Nell’ambito del London Design Festival 2011 è partita un’interessante iniziativa ideata da Established & Sons: si chiama “My London” e include i lavori e le installazioni di diversi creativi e designer di chiara fama anche internazionale, che comunicano così la loro idea della città di Londra.
Nendo, il noto studio giapponese, ha partecipato con un’installazione sorprendente all’interno dello showroom di Established & Sons: le pareti di questa sorta di galleria sono state letteralmente ricoperte di “pezzi di Londra” in modo da ricreare idealmente la presenza della nebbia che sempre (o quasi) l’avvolge.
Una rivisitazione della “città della nebbia” dunque, creata con stralci della mappa londinese attaccati al muro in aggregazioni molto fitte che mano a mano vanno diradandosi, esattamente come la nebbia.
Avvolti da questa nuvola di stralci londinesi, sono esposti alcuni pezzi dell’ultima collezione Established & Sons, come Cape, Dame, Quilt, Surface Table, Revolver e Pour.
Via | Dezeen
I fondatori e direttori sono Stephane Halmai-Voisard e Karine Corbeil. Si sono incontrati all’Université de Québec à Montreal, dove hanno entrambi studiato graphic design. Poi la decisione di aprire un’agenzia insieme e di chiamarla “Studio Rita” -”Perché è un nome di donna, è breve, facile da ricordare e un po’ kitsch” (?), dicono.
I loro lavori sono votati all’immaginario pop, invadono gli spazi e garantiscono sempre un’esperienza interattiva con la disciplina del design. “Karine è più orientata alla tipografia, agli elementi grafici e all’illustrazione. Io mi occupo principalmente dei modelli 3D e della realizzazione ‘fisica’ degli oggetti”, spiega ancora Stephane in un’intervista rilasciata a Nathalie Atkinson.
Sedie che richiamano i folder dei sistemi operativi, alberi LEGO disseminati nelle foreste, Arbre Magique giganti, sacchi per i tifosi più accaniti fatti a forma di pallone da tirare gli arbitri: humor spesso nerissimo, ironia a non finire, ma sempre con prodotti realizzati con una grandissima cura e un’estrema attenzione all’impatto visivo. Dopo il salto, alcuni esempi.
Continua a leggere: Studio Rita: l'agenzia di Montreal che usa il design (anche) per fare ironia
I designer dello Studio Weave hanno progettato una singolare panchina, destinata ad entrare nel Guinness dei Primati e fortemente voluta e finanziata dalla comunità di Littlehampton, nel Regno Unito, per riqualificare il lungomare della località.
The Longest Bench è appunto una panchina già lunghissima, 324 metri per 300 persone, che verrà probabilmente espansa a 621 metri per far sedere circa 800 persone complessivamente.
La spettacolare panchina è realizzata con una dozzina di legni tropicali diversi, resistenti alle intemperie e anche all’azione del mare, riciclati al 100%; le stecche colorate invece sono realizzate in acciaio inossidabile. La struttura su cui poggiano le stecche è anch’essa realizzata in acciaio. Alcune stecche portano incisi frasi e nomi di persone e attività commerciali della città.
La panchina si estende sinuosa, girando intorno ai lampioni, costeggiando la passeggiata e costituendo di fatto un notevole diversivo visivo, perfettamente integrato con la natura circostante e adatto alla socializzazione di fronte al meraviglioso mare.
Via | Dezeen
Continua a leggere: The Longest Bench: una panchina lunghissima per riqualificare il lungomare

Per risolvere i troppi conflitti -familiari, politici, religiosi- che attanagliano il mondo, l’artista inglese Dominic Wilcox ha proposto una soluzione simbolica quanto -perchè no?- di possibile efficacia.
Il suo “Pre-Handshake Handshake Device” è pensato per esortare alla riconciliazione coloro che, dopo un disaccordo, vorrebbero gettarsi tutto alle spalle con una bella stretta di mano. Se però prendere l’iniziativa si rivela troppo arduo, la mediazione della macchina e il contatto solo indiretto tra le parti è d’aiuto per fare, finalmente, il primo passo.
Via | Today and Tomorrow
Giusto un anno fa avevamo parlato dell’animatore francese McBess, della sua rock band The Dead Pirates e delle animazioni 3D che accompagnano la loro musica. Ora chi avesse trovato interessante questo progetto ha l’opportunità di assistere dal vivo a una performance dei Dead Pirates.
McBess e la sua band, tra rètro-rock e proiezioni digitali, si esibiranno infatti a Roma il prossimo 26 Maggio, per la serata d’inaugurazione di ROMA - The Road to Contemporary Art, organizzata dalla rivista d’arte ipercontemporanea Bang Art.
A precedere il concerto, gli spazi del MACRO di Testaccio saranno felicemente invasi, per un happening ta che è stato intitolato We Are the BE(A)ST, da un vero e proprio “zoo visivo”, tra videoinstallazioni, live painting e performance artistiche pirotecniche: per il programma completo vi rimandiamo al sito di Bang Art.
Il giovane designer olandese Floris Douma si è appena laureato alla Design Academy di Eindhoven con una tesi dal titolo Self Surveillance. Il progetto, un percorso introspettivo sul rapporto uomo-macchina nell’era del web 2.0, ha spinto Douma a monitorare la sua attività online con l’obiettivo di rispondere ad un interrogativo legittimo quanto inquietante: “Am I slave of my computer?”
Per valutare lo stato della sua dipendenza, Douma ha tracciato tutta l’attività su Internet effettuata nel corso di una settimana: dal traffico della casella mail, alla conversazioni in chat o via skype, ai file scaricati o uploadati, fino al tempo passato a spiare, in una sorta di nuovo convolgente voyerismo, i profili altrui su Facebook o Twitter.
La conclusione della tesi? Di fatto è aperta. Ma giudicate voi guardando il filmato, che raccoglie più di 10.000 istantanee sui diversi momenti della sua coesistenza con il pc. Il progetto è stato esposto nei giorni del Salone del Mobile nell’ambito di “Questions”, l’esposizione organizzata dalla Design Academy di Eindhoven.
Fortunatamente ci sono le immagini. E i video. Perché altrimenti alcune delle cose che ci colpiscono e vogliamo segnalarvi, difficilmente riusciremmo a spiegarle solo scrivendone. Questa è una di quelle circostanze: “Euphorie” è un progetto che tende a far mancare le parole, piuttosto che ad aggiungerne.
Prodotte dallo studio 1024 Architecture di Parigi, insieme ad Arcadi, “Euphorie” sono una serie di installazioni che uniscono suono e luce ad opera di François Wunschel e Fernando Favier, musicisti e designers.
Fin qui tutto bene. Descrivere queste installazioni è un’impresa. Ci sono dei tubi attraversati da led che talvolta sottolineano lo spazio che li racchiude, altre invece vengono utilizzati per crearne di nuovi, all’interno del luogo dove avviene l’esposizione. Sempre più difficile.
Continua a leggere: I mondi di luce di François Wunschel e Fernando Favier per 1024 Architecture
Qualunque sia la vostra fede religiosa o il vostro spirito laico, sarete probabilmente d’accordo nel constatare che questa arcihtettura ha dalla sua la capacità di ispirare un sentimento di contemplazione.
Chiamata con il nome suggestivo di Rainbow Church, l’installazione realizzata dal designer koreano Tokujin Yoshioka (già su Designerblog per la sua installazione per Hermès) gioca con la luce per ricreare l’irruzione dell’arcobaleno in uno spazio neutro e vuoto. L’effetto è realizzato grazie all’utilizzo di un’ampia vetrata, alta 8 metri, costruita con 500 prismi di cristallo.
L’ispirazione ha un riferimento lontano, almeno dal punto di vista geografico: la Chapelle du Rosaire a Vence, interamente progettata e decorata da Matisse, famosa per le sue vetrate a motivi floreali blu, verdi e gialle. Rainbow Church sarà esposta il prossimo maggio presso MUSEUM .beyondmuseum.
Via | Luminapolis

Le sue posate mangiucchiate “Bite”, hanno fatto il giro del web la scorsa settimana, complice anche il tema denunciato della fame nel mondo. L’interesse per Mark A. Reigelman II è comunque del tutto giustificato, visto che realizza da tempo prodotti di design e installazioni davvero valide, con un approccio obliquo e innovativo.
In collaborazione con lo studio che porta il suo nome, sfida continuamente i luoghi comuni con oggetti molto semplici e funzionali (molto belli i suoi “Stair Squares” e la sua sedia “Duct Tape”) oppure divertendosi a modificare con degli interventi spiazzanti i luoghi della nostra quotidianità.
E’ il caso di questa installazione denominata “Home Sweet (Bus Stop) Home” in cui modifica le pensiline utilizzate per attendere gli autobus in vere e proprie stanze. Piccoli ambienti eleganti, ricchissimi di dettagli, dove (nel caso specifico) prendere un tè alla luce di una lampada da tavolo. La provocazione è evidente e riguarda -con intelligente ironia- tutte le persone meno fortunate per cui certi spazi urbani diventano una risorsa. Un ottimo modo per ricordarcene.

In una ipotetica, paranoica e alienante versione de “Il cielo in una stanza”, il classico di Gino Paoli, Ji Lee saprebbe dire la sua. Dopo averci spiegato come perdere la cognizione del tempo, come stampare biglietti comodi per tutte le occasioni o come sfruttare i caratteri tipografici per raccontare un evento utilizzando solo le lettere, il mattacchione coreano si supera e immagina dei micro-mondi paralleli all’interno degli ambienti.
Con lo sguardo fisso al soffitto non saremo in grado di vederlo viola o con “alberi infiniti”, ma potremo scovare delle ricostruzioni in miniatura di altrettante stanze in cui abitare. Per di più, sotto sopra. Ecco come la pensa Ji Lee:
La gente riempie i pavimenti delle case con i mobili, le pareti con quadri e immagini. Perché lasciano il soffitto vuoto? Decorare i soffitti era una forma d’arte nei secoli passati che in qualche modo si è persa attraverso la riduzione del modernismo. La gente non guarda più ai soffitti. Sono spazi morti. Volevo che si tornasse ad ammiccare a questa porzione di spazio. Mi piaceva anche l’idea che in qualche modo ci fosse un mondo parallelo che coesiste con noi.
Che dire? Guardate la gallery dopo il salto. Secondo noi c’è riuscito eccome.
Continua a leggere: Parallel World: i micromondi paralleli di Ji Lee