
La spinosa questione del logo Italia ha prodotto nell’arco di due giorni una vera e propria mobilitazione di massa, il blog è stato letteralmente sommerso di commenti da parte dei lettori e nella rete si stanno moltiplicando i sondaggi e le iniziative contro il controverso logo realizzato dalla filiale italiana della Landor.
Per la prima volta un progetto grafico, che in altri tempi sarebbe passato quasi indisturbato, ha prodotto una levata di popolo e questo dato credo che sia il frutto di una sensibilità, un’attenzione che grazie alle nuove lauree specialistiche in design e comunicazioni visive si sta formando in Italia.
Ho chiesto a Mario Piazza, direttore della rivista Domus, membro del consiglio direttivo dell’Aiap di cui è stato il presidente dal 1994 al 2006 di commentare quanto accaduto, la risposta è arrivata puntuale.
Ringrazio a titolo personale e a nome di tutta la redazione di designerblog Mario Piazza per questo importante contributo.
Un dato di partenza è la fragilità della nostra classe politica. Una fragilità così profonda che per un battito di ciglia collassa.
Questo è il vero dato, la vera sostanza del progetto sta nella qualità che si crea nella relazione. Il “ridicolo” che riscontriamo nel progetto è il “ridicolo” di un percorso o di un processo, che seppure indiscutibile (è stato fatto dalla Landor non da sprovveduti o ingenui grafici della domenica), produce un disvalore. Un qualcosa in cui noi, non in quanto grafici, ma soprattutto come cittadini non ci riconosciamo. Non vorremmo mai indossare questo abito, in primo luogo perché non ci rappresenta e non rappresenta neppure lo stereotipo (o gli stereotipi) della nostra nazione. Forse è meglio esser conosciuti per il paese del sole, della pizza e del mandolino. Simboli che sono archetipi culturali, capaci di essere popolari, ma anche universali e quindi di essere decodificati. Poi naturalmente viene la forma, che non è irrilevante o secondaria. Ma senza la sostanza, la forma non serve a nulla. Il progetto vincente ha in tutto ciò la sua debolezza. Il suo non essere sintesi, la sua incapacità a rendere i sapori, i valori, i difetti, i colori dell’essere Italia. La lettura del marchio è un percorso meccanico, dove ogni passo viene giustificato per sorreggere il seguente. Ma una “i” bodoniana con un pallino colorato è lontana mille miglia dalla purezza ideale del bello di Bodoni o di Canova. E la bellezza non è una nostra dote?
L’artificiosità segmentata di questo costrutto visivo è mera deduzione, senza anima e passione. Ma l’anima e la passione non sono una nostra dote? Che senso ha costringere una “t” minuscola a dover somigliare, peraltro senza riuscirci, ad un profilo geografico. Così con un percorso totalmente astratto, da chirurgo che di certo non vive nei telefilm sui pronto soccorso, si sublima in un sorta di sacco verde cose che hanno ben altre ragioni e forme. E la forma della nostra nazione non è una singolare dote?
Il modello deterministico e auto-valorizzante del marketing partorisce il topolino. La presunzione asettica, che non si sporca mai le mani, che non vive nella società, ma solo nei sondaggi e nei rilevamenti statistici pensa davvero di poter produrre la sintesi di un paese? Un corpo così ampio e multiforme - come una nazione - è davvero difficile pensarlo in un segno, ma cesellarlo con un insipido sapere tecnico è davvero dare la risposta sbagliata.
L’altra sua richiesta è cosa possono fare le associazioni, e io posso parlare della sola a cui sono iscritto, cioè l’Aiap, di fronte a tutto ciò. Quando mi trovo in queste ambasce la prima cosa che penso è: dove abbiamo sbagliato? Si, perché prima che gridare al vento, giustamente ma senza grandi ritorni, quasi fosse la questione una cosa che riguarda solo noi grafici la nostra “cerchia” (ma non è vero, dei costi ci sono anche per i cittadini), penso che la nostra motivazione all’ascolto e al coinvolgimento ad un diverso sentire nei confronti dei nostri amministratori è infinitamente debole. Forse per far valere le cose di cui sopra, dovrei, dovrebbe l’Aiap che so convincere Sgarbi ad urlare di fronte a tanta pochezza! Forse porteremmo a casa qualche risultato, e poi? Il valore del nostro lavoro è da sempre sottostimato, ancellare, invisibile, ma , credo, anche centrale, importante ed indispensabile (è la ragione per cui lo svolgo). Ma quanto sappiamo trasferire queste qualità nel lavoro quotidiano, nei nostri interlocutori, nei nostri utenti? E quanto li stiamo ad ascoltare e non li deformiamo con le nostre presunzioni visive? Avviene nel piccolo, ma diventa pachidermico in questo caso. Credo che se potessi prender sotto braccio Prodi o Rutelli, saprei far capire cosa non va. Perché certo il politico non sa guardare e quindi si affida a dei fiduciari (i giurati), persone degnissime ma sostanzialmente impreparate a gestire tali scelte. Quello che abbiamo ottenuto è davvero quello che voleva Prodi o Rutelli, e che ci hanno presentato in conferenza stampa?
Ora il ridicolo sta qui, in questa parodia del progetto, che compra dalla multinazionale, lo paga tanto (e speriamo che da oggi tutti gli amministratori pubblici riconoscono il valore economico delle nostre professionalità), lo annuncia in pompa magna, ma tutti noi ci vergogniamo! I love Italia, direbbe Milton Glaser.
Domenico Catapano
23 feb 2007 - 13:11 - #1Ma che intervento è?
Biba
23 feb 2007 - 19:17 - #2Uno più intelligente e diverso dal solito, che va al di là dei soliti “fa schifo” e tenta una analisi degna di questo nome.
rafz
23 feb 2007 - 21:00 - #3Sarebbe bello se da oggi, come si auspica Piazza nell’ultima frase di questo suo intervento, i politici riconoscessero veramente il valore economico delle nostre professionalità. Dubito però che ciò avvenga… per adesso hanno solo dimostrato di essere abbastanza ignoranti in materia, quindi mi viene da pensare che anche in futuro continueranno a riconoscere (e strapagare) la professionalità in base a parametri slegati da quest’ultima (ad es. essere una multinazionale da diversi milioni di fatturato)
anonimo.
24 feb 2007 - 05:07 - #4sono commosso…
PIAZZA è IL CAPO.
…anche perchè nella foto ha i capelli come il logo…
Marco
24 feb 2007 - 09:42 - #5Da La Repubblica del 22/02/07 apprendo che il vincitore del concorso per il marchio-Italia è un’agenzia di comunicazione di San Francisco, la Landor, che si beccherà 100milioni di euro di premio.
Il logo vincitore è già oggetto di contestazione in rete (http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=23904&idsezione=2) e certamente se avesse partecipato qualche studente dell’accademia di belle arti o di un istituto d’arte, avremmo avuto sicuramente qualcosa di meglio.
Vedendolo, quello vincitore, mi fa pensare all’incompetenza dei giurati che ha fatto portare a casa alla Landor i 100milioni di euro (con una cifra così si possono far vivere di rendita 3-4 famiglie o più) perchè, dal basso della mia ignoranza di grafico, di esteta, di ex addetto ai lavori, è proprio brutto e antiquato. Una brutta copia di un particolare di un disegno di Mirò.
Secondo me si dovrebbe rifare il concorso e ci vorrebbe una giuria popolare super-partes per decidere il vincitore.
100milioni di euro sono soldi dei contribuenti, quindi miei, vostri e pensateci bene: dareste questa cifra per un logo così che dovrà accompagnare tutti gli eventi italiani all’estero e in Italia ?
Con 100milioni di euro si potevano acquistare 100 case a Posillipo per far vivere 100 famiglie, o 500 case più modeste per risolvere il problema agli sfrattati.
Spreco di denaro pubblico.
Il logo che vi propongo in allegato (Think Italy) l’ho fatto io. Non sono un grafico ma avrei desiderato partecipare se i requisiti del bando lo consentivano. Ma i requisiti ce li aveva la Landor che tra l’altro ha realizzato in passato ottimi marchi, ma qui mi pare abbia fatto una gran bischerata.
Non so, ci vorrebbe una petizione per annullare il concorso. Chissà cosa ne penserebbero critici ed esteti come Bonito Oliva, Aldo Busi, Sgarbi, Testa figlio…
Andrea
24 feb 2007 - 12:08 - #6– @Marco –
..a dire il vero è stato strapagato, ma la cifra è 100.000 euro, non 100 milioni di euro..
e questo intervento di Mario Piazza è davvero bello.
Biba
24 feb 2007 - 16:13 - #7@Marco
1) la validità di un marchio non può essere decisa da una giuria popolare, sarebbe ancora peggio
2) non è certo la mancanza di capacità grafica che manca in questo marchio ma, come anche precisato da Piazza, la ricerca, il coinvolgimento in una realtà a cui chi l’ha creato evidentemente non appartiene. Quindi tutto questo ha poco a che vedere con presunti studenti dei belle arti e similari. Una adeguata preparazione e una pessima ricerca fanno comunque un marchio che non funziona.
PETIZIONE PER STRACCIARE “IL COSO” at
26 feb 2007 - 00:17 - #8[…] Qui il punto di vista di Mario Piazza. […]