La campagna advertising di Amnesty International contro la pena di morte

Cosa hanno in comune l'impiccagione, la sedia elettrica e un colpo di pistola alla nuca? Sono esecuzioni, delle tante che ancora si compiono in nome della legge e della giustizia. Sono 108 gli Stati che ancora la praticano, e per questo Amnesty International ancora si batte contro la pena di morte, a suon di firme e campagne di advertising.

La campagna advertising di Amnesty International


La campagna advertising di Amnesty International

Nell'ultima campagna, prodotta dalla nota ONG che si batte fin dal 1961 per la salvaguardia dei diritti umani, possiamo vedere tre differenti immagini, anche se molto simili tra loro. D'altronde il concetto propugnato è sempre lo stesso: se si raccoglieranno abbastanza firme da sensibilizzare l'opinione pubblica e quindi i capi di governo, le condanne a morte potranno essere soltanto un breve ricordo.

Sono le firme le protagoniste quindi, accanto ovviamente alle esecuzioni. Questa comunicazione è degna di merito dal momento in cui non c'è nessuna immagine violenta, che magari farebbe voltare la testa dall'altra parte a qualcuno. In compenso però c'è tutta l'ansia e l'attesa per l'esecutore che deve percorrere l'intero corso della firma che si dipana come uno stretto e asfissiante corridoio. Tutto attorno c'è un alienante deserto, le uniche presenze sono dell'esecutore e del condannato.

Il concetto è abbastanza chiaro così. Ma giustamente per rendere più palese il concetto il claim recita: Every signature makes it harder, ossia: Ogni firma lo rende più difficile.

Di fronte a certe immagini personalmente mi viene da pensare che non è vero che quando si muore, si muore soli, perché in caso di pena di morte a farti compagnia c'è sempre il boia, e con lui lo Stato che lo legittima. Allora tanto vale che a farci compagnia ci siano anche tutte le firme di chi sostiene Amnesty International.

La campagna advertising di Amnesty International
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