
Ideato da Shin Yamashita, studentessa giapponese di design industriale al Kyoto Institute of Technology, “Land Peel” è praticamente un tappeto che prende spazio nella terza dimensione, trasformandosi in un rettangolo che ospita mobili ripiegabili.
Tre i pezzi inclusi: un tavolo, uno schienale e una sorta di comodino, vengono aperti piegando gli angoli e i tagli presenti sulla stuoia, per poi scomparire a filo con la superficie quando non servono. Il materiale è morbido e flessibile e rende Land Peel adatto per trascorrere molto tempo in una posizione rilassata.
Un prodotto molto semplice, con un aspetto minimale decisamente elegante (i colori sono pochissimi e ben nascosti quando i ‘mobili’ vengono riposti), al limite estremo della funzionalità. Dopo il salto, una gallery (via) per apprezzarne al meglio i dettagli.
Continua a leggere: "Land Peel": il tappeto pieghevole di Shin Yamashita

Non è neanche lontanamente immaginabile l’idea di riassumere in poche righe l’impatto e la portata che i film di Jacques Tati hanno avuto nella storia del Cinema e del costume francesi (e, in seguito, di tutto il mondo). “Giorno di festa”, “Le vacanze di Monsieur Hulot”, “Mio zio” e “Playtime” sono dei classici inarrivabili del divertimento intelligente che hanno ispirato moltissimi successori.
Qui su Designerblog invece vogliamo accennare alla presenza di Jacques Lagrange, come scenografo e collaboratore di Tati nelle sue pellicole. L’uomo che disegnò tutti gli interni e i bozzetti delle scene dei film del suo connazionale e che riuscì a infondere in quelle immagini un’aria di modernità esasperata, esprimendo visivamente tutte le contraddizioni del design minimale e ultra-funzionale che affascinava la borghesia dell’epoca.
Il culmine del suo lavoro fu l’ideazione di “Villa Arpel”, realizzata per il set di “Mon Oncle” (”Mio zio”): una feroce e ironica invettiva contro l’architettura (il padre e il fratello erano entrambi architetti) votata al modernismo più ’spinto’. Mobili, spazi e interni poco accoglienti, che sono diventati il protagonista aggiunto del film. Al di là della sua critica -che rimane discutibile- i suoi lavori sono ancora una delle opere migliori mai viste al cinema (e non solo). Dopo il salto, alcune immagini e un frammento di “Mon Oncle”.

Paper Tiger è il nome che il designer australiano Anthony Dann ha scelto per la sua linea di prodotti. Mobili interamente fatti di cartone (con qualche aggiunta in feltro), ideati sulla base di studi di assemblaggio semplice e intuitivo attraverso piegature e incastri.
Il lavoro di Dann come consulente di design e come brand designer, lo porta ad avere molti clienti interessati alle strutture temporanee e versatili: elementi modulari facili da trasportare e sistemare per gli allestimenti. Nascono così sia i suoi sgabelli decorati che i ripiani rivestiti o gli espositori.
Tutto, appunto, sempre in cartone riciclato, con un occhio all’ambiente. Proprio grazie al mix ottimale di funzionalità e sostenibilità, Paper Tiger ha vinto il Launch Pad award for Sustainability nel 2007 e i suoi prodotti sono certificati da Ecospecifier. Dopo il salto, una gallery della produzione.
Continua a leggere: Paper Tiger: il design 'cartonato' di Anthony Dann

Come ha dimostrato con la discussa campagna di guerrilla marketing in Austria, Ikea non si è mai tirata indietro quanto a voglia di stupire e ‘invadere’ gli spazi pubblici con la forza del suo brand (e dei suoi prodotti ormai presenti ovunque).
‘Stavolta ci riprova in Francia, sfruttando uno dei luoghi-simbolo della quotidianità transalpina: la metropolitana di Parigi. Dal 10 al 24 marzo infatti, quattro stazioni della metro sono state ‘arredate’ con i famosi mobili della ditta svedese. Rispettivamente alla stazione “Champs Elysées Clémenceau” della linea 13, a “St Lazare” sulla linea 12, a “Concorde” sulla linea 8 e alla fermata “Opéra” della linea 8. L’azienda aveva già tentato qualcosa di molto simile su un treno della linea urbana di Kobe, in Giappone.
Lo scopo dichiarato è quello di lasciare che i potenziali acquirenti sperimentino in prima persona la qualità e la comodità dei mobili, soprattutto in un momento in cui magari, presi dalla stanchezza di una giornata lavorativa che inizia o finisce, possono ricavarne maggiore beneficio. I grandi poster alle pareti, completano l’arredo con il resto degli ambienti suggeriti dal design degli oggetti. A questo indirizzo, una gallery degli allestimenti.

Casa Lever è una struttura nata nei primi anni ‘50 per ospitare gli uffici della Lever Brothers: un’azienda inglese che produceva saponi. Oltre mezzo secolo dopo, in seguito a un periodo di chiusura è stata riportata in vita dal genio di Marc Newson, l’arcinoto designer australiano, che ha lavorato accanto a quella che ora è la sede della “Lever House Art Collection”.
Il risultato è uno dei più prestigiosi ristoranti di New York: cucina italiana (milanese, nello specifico) e un ambiente che è praticamente l’essenza dello stile retro. Osservando le foto sembra di essere sul set di Mad Men: parati, mobili e dettagli completamente recuperati e imitati dagli anni gloriosi in cui il locale è nato.
Gli arredi sono opera dell’interior decorator americano William Georgis. Il concept è dei fondatori Gherardo Guarducci e Dimitri Pauli, proprietari della catena statunitense dei ristoranti “Sant Ambroeus”. I quadri che vedete alle pareti sono invece di ‘un certo’ Andy Warhol. Sono diciannove, per l’esattezza. Originali. Dopo il salto, l’immancabile gallery (via).

In una ipotetica, paranoica e alienante versione de “Il cielo in una stanza”, il classico di Gino Paoli, Ji Lee saprebbe dire la sua. Dopo averci spiegato come perdere la cognizione del tempo, come stampare biglietti comodi per tutte le occasioni o come sfruttare i caratteri tipografici per raccontare un evento utilizzando solo le lettere, il mattacchione coreano si supera e immagina dei micro-mondi paralleli all’interno degli ambienti.
Con lo sguardo fisso al soffitto non saremo in grado di vederlo viola o con “alberi infiniti”, ma potremo scovare delle ricostruzioni in miniatura di altrettante stanze in cui abitare. Per di più, sotto sopra. Ecco come la pensa Ji Lee:
La gente riempie i pavimenti delle case con i mobili, le pareti con quadri e immagini. Perché lasciano il soffitto vuoto? Decorare i soffitti era una forma d’arte nei secoli passati che in qualche modo si è persa attraverso la riduzione del modernismo. La gente non guarda più ai soffitti. Sono spazi morti. Volevo che si tornasse ad ammiccare a questa porzione di spazio. Mi piaceva anche l’idea che in qualche modo ci fosse un mondo parallelo che coesiste con noi.
Che dire? Guardate la gallery dopo il salto. Secondo noi c’è riuscito eccome.
Continua a leggere: Parallel World: i micromondi paralleli di Ji Lee

Paul Coudamy, architetto e designer francese, mette a segno un altro colpo nell’arredamento non convenzionale di interni. Dopo aver dimostrato con My Caravan Studio come fosse possibile ricavare il massimo da uno spazio di soli 28 mq tramite mobili da spostare e riporre l’uno dentro l’altro e dei cuscini-divano come pareti divisorie.
Lo sfruttamento intelligente delle pareti è ancora una volta al centro di un suo lavoro: questo “Swollen Wall Appartement” in cui però alla necessità di economizzare lo spazio (ottenuta con una struttura che si adatta perfettamente agli ambienti), viene conciliata con un’idea di maggiore dinamismo.
La griglia della libreria, composta prevalentemente da quadrati di 20×20 cm (misura calcolata sulle dimensioni dei tascabili), non è parallela alle pareti ma si gonfia per tutti i diciassette metri di lunghezza, formando ondeggiamenti che contrastano con gli angoli interni delle stanze e del mobile stesso. Dopo il salto, una gallery del lavoro completato.
Foto | via
Continua a leggere: Paul Coudamy: "Swollen Wall Appartement"

Se proprio ieri vi abbiamo parlato di Abitacolo, lo storico mobile-stanza ideato da Bruno Munari nel 1971, oggi vogliamo proporvi quello che può essere considerato un mobile molto vicino come concetto. Una struttura unica, sempre per arredare le stanze dei più piccoli, che crea uno ’spazio nello spazio’ all’interno della camera dei bambini.
Eva è un letto e una scrivania che occupano un’intera parete divisoria. Concepito da H2O architectes, ormai uno degli studi più accreditati e innovativi nel settore del design, separa gli ambienti e sfrutta le ampie dimensioni per distribuire i mobili necessari in maniera funzionale e creativa.
Particolarmente degno di nota è l’uso di scale per sviluppare la mobilità la gestione dello spazio e del corpo del bambino, con tanto di porta a pannello scorrevole che isola la zona ‘giorno’ da quella ‘notte’. Nello spessore del mobile vari ripiani a scomparsa e persino una specie di ‘oblò’ quadrato da cui i più piccoli possono affacciarsi quando sono a letto. Dopo il salto, la gallery.
Continua a leggere: Eva: la parete multifunzione di H2O architectes

E’ un abitacolo, appunto, costituito da un telaio in acciaio elettrosaldato, corredato da un letto e accessori vari in materiali diversi. E’ un posto dei giochi, del sonno, di studio e di svago, un ‘hortus conclusus’ infantile, trasformabile a piacere […] E poiché è una struttura, è pure facilmente smontabile, pronta ad assumere una nuova veste, correndo dietro alla fantasia…
E’ una struttura ridotta all’essenziale, uno spazio delimitato e allo stesso tempo aperto… E’ un modulo abitativo, un habitat, contiene tutti gli oggetti personali… Uno spazio nascosto in cui la presenza del bambino rende superflui i mobili, su cui la polvere non sa dove posarsi. E’ il minimo ma da il massimo. Numerato ma illimitato. L’habitat diventa l’ambiente adattabile alla personalità dell’abitante. Pesa 51 chili e può portare anche venti persone.
Bruno Munari presentava così il suo “Abitacolo” nel lontano 1971. Realizzato con l’idea di disegnare un nuovo spazio per i ragazzi, prodotto da Robots, raggiunse l’intento di permettere ai più giovani di lasciare tutto in uno stato di ‘ordinato disordine’ per sentirsi protetti dai giochi, dai libri, dagli oggetti familiari durante il sonno.

Mathieu Vinciguerra è un direttore artistico che ha acquistato un appartamento a Parigi. La cosa non vi interessa immagino, non fosse che Vinciguerra lavora per la Publicis, una delle più importanti agenzie di pubblicità in Europa. Come dite? Non vi interessa neanche questo? Non avete tutti i torti, però è bravo.
Il motivo per cui parliamo della nuova abitazione di Vinciguerra è come ha arredato gli spazi. Il buon Mathieu è un collezionista incallito di fumetti, fin da bambino. La mamma lo rimproverava di tenerli ovunque e lui si è preso la sua rivincita.
Ha chiamato un amico del fratello, Antoine Santiard e gli ha chiesto di trovare una soluzione. Santiard, insieme ai suoi colleghi Jean-Jacques e Charlotte Hubert dello studio H2OArchitectes, si è messo al lavoro. L’appartamento di Vinciguerra ora ha una quantità di scansie praticate in mobili e muratura dove riporre ed esporre i suoi preziosi volumi.
Quelli dello studio H2O, visto che sono del mestiere, hanno anche pensato a una scrivania che può occupare diverse porzioni di spazio in base alle necessità. La mamma di Mathieu ha ringraziato commossa.
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