
Sembra uno speaker audio, con un design di quelli ormai onnipresenti su quasi tutti gli scaffali dei negozi. Invece, la nuova lampada led “LivingColors” di Philips, diffonde luce. Con una -determinante- particolarità.
Sempre più abituati come siamo ad una gamma di colori vastissima, sia sugli schermi dei computer che quelli di molti apparecchi tecnologici, abbiamo adesso la possibilità di illuminare gli ambienti con la stessa scelta di gradazione. Il telecomando con cui gestiamo la lampada infatti possiede un disco centrale che contiene lo spettro cromatico.
Premendo in corrispondenza di un punto si attiva il colore scelto tra ben 16 milioni, proprio come se lo selezionassimo col mouse mentre utilizziamo un software per la grafica digitale. Perfetta per determinare il mood di una giornata o rendere il clima dei party decisamente più interessante, è in vendita in due formati diversi (c’è anche quella ‘mini’) a circa 199$.
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La citazione cialtronesca del titolo viene dallo storico brano dei Police, l’idea invece è di combinare il meglio di due secoli. Il 18esimo per quanto riguarda il gusto, con una vodka importata da Schiedam, in Olanda, dove risiede una delle più rinomate distillerie. Sette generazioni di lavoratori artigianali che sanno il fatto loro.
Dal 21esimo secolo arriva invece la tecnologia. Tutta la voglia di esprimersi e di lasciare traccia di sé dell’epoca digitale, riassunta in un meccanismo antico (il romantico messaggio nella bottiglia, appunto) e insieme moderno, come tutti i social network impongono. 255 caratteri illuminati da led, per raccontarsi al mondo.
Ovviamente la Medea ha il suo spazio Facebook e Twitter e, come è facile immaginare, ’suggerisce’ che l’ispirazione possa arrivare più facilmente con il consumo del prodotto. Voi, come sempre, bevete in maniera responsabile.
Una delle nuove frontiere della street-art e in particolare dei graffiti sembra essere quella che prevede l’interazione con la video arte e tutte le nuove tecnologie legate all’immagine digitale. Si evita l’invasione (spesso indesiderata) delle superfici urbane e i conseguenti costi dei materiali ed eventuale, successiva copertura.
Nascono quindi continuamente dei dispositivi che hanno anche il vantaggio di poter essere trasportati ovunque e garantire divertimento durante delle performance ‘a noleggio’. Proprio quello che è accaduto in occasione del party al villaggio degli atleti commissionato dal Vancouver Organizing Committee per le Olimpiadi invernali di quest’anno.
La Tangible Interaction di Alex Beim ha realizzato “Digital Graffiti”, uno strumento che permette di disegnare su grande schermo come se si utilizzasse un qualsiasi software per l’illustrazione. Affidandosi all’esperienza in fatto di workshop di Carson Ting e Denise Cheung della Chairman Ting Industries, ha conquistato il pubblico con una serie di lavori prodotti sul momento per poi essere rapidamente cancellati e sostituiti. Il futuro dell’arte di strada passa anche da qui (?).

Il fascino esercitato dalle Polaroid è difficile da spiegare in poche parole. Ognuno ha le sue -giuste- motivazioni che mettono l’accento sul formato, sul colore o sull’idea di un’immediatezza analogica che poche macchine fotografiche sanno restituire, persino le moderne fotocamere digitali compatte.
Se non avete voglia di procurarvene una (i prezzi salgono costantemente e, nonostante la rinascita degli stabilimenti che le producono, le pellicole sono ancora costose), avete la possibilità di ricreare l’effetto con i plugin dei software di fotoritocco o con programmi appositi. Oppure attendere l’uscita della PIC1000, la nuova ‘classica’ Polaroid in versione restyling.
C’è un’altra soluzione, proposta da UrbanOutfitters: le Snapshot Frames. Cornici che hanno la forma delle memorabili foto dallo sviluppo istantaneo in cui inserire qualsiasi immagine abbiate scattato o stampato precedentemente. Sono anche magnetiche, quindi libero sfogo alla fantasia nel disporle su superfici diverse (quella del frigorifero, in primis). L’effetto è assicurato ed economico. Con 10 dollari, vi spediscono a casa un pack da cinque.

Pong è stato il primo videogioco a larga diffusione della storia. Nato nel 1966, commercializzato per la prima volta nel 1971 e portato nelle case l’anno successivo dalla Magnavox con il nome di Odyssey (poi in versione digitale dalla Atari nel 1975), era un simulatore di ping pong (da qui, ovviamente il nome). Due manopole per controllare i movimenti, grafica spartana e rudimentali effetti sonori.
L’antenato dei moderni videogames, torna ora in versione street. Sportpong altro non è infatti che il classico Pong proiettato su qualsiasi superficie, all’interno della quale i giocatori possono comandare le ‘racchette’, collegate ai piedi interattivamente.
E’ prevista una modalità multiplayer e numerosi scenari di gioco. A metà strada tra l’interaction design e l’installazione, Sportpong è un lavoro che esplora in maniera intelligente (e decisamente divertente) l’estetica e le risorse di ciò che, decenni prima di noi, ha rivelato un nuovo modo di intendere l’elettronica. L’effetto è notevole e suggestivo, come potete vedere nel video dopo il salto.

Noi bambini degli anni ‘80 eravamo costretti a gesti molto analogici nonostante fossimo vittima della prima, massiccia invasione del digitale da parte dei miniaturizzatori dagli occhi a mandorla. Portavamo gli stessi strepitosi orologi Casio che attualmente fanno tanto hype (li avessi conservati sarei ricco) e giocavamo con le console ad una risoluzione grafica che oggi non hanno neanche i display dei microonde.
Una delle rivoluzioni fu il Walkman. Che fosse un originale Sony o assemblato da improbabili fabbriche nel nulla nella periferia di Osaka, tutti eravamo costretti a sostituire frequentemente le batterie scariche. Per alleviare il dispendio energetico, riavvolgevamo le cassette usando il corpo esagonale delle penne Bic come perno.
Ho ripensato a quell’astuto espediente imbattendomi in questo prototipo di Song Teaho e Hyejin Lee. Infilate il dito, fate roteare per 130 volte e ricaricatevi la batteria del cellulare. Se riuscite ad assumere la giusta espressione nel farlo, probabilmente diventerà anche un accessorio sufficientemente dandy.
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Multitouch Barcelona è uno gruppo di interaction designers votato alla realizzazione di modi di comunicazione tra la persona e la tecnologia. Puntando sull’esperienza sensoriale delle nuove frontiere del multi touch -appunto- creano situazioni in cui, interagire in un contesto digitale, diventa un momento per riappropriarsi dell’umanità nascosta dietro ogni esperienza tecnologica.
Dita che diventano pennelli mentre un software processa pressione e velocità modificando i colori, o una versione di Space Invaders in cui al posto del tradizionale ‘cannoncino’ manovrato da un joystick, possiamo respingere gli invasori a colpi di palline di spugna colorate.
Fino all’installazione che vi presentiamo prima del post: una ironica e intelligente interfaccia grafica umana, con cui interagire osservando le risposte di un essere umano rinchiuso sotto lo schermo. Si chiama “Hi” che sta per “Human Interface”, ma anche -ovviamente- per il saluto che una persona potrebbe rivolgerci ogni volta che accediamo al nostro terminale quotidiano con il mondo.

Da poco presentato in Italia da un nuovo editore che sta cercando di ripubblicarlo in Europa dopo averne comprato i diritti da un editore canadese, questo particolarissimo libro su fotografia e grafica sta già avendo enorme successo nella rete suscitando grandi aspettative.

A partire da aprile sarà disponibile Phonofone II , perfetto connubio tra design del passato e tecnologia del futuro. Bianco elegante e nostalgicamente funzionale, il Phonafone II evoca le imperfezioni del mezzo analogico mentre amplifica i suoni puliti e digitali del vostro IPod.
Il suo designer Tristan Zimmermann l’ha voluto in ceramica per sfruttare le virtù dell’acustica del corno, in modo da amplificare l’uscita audio dei trasduttori auricolari standard fino a 55 decibel. Funziona in modo molto semplice e non ha bisogno di alimentazione esterna o di batterie, basta inserire l’ IPod nell’apposito alloggiamento alla base e ascoltare la musica fluire dal corno.
Via| Charlesandmarie.com

Michel Tcherevkoff, fotografo appassionato di rielaborazione digitale, ispirato da alcune fotografie che avevano per soggetto fiori e foglie, ha immaginato una serie di scatti che avessero per soggetti borse e scarpe completamente realizzate con elementi vegetali. Ha realizzato prototipi, fotografato boccioli e steli, manipolato tutto con Photoshop.
Il risultato sono accessori disegnati esclusivamente per “compiacere l’occhio di un artista e l’anima di una fashionista”. Le immagini sono raccolte in un libro, Shoe Fleur edito da Welcome Books e distribuito da Random House. Stampe numerate sono in vendita al prezzo di 900 dollari. Poichè Tcherevkoff ha dichiarato la sua devozione al mondo Mac, sul sito Apple è possibile leggere una sua interessante intervista.