Il designer londinese Rupert Blanchard crea mobili di recupero a partire da una regola etica piuttosto singolare: gli oggetti scelti per essere rielaborati e integrati nei suoi mobili devono davvero aver esaurito il loro ciclo vitale e non poter più adempiere allo scopo per cui sono stati creati.
Ad esempio le insegne di latta con cui sono rivestiti gli sportelli di alcune delle sue credenze, erano talmente consumati da non essere più interessanti neanche per i collezionisti. Le sue creazioni sono così veri e propri patchwork d’arredamento, pezzi unici, frankenstein da salotto composti con ante e cassetti di disparata provenienza portati a nuova vita.

Chi meglio dello stesso Alberto Alessi poteva raccontare questa nuova ‘avventura’ di Alessi nel campo del design? Parliamo di avventura perché la sfida è coraggiosa: un progetto che si propone di reinterpretare una serie di accessori da cucina partendo dalle loro linee canonizzate negli anni ‘20, ‘30 e ‘40.
Sul piano professionale, la normalità di questi oggetti mi ha sempre colpito. Non erano semplicemente ‘normali’ per via del loro utilizzo quotidiano. Erano esempi di un era della Società dei Consumi che era destinata a scomparire presto: un’epoca che chiamerei pre-design, precedente a questa in cui le nostre case straripano invece di oggetti di design.
Oggetti che non facevano parte di una cultura satura di prodotti patinati: piuttosto erano pesantemente influenzati da un’attenzione quasi ossessiva alla loro funzione, ai corretti metodi di realizzazione e costi di produzione, insiste Alessi. Il risultato di questa gamma che va dalla teiera ai vassoi, dallo shaker al cesto della frutta, giudicatelo voi dopo il salto.

Non è solo l’allestimento prescelto a regalare un’atmosfera particolare alla tentativo di ripensare i piccoli elettrodomestici di Rootoftwo e PLY Architecture. La location è il National Museum of Modern Art a Kyoto in Giappone. I prodotti sono esibiti in un padiglione realizzato in carta che circonda una sala da tè: la “Teahouse for Robots, appunto.
I tre oggetti proposti poi, sembrano sfruttare il gioco di parole suggerito dall’espressione ‘robot da cucina’ visto che sono effettivamente dei piccoli ‘automi’, molto colorati e dalle linee decisamente pop, che potrebbero tranquillamente essere usciti da un film della Pixar.
Il “Bush TR82″ per esempio, è un tostapane, radio e mixer che è stato ottenuto ‘incrociando’ un camper Airstream, un autobus della GM Futureliner e un’automobile Dymaxion. La particolarità dei tre modelli è che ognuno ha un suo ‘comportamento’ legato alla funzione e ha specifiche ‘doti’ come quella di scaricare le ricette o riconoscere tempi di cottura in base alle pietanze. Un sogno derivato dalla robotica che speriamo si traduca presto in realtà.

Non vi annoieremo con l’ennesima esaltazione di una delle macchine fotografiche che hanno fatto la Storia e anticipato i tempi. C’è già molto in merito su Designerblog (dai gadget, agli spot vintage, alla celebrazione del mito) così come dai nostri cugini di Clickblog. Saprete tutti delle -tristi- vicende legate al marchio. Se siete degli utilizzatori della casa della pellicola a sviluppo istantaneo, saprete anche quanto negli ultimi anni era difficile procurarsi le cosiddette ‘cartucce’.
Poi lo spiraglio di luce. Arriva un fantomatico Impossible Project che sostiene di voler provare a convincere la Polaroid (nel frattempo orientata al digitale e alla produzione di mini-stampanti portatili) a immettere sul mercato non solo delle nuove macchine fotografiche analogiche, ma anche nuove pellicole, in tutto e per tutto simili a quella ‘incorniciata’ che l’ha resa famosa.
Attenzione: ’simili’, ma non uguali. Perché queste nuove pellicole Polaroid promettono di essere persino migliori delle precedenti, sia nella resa che nella conservazione dei liquidi. Pur nel rispetto della tradizione analogica. La produzione è limitata, certo non industriale e di facilissima reperibilità come in passato.
Continua a leggere: Impossible (is nothing) Project: il ritorno della Polaroid

Molte delle cose migliori nell’ambito del graphic design accadono quando diversi linguaggi riescono a trovare un mix azzardato ma suggestivo. Se poi la combinazione è tra medesimi linguaggi su piattaforme distanti nel tempo, lo straniamento produce -spesso- una variante decisamente accattivante.
E’ la chiave di successo della pixel art e, più nello specifico, di tutto il retrogaming: una combinazione micidiale di nostalgia, recente modernariato e nuovi utilizzi grazie alle innovazioni. Superbrothers, pixel artist di Toronto ha fatto centro proprio sfruttando queste intelligenti ’scorciatoie’.
Realizzando un gioco per iPhone/iPod Touch modellato sullo stile dei vecchi arcade a otto bit. Sword and Sworcery racchiude tutti gli stilemi di quegli anni, pieni di maghi e castelli (Dungeons & Dragons era ancora in voga) e sprite colorati. Atmosfera perfettamente ricreata grazie al lavoro con il musicista Jim Guthrie.
Continua a leggere: Dal retrogaming all'iPhone: “Sword and Sworcery”

Pong è stato il primo videogioco a larga diffusione della storia. Nato nel 1966, commercializzato per la prima volta nel 1971 e portato nelle case l’anno successivo dalla Magnavox con il nome di Odyssey (poi in versione digitale dalla Atari nel 1975), era un simulatore di ping pong (da qui, ovviamente il nome). Due manopole per controllare i movimenti, grafica spartana e rudimentali effetti sonori.
L’antenato dei moderni videogames, torna ora in versione street. Sportpong altro non è infatti che il classico Pong proiettato su qualsiasi superficie, all’interno della quale i giocatori possono comandare le ‘racchette’, collegate ai piedi interattivamente.
E’ prevista una modalità multiplayer e numerosi scenari di gioco. A metà strada tra l’interaction design e l’installazione, Sportpong è un lavoro che esplora in maniera intelligente (e decisamente divertente) l’estetica e le risorse di ciò che, decenni prima di noi, ha rivelato un nuovo modo di intendere l’elettronica. L’effetto è notevole e suggestivo, come potete vedere nel video dopo il salto.
Ella e suo marito hanno un negozio di modernariato in Olanda in cui vendono esclusivamente mobili e accessori degli anni Cinquanta e Sessanta, in stile mid-century modern e durante la sua ricerca ha archiviato una notevole collezione di tessuti vintage.
Dal 2006 questi tessuti sono diventati la caratteristica peculiare di una collezione di borse personalizzate appunto con pattern colorati e optical che rendono unico ogni modello. Il suo marchio si chiama Ella since Osix e le sue creazioni sono in vendita su Etsy, oltre che, naturalmente, nel suo negozio, Kameleon Design.
Due miti al prezzo di uno. Anzi tre. Charles e Ray Eames sono forse una delle coppie di designer più famose della storia. Lui precoce progettista e architetto, lei designer e film-maker, hanno creato insieme alcuni dei lavori migliori mai prodotti. Sedie, abitazioni, libri: non c’è praticamente applicazione del design che la coppia statunitense non abbia impreziosito con il loro talento.
La Polaroid SX 70 è uno di quegli oggetti che non hanno davvero bisogno di presentazioni. Prima reflex dotata di autofocus, orgoglio e innovazione della storica casa produttrice della pellicola a sviluppo istantaneo, icona di design e prodigio di tecnologia che resiste nel tempo e a qualsiasi moda. Pietra miliare che ha dato vita a tutti i modelli più famosi degli anni ‘80.
Questo -splendido- video che vi proponiamo (è in inglese, ma molto comprensibile e le immagini parlano da sole) unisce appunto le tre ‘figure’ di cui abbiamo appena parlato. Girato da Ray Eames con la collaborazione del marito, è uno spot promozionale che illustrava al mondo le meraviglie tecniche di questa -allora- nuova macchina fotografica. Una gioia per gli occhi e un must per ogni amante del vintage che si rispetti.

Questo loft è stato ricavato da un ex opificio di Lecco: con l’intento di mantenere il più possibile l’aspetto industriale, le tinte cemento scelte per pareti e pavimenti, insieme a quelle scure scelte talvolta per gli arredi, rendono misteriosa l’atmosfera dell’abitazione, dove però spiccano alcune macchie di colore molto accese.
Modernariato e design si incontrano su questo sfondo: nella zona giorno troviamo un tavolo di recupero verniciato di verde acido, due Panton Chair nere e la poltrona Corallo dei fratelli Campana per Edra. Il soggiorno è composto dal divano in legno e velluto di Cassina degli anni ‘80 e dalla libreria in ferro e lama d’acciaio realizzata su disegno del proprietario.
La zona pranzo è composta dal tavolo Piediferro di Tobia Scarpa per B&B Italia, oggi fuori produzione, e dalle sedie Selene di Vico Magistretti per Artemide. In cucina sono stati mantenuti a vista gli ingranaggi da officina per rafforzare l’effetto visivo “industriale”; i mobili sono un monoblocco di Boffi del 1990.
La giovane designer inglese Zoe Murphy unisce la sua ricerca su pattern e design tessile all’amore per il modernariato e per gli oggetti trovati. Il suo lavoro di restauro e decoro di pezzi vintage è ispirato da vecchi materiali di recupero ritrovati, consumati e nobilitati dal mare, sulla spiaggia della sua città natale, Margate.
Ad esempio la vecchia formica, quella che si usava per i tavoli, le sedie e tutto l’arredamento di cucine e tinelli, ha ispirato il restyling di queste cassettiera e sideboard, e questa serie di pannelli che, nelle decorazioni e nei disegni, portano riprodotti il mare e il paesaggio che li ha trasformati da vecchi mobili in moderni oggetti vintage.