Oltre Facebook cos'è che ci fa connettere?

Sarà che le azioni sul mercato non vanno così bene nemmeno per Facebook; sarà che Zuckerberg ha pensato di rinfocolare un po' di affezionamento al network; sarà che lo staff ha voluto provarsi in un esercizio parafilosofico, o comunque almeno un po' poetico, fatto sta che qualcuno per produrre il sovrastante video si sarà chiesto: ma oltre Facebook cos'è che ci fa connettere?

Sembra una domanda ovvia e scontata, e invece nella realizzazione il video si offre a questo blog con un duplice interessamento e coinvolgimento circa il design. Come nella maggior parte delle cose basta dividere il quid, in questo caso il video, tra forma e contenuto, ossia tra la realizzazione tecnica e il messaggio che si è voluto passare, e si otterrà la consapevolezza di quanto il design sia veicolo di grandi messaggi.

Parlando della forma il video è da catalogare sotto quel grande insieme di filmati emozionali, che sul coinvolgimento divertito o commosso basano tutta la comunicazione. Gli ingredienti sono una collezione di immagini mandate in ripetizione a ritmo sostenuto, con musica in crescendo, e voce narrante fuori campo, un po' come l'ultimo spot di Ikea di cui abbiamo parlato.

Le immagini di questo tipo hanno il chiaro intento di raccogliere quanto più immaginario possibile, e quindi parlando di una sedia vengono presentate tutte quelle esistenti, tutti i modi di sedercisi e le differenti circostanze, così da colpire non solo quanti più utenti possibili, ma soprattutto di riempire ogni spettatore di un'emozione moltiplicata per infinite volte.

Chi di noi non si ritrova in almeno cinque delle immagini mostrate? Sono al limite del banale, ma accostate ad altre che non lo sono, ci fanno comparire l'insieme esattamente come un'unione di differenti peculiarità, esattamente come si vuol far apparire un network, dove in realtà tutti scrivono le stesse due cose, ma non se ne può fare a meno perché in fin dei conti ci si sente in quel modo, uguali a tutti.

Da qui è naturale venire al messaggio. È estremamente interessante analizzare come Facebook abbia voluto traslare la propria identità immateriale a qualcosa di estremamente concreto, e questo ci riporta al secondo aspetto del design, ossia della forma tangibile degli oggetti scelti per incarnare il concetto impalpabile di connessione, di community.

Si parte dalla sedia, oggetto di design per eccellenza, e soprattutto quello tra i più diffusi, dove se si sta guardando un video su internet al 99% ci si sta seduti sopra. Poi viene insinuato che se la sedia è grande ci si può sedere insieme, ossia proprio ciò che è Facebook: una grande sedia (nella realtà milioni di sedie) dove stare assieme. Ma il sillogismo continua sempre più sottile.

Il paragone con Facebook, in alcuni punti noiosamente ovvio (le sedie sono fatte per le persone) prosegue tra un campanello e un aereo, fino ai ponti, il cui tratto comune è quello di incontrarsi e scambiarsi qualsiasi cosa. L'oggetto al centro delle interazioni umane, ergo il design come veicolo non fine a sé stesso. Fin qui vengono presentate tutte cose estremamente concrete e tangibili, quotidiane e quasi scontate, come forse sta diventando il più noto social network per molti.

La svolta ancor più interessante arriva quando il concetto subisce un'ulteriore traslazione, quasi impercettibile, e dagli oggetti si passa ai luoghi, e quindi di nuovo l'elenco: le piste da ballo, la pallacanestro, una grande nazione. Luogo di svago, sport, insieme di individui. Tutti ambienti presentati con una folla di persone, sempre più astratti. Da qui il gioco è fatto: si è giunti alla gente, alla comunitò di persone, coloro che più ci fanno emozionare.

Chiosa finale di magistrale retorica: l'universo, che indubbiamente affascina e stupisce chiunque. Da questo concetto in poi non si può parlare di qualcosa di minore, a meno che non lo si faccia con uno stratagemma: anche l'universo ha un aspetto negativo, la solitudine, ma a questa c'è rimedio grazie ai luoghi che ci fanno incontrare, grazie agli oggetti attorno ai quali interagiamo, in due parole: grazie a Facebook.

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