Dallo spazio alla Terra e ritorno. Architecture and Vision - I




Riceviamo e volentieri pubblichiamo una bella intervista allo studio Architecture and Vision, un team che sviluppa progetti di architettura e design aerospaziale particolarmente interessanti.
Ringraziamo Fabrizio che ci ha gentilmente mandato tutto il materiale e Maddalena Dalla Mura, autrice dell’intervista che verrà pubblicata nei prossimi post e del pezzo di presentazione dello studio che comincia dopo il continua.

Per misurare quali siano lo stato e le potenzialità della progettazione contemporanea conviene a volte guardare ciò che è apparentemente lontano, per capire come tutto sia invece molto vicino. Per comprendere che, come notava ancora nel 1984 Ezio Manzini, «si è stabilita [...] una nuova continuità tra situazioni “normali” e situazioni “eccezionali”, la cui base [...] è un comune atteggiamento progettuale».

Ne abbiamo parlato con due architetti e designer che della progettazione “eccezionale”, o meglio “estrema”, hanno fatto qualche esperienza, avendo all’attivo nel loro portfolio un veicolo-laboratorio pressurizzato per l’esplorazione umana di Marte (“MarsCruiserOne”), una serie di basi-stazioni per l’ambiente lunare (“MoonBase”), ma anche progetti terrestri che puntano all’utilizzo delle risorse rinnovabili, come la tenda per il deserto “DesertSeal”, e altri in corso che affrontano il tema dell’accessibilità delle risorse primarie per paesi in via di sviluppo.

Si tratta dell’italiano Arturo Vittori e dello svizzero Andreas Vogler, che nel 2003 hanno fondato il team Architecture and Vision, con sedi a Bomarzo (Viterbo) e Monaco di Baviera.

Continuità tra situazioni “normali” e situazioni “eccezionali” attraverso un «comune atteggiamento progettuale», dunque. La citazione che abbiamo fatto viene da un numero della rivista “Modo”, che nel novembre 1984 dedicava qualche pagina agli interni dello Space Shuttle e alla pubblicazione di “The Space Shuttle Operator’s Manual”, di K.M. Joels e G.P. Kennedy. L’articolo era appunto accompagnato da una riflessione su “Funzionale, banale, spaziale” di Ezio Manzini, il quale individuava nella ricerca di funzionalità l’atteggiamento progettuale che ormai accomunava gli interventi per l’ambiente/habitat spaziale e per quello terrestre.

Una ricerca di funzionalità che egli leggeva come una sorta di “guerra” contro i costi, il tempo e lo spazio disponibile; e a tal proposito non mancava di citare l’alloggio minimo di Walter Gropius (1929), estendendone le considerazioni all’abitacolo spaziale e lasciando aperto il quesito se la loro applicazione avrebbe giovato veramente anche per gli abitanti della/sulla Terra.

A distanza di tanto tempo sembra che molte delle riflessioni e dei quesiti posti da Manzini siano ancora validi e impegnativi, benché da allora l’esplicitarsi e il dispiegarsi, a ondate, di altre istanze – fattori umani, ergonomia e ecosostenibilità – consentano forse di aggiungere qualcosa.

È questa l’impressione che si ricava osservando i progetti di Arturo Vittori e Andreas Vogler – che peraltro, togliamo subito il dubbio, non sono semplici operazioni di cosmesi e rendering ma sono verificati fino in fase di ingegnerizzazione e/o prototipazione.
Prendiamo per esempio “MoonBaseTwo” (2007) – una base gonfiabile concepita come stazione per l’esplorazione dell’ambiente lunare e laboratorio di ricerca per studiare la vita dell’uomo in tale situazione – e “MarsCruiserOne” (2007) – il veicolo-laboratorio pressurizzato, pensato per le future missioni dell’uomo su Marte (previste per il 2032). Ma anche i progetti “terrestri”, come la tenda per deserto “DesertSeal” (2004), che ha attirato l’attenzione del curatore della sezione architettura e design del MoMA (Museum of Modern Art) di New York, Paola Antonelli, la quale ne ha voluto un prototipo per la mostra “Safe: design takes on risk” e poi per la collezione permanente del museo.

Questa tenda, come del resto altri concept e progetti, mette in luce un elemento cardine dell’approccio di Architecture and Vision, ovvero la convinzione che, soprattutto oggi, ogni intervento progettuale – sia di design sia architettonico – non può prescindere dal confrontarsi strettamente con le risorse disponibili, complessivamente e in senso specifico e locale. Una convinzione che deve molto all’esperienza della progettazione per lo spazio – ambiente estremo e difficile per eccellenza: un insegnamento che dovrebbe essere meglio assimilato anche per le applicazioni terrestri.

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