
Designer e illustratrice di Manchester, Rebecca Maeve Manley ha un modo molto particolare di approcciare i suoi lavori. Realizza bozzetti e poi, armata di forbici, carta, vecchie pellicole, stoffa e materiali disparati, traduce in tre dimensioni le immagini ideate.
L’effetto complessivo è amatoriale (pur rivelando una grande abilità) e divertente. Lettere che occupano lo spazio come dei balloon che diventano reali. Anzi, come tiene a sottolineare lei stessa, le sue sono installazioni con opere -appunto- iper-reali: invasioni dell’arte e della creatività nel mondo e nel quotidiano.
Testimonianza ennesima di tutta una corrente che sceglie il paper-craft come una sorta di occasione per ‘modificare’ la realtà, il coloratissimo mondo di Rebecca Maeve Manley è anche una miniera di idee e ispirazione. Qualche esempio, nella gallery dopo il salto.
Continua a leggere: Le illustrazioni 'tridimensionali' di Rebecca Maeve Manley
Una delle nuove frontiere della street-art e in particolare dei graffiti sembra essere quella che prevede l’interazione con la video arte e tutte le nuove tecnologie legate all’immagine digitale. Si evita l’invasione (spesso indesiderata) delle superfici urbane e i conseguenti costi dei materiali ed eventuale, successiva copertura.
Nascono quindi continuamente dei dispositivi che hanno anche il vantaggio di poter essere trasportati ovunque e garantire divertimento durante delle performance ‘a noleggio’. Proprio quello che è accaduto in occasione del party al villaggio degli atleti commissionato dal Vancouver Organizing Committee per le Olimpiadi invernali di quest’anno.
La Tangible Interaction di Alex Beim ha realizzato “Digital Graffiti”, uno strumento che permette di disegnare su grande schermo come se si utilizzasse un qualsiasi software per l’illustrazione. Affidandosi all’esperienza in fatto di workshop di Carson Ting e Denise Cheung della Chairman Ting Industries, ha conquistato il pubblico con una serie di lavori prodotti sul momento per poi essere rapidamente cancellati e sostituiti. Il futuro dell’arte di strada passa anche da qui (?).

E’ un abitacolo, appunto, costituito da un telaio in acciaio elettrosaldato, corredato da un letto e accessori vari in materiali diversi. E’ un posto dei giochi, del sonno, di studio e di svago, un ‘hortus conclusus’ infantile, trasformabile a piacere […] E poiché è una struttura, è pure facilmente smontabile, pronta ad assumere una nuova veste, correndo dietro alla fantasia…
E’ una struttura ridotta all’essenziale, uno spazio delimitato e allo stesso tempo aperto… E’ un modulo abitativo, un habitat, contiene tutti gli oggetti personali… Uno spazio nascosto in cui la presenza del bambino rende superflui i mobili, su cui la polvere non sa dove posarsi. E’ il minimo ma da il massimo. Numerato ma illimitato. L’habitat diventa l’ambiente adattabile alla personalità dell’abitante. Pesa 51 chili e può portare anche venti persone.
Bruno Munari presentava così il suo “Abitacolo” nel lontano 1971. Realizzato con l’idea di disegnare un nuovo spazio per i ragazzi, prodotto da Robots, raggiunse l’intento di permettere ai più giovani di lasciare tutto in uno stato di ‘ordinato disordine’ per sentirsi protetti dai giochi, dai libri, dagli oggetti familiari durante il sonno.
Continuiamo imperterriti a darvi idee alternative ed economiche per decongestionare la febbre da iPad. Dopo lo sketchbook a forma di laptop Apple, vi proponiamo la Boogie Board: un tablet LCD per scrivere e disegnare.
Basata sulla tecnologia Reflex LCD, la Boogie Board non richiede nessun consumo di energia per generare un’immagine e pochissima per memorizzarle o cancellarle. Infatti è sufficiente una mini-batteria come quelle che vengono utilizzate per alimentare gli orologi. Ogni refill garantisce 50000 cicli e i materiali consentono alta flessibilità e prezzi molto ridotti.
Aggiungeteci che, mentre gli LCD tradizionali offrono una risposta molto imprecisa, il Reflex LCD garantisce una sensibilità altissima anche nel dettaglio e nella diversa pressione applicata. Il prezzo poi è davvero invitante: appena 30$ per accaparrarsi un degno sostituto tecnologico di carta e matita.
Continua a leggere: Boogie Board: una tavoletta LCD per disegnare

Dicono di essere designer, scrittori, artigiani e pensatori. Sono di Austin, in Texas. Hanno un nome abbastanza ostico da pronunciare (Ptarmak) e sfornano lavori di una classe e una qualità sorprendenti.
Molto legati alla tradizione (c’è un visibile recupero di colori, proporzioni e atmosfere), i loro lavori hanno così tanti punti di forza che è praticamente impossibile elencarli tutti. Curatissimi nella scelta dei font, nei materiali (non a caso si definiscono -anche- artigiani), nell’approccio ironico e fuori dal tempo, nell’attenzione maniacale per i dettagli.
Non bastasse, sono eccellenti anche nel presentare tutto ciò che realizzano. Foto di grande impatto eppure mai sensazionalistiche, un portfolio che include tra i clienti grandi nomi, organizzato e capace di sottolineare tutta la loro competenza. Irriverenti senza sconvolgere, mescolano elementi apparentemente estranei al prodotto. Guardate voi stessi i risultati dopo il salto (e fatevi un giro anche sul loro blog)

Narra la leggenda (non è vero: sono le note biografiche) che il designer Tom Rossau ha iniziato la sua carriera a Faarevejle in Danimarca, nella cantina dell’appartamento dei suoi genitori. Come tutti i bambini danesi (occhei, non solo) era un patito dei Lego, poi, negli anni ‘90 ha cominciato a disegnare abiti in pelle e una serie di oggetti in legno.
Il successo è arrivato nel 2006, quando ha presentato le sue lampade TR4 e TR7 (non sono i nomi di due robot di Guerre Stellari) al Copenhagen Furniture Fair (poi ribattezzato CODE) e la TR7 ha ricevuto l’ “Audience Favorite Award”.
Probabilmente ispirato dalle torsioni di Frank Gehry, Rossau costruisce lampade che sono prima di ogni cosa lievi, impeccabili esempi di funzionalità, sostenibilità e attenzione al consumo energetico. Esplora le possibilità dei materiali (utilizza anche la carta) testandone la resistenza e l’adattabilità alle forme. Di seguito (via) potete ammirare in una gallery le varie fasi del suo lavoro.

C’è gente che colleziona le scatole di fiammiferi. Non sapevo che, in inglese, la cosa avesse un nome. Il termine è Phillumeny e, proprio a questa singolare mania è ispirato il Phillu -appunto- dell’industrial designer turco Emir Rifat.
Phillu è una via di mezzo tra una pen-drive e un (mini) hard disk esterno della capacità di 45 gigabyte. La particolarità sta nel fatto che è realizzato come una scatola di fiammiferi. Ognuno dei 9 cerini è una memoria di 5 giga che può essere rimossa dal contenitore e va ‘attivata’ sfregando la ‘testa’ sul lato ruvido dell’oggetto.
Successivamente, possiamo scambiare solo il singolo fiammifero -sempre con altri possessori del Phillu- o solo alcuni, nei quali avremo inserito i dati da trasferire. Basterà reinserire il cerino nella scatola e connettere il tutto via usb. Se l’idea è quanto meno macchinosa, l’oggetto è invece molto accattivante: linee morbide, colori scuri ed eleganti, materiali diversificati (l’interno è in legno). Vedremo se e come raggiungerà il mercato.

Altro che laptop di alluminio ultrasottili, mobili minimal in policarbonato o monitor ultrapiatti: il legno. Ci vuole il legno. Un bel massello leggero leggero che non impegna e arreda in puro stile country-chic. Se trovate un centrino, poi, sarà perfetto come mouse pad.
Dear Diary 1.0 è l’idea di Marlies Romberg, recentemente diplomata alla Utrecht School of Arts in Olanda. Un po’ di sana nostalgia applicata alla fredda estetica delle nuove tecnologie. Un’intera postazione intagliata con il laser all’interno di una scrivania vecchio stile per celebrare un auspicato (da chi?) ritorno ad un favolistico 1.o (lo step precedente del progresso informatico).
Posto il fatto che il design di molte delle periferiche unopuntozero (tranne rare eccezioni) era ingombrante e scomodo come una cassapanca in travertino, viene da chiedersi quanti alberi sono stati necessari per la materializzazione delle nostalgie della signorina Romberg. Nel frattempo, mi raccomando, tutti a chiamare con l’iPhone la Casa Nella Prateria.

Campi di panni stesi infiniti. Questo potrebbe essere il sottotitolo dell’installazione del Ball Nogues Studio, realizzata in occasione della Shenzhen Biennale di Hong Kong.
Trenta volontari della mostra insieme agli organizzatori, hanno appeso ben 10000 capi di abbigliamento di American Apparel, creando una lunghissima successione di colori e forme. T-shirt e biancheria intima che verranno poi smantellati e regalati ai visitatori, sottolineando l’immaterialità dell’operazione e l’idea di una ridistribuzione senza sprechi degli elementi utilizzati.
Il colpo d’occhio è impressionante, così come l’evidente pazienza richiesta da un simile allestimento. Il consumismo e alcune delle sue icone, contemporaneamente sovrastano l’osservatore e vengono ‘distrutti’ proprio nel momento dell’esperienza artistica che li mette in mostra. Di seguito, una gallery dell’installazione.
Foto | via (courtesy of)

Il Demian Conrad Studio è un laboratorio creativo con sede a Losanna e Bellinzona. Lavorano progettando oggetti e interni, alternandosi tra commissioni istituzionali e altre più legate al mondo dell’arte.
Per Ondemedia, società che offre servizi culturali e promozione editoriale, hanno realizzato questi poster in occasione di “Mercantico”, rassegna periodica di antiquariato a Bellinzona.
Utilizzando oggetti e icone vintage, hanno assemblato delle sculture in equilibri impossibili, in cui il gioco delle forme cattura chi osserva e genera curiosità. Ogni singolo pezzo, richiama l’idea della rassegna e insieme propongono un approccio non convenzionale all’uso dei materiali d’epoca.