazio il sistema più economico per produrre energia prevede l’uso di quella proveniente dal sole: così avviene per la Stazione Spaziale Internazionale. Possiamo allora pensare al nostro pianeta come a una base spaziale.

La Terra è un sistema chiuso che costituisce la condizione e la garanzia per la vita al suo interno; non vi entra nulla, a eccezione dell’energia solare. Dunque quella che nello spazio è una condizione estrema e senza alternative può, o dovrebbe, diventare il riferimento anche sulla Terra. Pensiamo al fotovoltaico e ai sistemi di ricircolo e purificazione dell’acqua... Le tecnologie ci sono e avremmo dovuto impiegarle già da tempo su larga scala, cosa che avrebbe anche permesso il loro ulteriore sviluppato...»

Quindi il trasferimento tecnologico dallo spazio alla Terra?

Andreas Vogler: «Certo, e viceversa. Intendiamoci, non sto dicendo che sia eccezionale. Già avviene ma in misura molto limitata rispetto alle potenzialità. E in generale, al di là di singole applicazioni innovative, si tratta anche di “trasferire” un approccio, una mentalità progettuale: utilizzare la ricerca e la tecnologia per mettere a frutto le risorse disponili e in particolare rinnovabili, sulla Terra come nello spazio.»



È quello che avete fatto con DesertSeal, che sfrutta le condizioni climatiche locali e applica anche materiali sviluppati per la ricerca aerospaziale? Com’è nato il progetto?

Andreas Vogler: «“DesertSeal” è nato a partire da uno studio sugli habitat per ambienti estremi, in climi caldi e freddi, da noi proposto all’ESA, che lo ha finanziato. Fra i vari concept emersi c’era appunto quello di una tenda per aree desertiche, che successivamente noi abbiamo sviluppato autonomamente.

Tenendo conto di considerazioni aerodinamiche – per il vento forte – ed ergonomiche, e al fine di sfruttare il gradiente termico caratteristico di queste zone [per il quale di giorno l’aria si raffresca quanto più è distante dal suolo, mentre la notte l’effetto si inverte], abbiamo sviluppato la forma complessiva che consente anche l’ingresso in piedi. La tenda è ripiegabile, facilmente trasportabile e gonfiabile mediante una comune pompa a piede. Un ventilatore elettrico è collocato in cima per convogliare aria fresca all’interno ed è alimentato grazie al pannello fotovoltaico flessibile all’esterno.

Si tratta di un pannello che può essere ripiegato, abbastanza comune – in certe nazioni si trova facilmente in commercio [si veda per esempio qui]. Il tessuto argentato riflettente, invece, è come quello usato fin dagli anni settanta per proteggere i dispositivi spaziali dall’irraggiamento solare; impedisce quindi al calore di raggiungere l’interno della tenda.

Il nostro obiettivo futuro è sviluppare un modello con un tessuto che integri in sé la tecnologia fotovoltaica. Comunque “DesertSeal” è per noi soprattutto la dimostrazione di come si possano applicare determinate tecnologie e sfruttare le risorse rinnovabili disponibili in situ. Certo potrebbe essere un progetto utile da sviluppare come rifugio e protezione anche in caso di emergenze e calamità. Del resto proprio questo era uno dei temi della mostra “Safe: design takes on risk”.»



Parliamo di MoonBaseTwo. Il vostro intervento in che cosa è consistito? Si inserisce in un programma più ampio?

Arturo Vittori: «Questo progetto di ricerca parte da un concept che avevo avviato durante gli studi, presso la Facoltà di Architettura di Firenze, e che avevo in seguito sviluppato, presentandolo al “1st Space Architecture Symposium” a Houston, Texas, nel 2002. Per noi progetti per lo spazio come questo sono, naturalmente, progetti di ricerca, senza sbocchi concreti nell’immediato. Stati Uniti e Russia sono gli unici paesi che abbiano effettivamente attivato un programma per la realizzazione di unità di trasporto e abitabili per l’esplorazione spaziale. Per quanto riguarda l’Europa – è qui che vorremmo impegnarci noi – non c’è ancora nulla di comparabile. Ma, anche se non si tratta di progetti “commissionati”, non significa che si tratti di operazioni “estetiche” o solo formali, anzi. “MoonBaseTwo” è studiata nel dettaglio per inserirsi all’interno del programma Constellation della NASA e tiene conto di alcuni precisi filoni di ricerca scientifica e tecnologica. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con gli ingegneri di ThalesAlenia – Maria Antonietta Perino, Massimiliano Bottacini –, azienda europea leader nel settore aerospaziale. Nel 2007 abbiamo così realizzato un primo modello che è stato acquistato dal Museum of Science and Industry di Chicago , che lo espone nella sezione dell’Henry Crown Space Center, e poi un altro che è attualmente esposto alla Cité de l’espacea Tolosa.».

Potete descriverla in breve?

Andreas Vogler: «Il modulo principale – nel progetto ne sono previsti quattro – consiste di un laboratorio gonfiabile progettato per essere trasportato all’interno di un’unità cilindrica con il vettore spaziale Ares V, non essendo più previsto l’utilizzo dello Space Shuttle, che dovrebbe essere dismesso entro il 2010. Dopo l’atterraggio la stazione viene messa in posizione mediante una specie di gru, quindi inizia la fase di apertura del modulo e installazione automatica.

Sono previsti tre strati di protezione/involucro, il più esterno dei quali è costituito di sacchi riempiti di regolite, nome tecnico della polvere lunare, fino a raggiungere uno spessore di circa 2 metri, che assicura protezione nei confronti dell’ambiente esterno, particolarmente ostile. Sulla Luna infatti si è esposti ad altissime radiazioni solari, non filtrate come invece avviene sulla Terra grazie all’atmosfera. Ci sono inoltre forti sbalzi di temperatura fra luce/ombra – dai +100 ai –170°C circa – e piogge di micrometeoriti.

Terminata la fase di configurazione, che richiede un certo periodo di tempo, la base è pronta per accogliere gli astronauti, fino a 4 persone per 6 mesi. Naturalmente il progetto non trascura gli interni, che anzi rappresentano una sfida interessante, per integrare al meglio spazi ridotti, funzionalità e aspetti di interazione sociale e psicologici.

È prevista una ripartizione fra spazi comuni e spazi privati per l’equipaggio nella parte superiore; l’utilizzo di forme morbide e l’applicazione di particolari tecnologie – come i LED che cambiano tonalità per simulare il trascorrere delle giornate terrestri – sono inoltre pensati per rendere più confortevole e vivibile l’habitat anche per permanenze prolungate.»

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