
Trasformare oggetti apparentemente insignificanti. Dargli vita e far sì che non rimangano ‘abbandonati’ su tavoli e mensole per settimane. Cosa succederebbe se tutto ciò che trascuriamo avesse vita propria? Se si muovesse senza il nostro apporto e in modi che magari neanche immaginiamo?
Se lo sono chiesto Julien Vallée e Nicolas Burrows. Uno è un graphic designer canadese di cui vi abbiamo già parlato. L’altro è un illustratore inglese che fa parte dello studio creativo Nous Vous. Insieme hanno lavorato a Dansedance un esperimento interattivo presentato in occasione di “Collaborate”: quarta edizione di If You Could, progetto degli art director londinesi Will Hudson e Alex Bec che riunisce designer e illustratori per produrre pubblicazioni, esibizioni e eventi.
Il ‘gioco’ interattivo è sul sito. Con la tastiera comandate gli oggetti ‘disubbidienti’, che prendono vita davanti a un ignaro Vallée e ripetono in loop il loro movimento una volta attivati. Quello che invece trovate subito dopo il salto, è il making-of del progetto, tutto a base di montaggio, carta e talento creativo.
Continua a leggere: "Dansedance" di Julien Vallée e Nicolas Burrows: gli oggetti prendono vita
59 Productions è uno studio specializzato in design per performance live, installazioni e visual. Utilizzano le tecnologie più avanzate con lo scopo di ottenere un coinvolgimento assoluto dello spettatore in ogni spettacolo e si sono occupati in più occasioni anche del mondo dei video musicali e dei cortometraggi.
Il lavoro svolto per il tour di Jonsi, leader dei Sigur Ros di cui sta per uscire un album dal titolo “Go”, è una sfida che procede a metà strada tra cinema, arte installazioni, performance teatrale e -ovviamente- la valorizzazione della musica sul palco.
Effetto ottenuto con eccezionale cura del dettaglio e attenzione alle atmosfere che caratterizzano tutta la componente visuale della musica di Jonsi Bergisson. Tra render delle scenografie, stage design attraverso lo studio dei giochi di luce e animazioni ricavate dalle -bellissime- illustrazioni e dall’artwork di Alex Somers, questo video backstage ci ricorda cosa può accadere quando artisti e designer di altissimo livello lavorano insieme.
Continua a leggere: Jonsi: lo stage design della 59 Productions

Designer e illustratrice di Manchester, Rebecca Maeve Manley ha un modo molto particolare di approcciare i suoi lavori. Realizza bozzetti e poi, armata di forbici, carta, vecchie pellicole, stoffa e materiali disparati, traduce in tre dimensioni le immagini ideate.
L’effetto complessivo è amatoriale (pur rivelando una grande abilità) e divertente. Lettere che occupano lo spazio come dei balloon che diventano reali. Anzi, come tiene a sottolineare lei stessa, le sue sono installazioni con opere -appunto- iper-reali: invasioni dell’arte e della creatività nel mondo e nel quotidiano.
Testimonianza ennesima di tutta una corrente che sceglie il paper-craft come una sorta di occasione per ‘modificare’ la realtà, il coloratissimo mondo di Rebecca Maeve Manley è anche una miniera di idee e ispirazione. Qualche esempio, nella gallery dopo il salto.
Continua a leggere: Le illustrazioni 'tridimensionali' di Rebecca Maeve Manley
Una delle nuove frontiere della street-art e in particolare dei graffiti sembra essere quella che prevede l’interazione con la video arte e tutte le nuove tecnologie legate all’immagine digitale. Si evita l’invasione (spesso indesiderata) delle superfici urbane e i conseguenti costi dei materiali ed eventuale, successiva copertura.
Nascono quindi continuamente dei dispositivi che hanno anche il vantaggio di poter essere trasportati ovunque e garantire divertimento durante delle performance ‘a noleggio’. Proprio quello che è accaduto in occasione del party al villaggio degli atleti commissionato dal Vancouver Organizing Committee per le Olimpiadi invernali di quest’anno.
La Tangible Interaction di Alex Beim ha realizzato “Digital Graffiti”, uno strumento che permette di disegnare su grande schermo come se si utilizzasse un qualsiasi software per l’illustrazione. Affidandosi all’esperienza in fatto di workshop di Carson Ting e Denise Cheung della Chairman Ting Industries, ha conquistato il pubblico con una serie di lavori prodotti sul momento per poi essere rapidamente cancellati e sostituiti. Il futuro dell’arte di strada passa anche da qui (?).
Continua a leggere: I "Digital Graffiti" di Tangible Interaction

L’avete riconosciuta? No? Un ultimo sforzo ancora. Niente? La risposta è dopo il salto. Intanto vi diciamo che questo inquietante, assoluto capolavoro dell’architettura moderna è la Ennis House e si trova nei paraggi di Los Angeles, in California. E’ stata progettata da Frank Lloyd Wright per Charles e Mabel Ennis nel 1923 e completata da Frank Lloyd Wright Jr. nel 1924 sotto la supervisione del padre.
Basata su un antico tempio Maya e su due lavori precedenti del geniale architetto (la A. D. German Warehouse in Wisconsin e la Hollyhock House di Hollywood), dopo una ristrutturazione imponente, viste anche le dimensioni, è stata messa all’asta per la -preparate le carte per il muto- modica cifra di 15 milioni di dollari.
Al di là della grandezza e dell’importanza per la storia delle abitazioni private, gli 850 metri quadri della Ennis House hanno fatto perdere la testa a più di un acquirente. 45.000 blocchi di calcestruzzo prefabbricati proteggono e dividono giardini, terrazze e ambienti di questa specie di roccaforte, che si sviluppa tutta attorno a una gigantesca sala da pranzo centrale.
Continua a leggere: Ennis House: una fortezza in vendita all'asta

Josef Schulz è uno che probabilmente si è fatto tatuare il famoso motto “Less is more”, almeno a giudicare dalla sua abilità (e ostinazione) nel ’sottrarre’. Ve ne parliamo, nonostante sia un fotografo e dovrebbe essere materia per i cugini di Clickblog, perché il suo lavoro è tutto votato all’architettura e alla comunicazione urbana.
Quello che sviluppa Schulz con le sue foto è un processo che, concettualmente, si avvicina molto al design. Se il meccanismo era efficace nel caso delle sue foto di spazi in “Sachliches & Formen” (palazzi e strutture catturati secondo un’angolazione talmente ‘estrema’ da renderli quasi innaturali nella loro essenzialità), in “Sign Out” si arriva all’invenzione di qualcosa che nel panorama -letteralmente- scompare.
Parliamo dei segnali stradali, dei cartelli che pubblicizzano attività e edifici. Il gesto artistico, semplice e immediato, che compie Josef Schulz è quello di togliere le scritte. Rimane, come immaginabile, solo la silhouette dell’insegna: una forma, appunto. Un vuoto che va ad aggiungersi all’estetica del paesaggio. Cosa c’è dentro? Nulla. Un contorno e un colore. Lo spazio sottratto (e aggiunto) alla vista. Il disegno (design) delle indicazioni che dovrebbero funzionalmente catturare l’attenzione e lo fanno ancora, pure se prive di informazioni. Dopo il salto, una gallery dei suoi lavori.
Continua a leggere: "Sign Out": le insegne vuote di Josef Schulz

Occhei, confesso: ho usato un altro dei moniker del nostro amato Stéphane Massa-Bidal nel titolo per non ripetermi. Detto questo, siamo davanti alla nuova, ennesima ideona di uno dei nostri graphic designer preferiti. Il talentaccio francese anche conosciuto come Hulk4598 non sbaglia nel mettere a segno neanche un colpo.
Dopo aver preso in giro i social network con la serie Web Services Covers Therapy e aver analizzato i limiti dell’attaccamento alle innovazioni tecnologiche con la sua Sociology of Objects, indirizza la sua dissacrante creatività verso i manuali dei software più noti di casa Adobe.
L’approccio è il solito: eleganza retro, caratteri da tipografia vecchio stampo e poche, incisive frasi ben piazzate nel montaggio della pagina a farci riflettere su quanti troppo spesso si credono partecipi del processo creativo solo perché padroneggiano i mezzi per realizzare le proprie idee. Fare qualcosa di buono va ben oltre un’immagine da decine di mega o la maestria con le curve di Bezier. D’altronde, come stigmatizza lui stesso: “To draw you must close your eyes and sing“. Impagabile.
Dopo il salto, la gallery dei poster. Potete informarvi per l’acquisto a questo indirizzo.
Tre siti (due blog e un tumblr) da consultare ogni giorno per approcciare in modo diverso la passione per il design declinata secondo i vostri gusti. Il primo che vi proponiamo è Unhappy Hipsters. Un tumblr in cui a foto di abitazioni dall’architettura a-la page vengono abbinate frasi che, in modo ironico, sottolineano la solitudine dei soggetti ritratti. Tutta questa perfezione ed eleganza dei dettagli finiranno per renderci infelici? Forse. L’antidoto è riderne prima che accada (e che iniziamo a prenderci troppo sul serio).
Il secondo è Minimalissimo, blog che con stile spartano e gran passione, cerca di tenerci aggiornati su tutto ciò che è (ma dai?) minimal. Arte, archittura, graphic design e design industriale, passati al setaccio. Sfondo bianco ‘che più bianco non si può’ e un manipolo di volenterosi. Potete aggiungervi alla lista inviando una mail (concisa, ovvio).
Il terzo è un sito che fa dello stile la misura di tutte le proposte. In The Portastylistic non c’è un unico tema comune: si spazia dalla musica alla fotografia, dalla moda al design. Ogni tanto trovate anche dei dischi da -ehm- scaricare non proprio secondo le regole del mercato. Il risultato finale è un’immersione nel gusto e nella ricercatezza: non quella affettata e snob, ma quella che nasce da un’attitudine vera nel cercare tutte le connessioni di stile possibili tra i vari ambiti di interesse.
Continua a leggere: Design, LifeStyle e Minimalismo: tre siti di cui non potete (?) fare a meno

Certo sarà difficile garantire che non ci saranno più bambini frignanti davanti all’ennesimo piatto di verdura, però l’idea è notevole e i risvolti inaspettati. Magari, durante un pranzo, il vostro (o altrui) pargolo potrebbe rivelarsi un futuro Picasso.
Foodle è un prodotto per i più piccoli creato dal designer Peter Dalton. Un set di posate e di tovaglietta-sottopiatto per scatenare la creatività dei bambini anche a tavola. Forchetta, coltello e cucchiaio hanno solo la parte superiore e possono essere inseriti su pastelli, penne e pennarelli che diventano così il manico e il modo per disegnare in libertà durante il pasto.
Una superficie dove poggiare il piatto fa da blocco, con tre fori in cui inserire le posate. I fogli vengono tirati via quando si riempiono e conservati per non perdere le varie fasi della creatività del bambino. Nella confezione c’è anche una scatola di colori per iniziare a utilizzare Foodle immediatamente.
Foto | via

Nato alla fine degli anni ‘80, in seguito all’incendio dei cantieri dell’azienda omonima, il Campus Vitra rappresenta un caso più unico che raro di connubio tra il mondo dell’architettura e quello dell’industrial design. Il progetto venne in mente all’amministratore, lo svizzero Rolf Fehlbaum che, dopo il disastroso incidente, cerco un modo per affermare la corporate identity della ditta attraverso due operazioni contemporanee.
Da un lato una collezione delle cento sedute che hanno fatto la storia del design del ‘900. Dall’altro, una ‘collezione’ architettonica con gli edifici del Campus commissionati a vari architetti con la supervisione di Nicholas Grimshaw: un museo di Frank Gehry, un centro congressi di Tadao Ando, una stazione dei vigili del fuoco di Zaha Hadid, una fabbrica di Álvaro Siza.
Lo straniamento -voluto- è completo. Lavori distanti tra loro, che generano uno spaesamento fortissimo eppure con dei tratti riconducibili. L’arte funzionale in un contesto industriale niente affatto omogeneo che però, svela il valore altissimo del design e dell’architettura applicate ai bisogni e le esigenze della contemporaneità.