
L’idea arriva dalla Svizzera. L’hanno concepita drzach & suchy: un duo formato da un architetto che lavora in Brasile e un software engineer che risiede a Zurigo. L’intuizione alla base di Piksol è sorprendentemente semplice. Eppure efficace. Vediamo come funziona.
Innanzi tutto i pannelli fotovoltaici. Sono molti, di ridotte dimensioni e posizionati in verticale. Dove c’è luce -ovviamente- c’è anche ombra. Ed è proprio l’ombra a creare l’integrazione dei pannelli con lo spazio che vanno ad occupare. Vengono posizionati in modo tale che il singolo rettangolo proietti un ‘pixel’ (da qui il nome) di oscurità. Nel corso della giornata, quando il sole compie il suo corso, le immagini formate dai “Piksol”, cambiano.
L’effetto è molto suggestivo e, nei giorni in cui le nuvole offuscano la luce, i pannelli si notano appena, visto che sono perpendicolari alla superficie. Una maniera intelligente e dalle molte potenzialità artistiche (e promozionali) per incentivare l’uso della fonte di energia più a buon mercato. Dopo il salto, un video dimostrativo.
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L’avete riconosciuta? No? Un ultimo sforzo ancora. Niente? La risposta è dopo il salto. Intanto vi diciamo che questo inquietante, assoluto capolavoro dell’architettura moderna è la Ennis House e si trova nei paraggi di Los Angeles, in California. E’ stata progettata da Frank Lloyd Wright per Charles e Mabel Ennis nel 1923 e completata da Frank Lloyd Wright Jr. nel 1924 sotto la supervisione del padre.
Basata su un antico tempio Maya e su due lavori precedenti del geniale architetto (la A. D. German Warehouse in Wisconsin e la Hollyhock House di Hollywood), dopo una ristrutturazione imponente, viste anche le dimensioni, è stata messa all’asta per la -preparate le carte per il muto- modica cifra di 15 milioni di dollari.
Al di là della grandezza e dell’importanza per la storia delle abitazioni private, gli 850 metri quadri della Ennis House hanno fatto perdere la testa a più di un acquirente. 45.000 blocchi di calcestruzzo prefabbricati proteggono e dividono giardini, terrazze e ambienti di questa specie di roccaforte, che si sviluppa tutta attorno a una gigantesca sala da pranzo centrale.
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Nato alla fine degli anni ‘80, in seguito all’incendio dei cantieri dell’azienda omonima, il Campus Vitra rappresenta un caso più unico che raro di connubio tra il mondo dell’architettura e quello dell’industrial design. Il progetto venne in mente all’amministratore, lo svizzero Rolf Fehlbaum che, dopo il disastroso incidente, cerco un modo per affermare la corporate identity della ditta attraverso due operazioni contemporanee.
Da un lato una collezione delle cento sedute che hanno fatto la storia del design del ‘900. Dall’altro, una ‘collezione’ architettonica con gli edifici del Campus commissionati a vari architetti con la supervisione di Nicholas Grimshaw: un museo di Frank Gehry, un centro congressi di Tadao Ando, una stazione dei vigili del fuoco di Zaha Hadid, una fabbrica di Álvaro Siza.
Lo straniamento -voluto- è completo. Lavori distanti tra loro, che generano uno spaesamento fortissimo eppure con dei tratti riconducibili. L’arte funzionale in un contesto industriale niente affatto omogeneo che però, svela il valore altissimo del design e dell’architettura applicate ai bisogni e le esigenze della contemporaneità.
Giulia Boccafogli è un architetto e jewel designer che ha presentato le sue originali creazioni a Young Designer Home.
Abbiamo rivolto anche a lei qualche domanda per conoscerla meglio, ecco di seguito le risposte che ci ha dato:
1) Parlaci di te: percorso di studio e lavoro, obiettivi futuri.
Giulia Boccafogli: sono un architetto di 30 anni, laureata a Firenze nel 2006. Dal 2007 svolgo regolarmente la mia attività professionale come libero professionista e parallelamente porto avanti la mia più grande passione legata al design e alla realizzazione di gioielli contemporanei, passione che mi “perseguita” da quando avevo 19 anni e che da qualche anno è diventata un vero e proprio lavoro. Le mie due occupazioni si contaminano a vicenda e traggono spunti l’una dall’altra, completandosi, anche “sentimentalmente” parlando ho bisogno di entrambe le cose. Obiettivi futuri? Difficile rispondere. L’idea sarebbe quella di lavorare sempre di più al progetto, anche rispetto alla mia linea di bijoux e quindi mi piacerebbe molto un giorno poter lavorare anche per delle aziende come designer. Un modo ulteriore per mettersi alla prova e crescere. Ma dello sfogo artigianale ho visceralmente bisogno. Le mani non sanno star ferme!
2) Quali sono i tuoi punti di riferimento nel mondo del design?
Giulia Boccafogli: Di punti di riferimento fissi non ne ho. Credo che per un buon progettista sia sempre molto importante misurarsi con le problematiche e le realtà specifiche perché questo consente sempre di avere un rapporto di criticità con il prodotto. Mi piace pensare che i punti di riferimento debbano essere sempre cercati ad hoc e che possano per questo cambiare ed evolversi. Questo fa si che non ci siano limiti o paletti precostituiti. Una sana curiosità è comunque un ottimo punto di partenza. Un mio mito personale nell’architettura è Renzo Piano, nella moda, sarò banale, ma Coco Chanel li batte tutti.
3) Come nascono i tuoi progetti e da dove prendi l’ispirazione per dar vita alle tue creazioni?
Giulia Boccafogli: Volendo dare una risposta razionale direi che vado per fasi. Trovo l’idea di partenza, l’ispirazione: può essere una suggestione puramente immateriale, la ricerca di una forma o di una sensazione, come la “sospensione” di alcune strutture di orecchini e collane, o un problema da risolvere (un modo preciso di risolvere una connessione…) o un materiale che stuzzica la mia fantasia in modo particolare (…per esempio le gomme e i linoleum per interni nella mia linea Minimal Chic, un particolare bottone…) o delle semplici immagini suggestive (un viaggio, un accostamento cromatico…). A quel punto da domande e risposte nascono i primi bozzetti. Poi nasce il prototipo, con tutte le ricerche e le sperimentazioni che ne conseguono; di volta in volta questo si perfeziona e si modifica e alla fine si arriva il risultato ottimizzato…difficilmente mi fermo soddisfatta perché poi trovo sempre il modo di evolvere l’oggetto. Ad ogni modo generalmente la prima fase è molto lenta, discontinua, una serie di appunti e schizzi disordinati, poi di solito arriva il momento giusto per sviluppare le idee e quindi ho imparato ad aspettare, a meno che non ci siano delle incombenze, ovvio.
Continua a leggere: Designerblog intervista Giulia Boccafogli

Dopo l’overdose di pandori, panettoni, torroni e dolciumi vari, probabilmente non avete voglia di sentir parlare ancora di cioccolata. Applichiamo la Legge di Gumperson, invece e vi parliamo di una boutique che è un incubo di zuccheri, un tripudio di cacao.
Harajuku è quella zona di Tokyo dove i giapponesi (ma non solo) facoltosi spendono enormi quantità di denaro in un vortice di lusso e appuntamenti d’affari poco convenzionali. Godiva è una delle case produttrici di cioccolata più famose al mondo. Dedicata alla leggendaria Lady Godiva, nata in Belgio 80 anni fa a Brussels, è una specie di istituzione nel settore.
Completa la divina triade l’architetto e designer Masamichi Katayama. Il capo del Wonderwall Design Studio, ideatore di alcuni degli spazi più innovativi e incredibili in cui vi potrete mai imbattere, ha deciso di caratterizzare il Godiva Chocoiste Store facendo sentire il cliente come all’interno di uno dei prodotti della Godiva.
Continua a leggere: Lo store al cioccolato "Godiva Chocoiste" di Tokyo
Due miti al prezzo di uno. Anzi tre. Charles e Ray Eames sono forse una delle coppie di designer più famose della storia. Lui precoce progettista e architetto, lei designer e film-maker, hanno creato insieme alcuni dei lavori migliori mai prodotti. Sedie, abitazioni, libri: non c’è praticamente applicazione del design che la coppia statunitense non abbia impreziosito con il loro talento.
La Polaroid SX 70 è uno di quegli oggetti che non hanno davvero bisogno di presentazioni. Prima reflex dotata di autofocus, orgoglio e innovazione della storica casa produttrice della pellicola a sviluppo istantaneo, icona di design e prodigio di tecnologia che resiste nel tempo e a qualsiasi moda. Pietra miliare che ha dato vita a tutti i modelli più famosi degli anni ‘80.
Questo -splendido- video che vi proponiamo (è in inglese, ma molto comprensibile e le immagini parlano da sole) unisce appunto le tre ‘figure’ di cui abbiamo appena parlato. Girato da Ray Eames con la collaborazione del marito, è uno spot promozionale che illustrava al mondo le meraviglie tecniche di questa -allora- nuova macchina fotografica. Una gioia per gli occhi e un must per ogni amante del vintage che si rispetti.
Continua a leggere: Lo spot della Polaroid SX 70 di Charles e Ray Eams

Ancora dalla Shenzhen Biennale di Hong Kong, un’altra installazione per riflettere sulla natura degli spazi abitativi e su come design e architettura possano arrivare a influenzarli radicalmente per rispondere alle varie esigenze della contemporaneità.
Lo studio KUU di Shanghai, specializzato in design di interni e nuove soluzioni architettoniche, propone Shared Housing, un nuovo modello di residenze per i popolosi centri urbani della Cina. Le case sono composte da stanze di tre metri per tre, interconnesse tra loro, in modo tale da costringere i tre abitanti previsti a interagire.
L’interazione non avviene solo sul piano umano, ma è stimolata anche da come sono costruiti e affiancati gli spazi. Cortili e cucina in comune, oltre a fori quadrati nelle pareti che permettono di non dover utilizzare porte per rivolgersi a chi sta fisicamente occupando gli altri vani. Un’idea estrema e provocatoria che mostra abilmente un limite e una risorsa delle nuove forme di sovrappopolamento. Di seguito, una gallery dell’installazione.
Foto | via

Joakim Dahlqvist è compulsivo. Innanzi tutto come designer. A leggere il suo curriculum, ci si chiede se abbia mai avuto una vita privata. Nato in Svezia, è vissuto tredici anni a Singapore. Poi, al ritorno, ha studiato architettura e si è preso un Masters degree with honors dal Design Research Laboratory della Architectural Association School di Londra.
Ha lavorato per l’Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam, per Prada come consulente sulla ricerca e le tecnologie (incredibili i suoi allestimenti), in Italia con April per realizzare il National Geographic Store. Insieme a Jens Hommert e Hieu Dam ha persino trovato il tempo di aprire un bar e un ristorante i cui interni, ovviamente, sono curati da lui stesso.
L’elenco potrebbe continuare con lavori di architettura, animazione, programming, e video. Noi ci limitiamo a segnalarvi la parte più folle della sua produzione. Le sue dettagliate e compulsive illustrazioni. Dalla città immaginaria (forse legata alla mitica Frisland) che potete ammirare in tutti gli splendidi dettagli a questo link, a quest’altra, altrettanto intricata. Oppure a questo delirante prospetto architettonico.
Continua a leggere: Le illustrazioni ossessive di Joakim Dahlqvist
David Schultze nasce come architetto, poi passato al design industriale con la scoperta delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Ha creato il suo SchultzeWORKS nel 1997 e gestisce Professor3D: un sito in cui appassionati e i professionisti nel campo della grafica e della modellazione si scambiano suggerimenti e postano tutorial.
Da sempre interessato alle strategie per fondere innovazione tecnologica e elementi di design più tradizionali, Schultze progetta principalmente apparecchiature elettroniche di largo consumo, elettrodomestici, mobili e supporti per l’illuminazione. Da questa sua grande capacità di adattare esigenze funzionali attuali a un gusto retro, nasce il prototipo del “Philco PC”.
Ispirato al Philco Predicta, un televisore in vendita nel 1954- al minimalismo e allo steampunk, il risultato -spiega proprio David Schultze- è un’estetica nel design che unisce molti elementi familiari con uno stile più nuovo e i moderni PC su cui viene installato Windows 7.

Il MahaNakhon non esiste ancora. L’ha ideato Ole Scheeren, un architetto un po’ matto che è socio dell’Office for Metropolitan Architecture. Scheeren non è poi esattamente matto: visionario è la parola giusta. Ha già realizzato il meraviglioso Beijing Television Cultural Center e il palazzo che ospita la sede della China Central Television (meno bella, ma comunque visionaria).
A Bangkok, in Thailandia, hanno deciso che gli serviva un grattacielo di lusso. Una cosa minima: 313 metri per 77 piani. Il più alto della città. Dentro, solo posti per gente con una cartucciera di carte di credito gold. Duecento alloggi della Ritz-Carlton, 150 stanze di albergo costosissime, ristoranti, terrazze e una piazza, davanti. Per non farsi mancare nulla.
Io me la immagino la faccia dei committenti quando Scheeren gli ha detto: “Lo faccio, però ve lo buco”. Con un sistema di vetri e la tecnica di rimuovere dei giganteschi voxel (come i pixel, ma in 3D), il MahaNakhon sembrerà ’scavato’ da un unico gesto, come i palazzi di Cloverfield. Il risultato, va da sé, è splendido. Un po’ costoso, quello sì. Di seguito, la gallery dei render del progetto.