Vi proponiamo un’interessante intervista fatta al designer italiano Romolo Stanco che parla della sua grande passione per la sua professione e del suo approccio alla progettazione. Il suo sogno più grande? Continuare a divertirsi…
Il tuo cognome fa “Stanco”: quanto ti rispecchia rispetto al tuo lavoro?
Il mio nome è un ossimoro del mio modo di essere… chi mi conosce a volte mi prende in giro dicendo che di certo ho un organo interno che secerne sostanze eccitanti e le sprigiona di continuo nel mio corpo. Una sorta di doping endogeno!
In realtà il mio lavoro mi diverte ed occupa gran parte delle mie giornate: guardarmi intorno, giocare con la Nintendo Wii, andare a vela con il mio 420, fare un giro per le colline emiliane con la moto o passare ore nei laboratori del CNR dove si sperimentano nuovi materiali e tecnologie per il settore biomedicale sono attività personali e ludiche che fanno però da stimolo molto spesso ad intuizioni, suggestioni e stimoli per nuovi progetti…
Davanti al foglio di carta bianca o al monitor del computer mi occorre solo esprimere le idée in modo più definito, trasformare in concretezza quello che nella mia mente è già reale. Un collegamento firewire cervello/mac mi faciliterebbe molto in questo!
Chi fa il mio mestiere sa che in realtà le idée migliori non nascono in studio ma nelle situazioni più assurde. E’ come per chi compone musica: in genere ti salta in mente il motivo giusto o l’armonia perfetta nei luoghi o nelle circostanze più strane; poi occorre continuare a canticchiare il motivetto finchè non si ha la possibilità di fissarlo in una registrazione.
Poi, se ne vale la pena, l’idea viene sviluppata, sgrossata, perfezionata.
Nel resto del tempo mi dedico alla mia famiglia, gioco con la Wii, snocciolo un bel po’ di chilometri sulla mia Ducati… insomma mi diverto!
Difficile davvero stancarsi, credo che potrei stancarmi solo se non cercassi stimoli nuovi emozioni, sensazioni.
“IV House” è un progetto che sfida la forza di gravità, “ELFO” è uno studio di registrazione che nasce da una decostruzione organica …sei stanco della realtà?
Credo che la realtà abbia bisogno di sfide nuove per essere meno noiosa, non tanto di risultati tecnici, di innovazioni formali o di scuole di pensiero ma di tentativi di interazione con il mondo in continua mutazione in cui ci troviamo a vivere. Per questa ragione nei miei progetti non si coglie un approccio accademico o formalmente coerente ma la continua ricerca di equilibri sia che si tratti di progetti di architettura che di oggetti di design. Sono convinto che nel tempo di Google e dell’Iphone non si possa credere di trovare “una” soluzione adattabile ad ogni tipo di progetto: il progettista stesso entra a far parte, di volta in volta, di un campo di interazione tra contesto, oggetto architettonico, funzione, forma ed emotività nel quale occorre necessariamente trovare equilibri dinamici “interattivi” abbandonando l’illusione di poter imporre un “ordine” a priori.
IV House è da una parte una sfida alla legge di gravità per il suo sbalzo verso lo skyline delle colline emiliane ma allo stesso tempo è una scatola minimale, statica, monolitica e addirittura imponente. Ha due facce apparentemente in contraddizione che tuttavia acquistano in senso in relazione al contesto in cui l’abitazione è inserita e all’utilizzo che ne f ail committente. La forma non segue meccanicisticamente la funzione ma interagisce con questa in un rapporto dialettico.
Elfostudio invece, come una composizione jazz, cerca di coniugare logiche antitetiche: armonie, dissonanze, pause e cambi di ritmo e di dimnamica vengono congelati in un “istante” che diviene uno spazio emotivo e funzionale. Se Elfostudio non fosse stato uno studio di registrazione musicale non avrebbe “chiesto” certe interpretazioni e dunque non avrebbe avuto certe forme…
Sei passato dagli studi di Fisica alla progettazione di complementi d’arredo (passaggio non proprio usuale): come è avvenuto questo cambiamento?
La fisica contemporanea mi ha sempre appassionato per la sua capacità di assorbire in anticipo I cambiamenti epocali. Se si vuole è un po’ assimilabile alle avanguardie artistiche perchè si pone (in modo scientifico) come una forma di osservazione e interpretazione del mondo. Cosa faceva Andy Wharol se non osservare e interpretare il suo tempo? La fisica contemporanea ha abbandonato già da decenni il principio di non contraddizione introducendo il paradosso come una delle possibilità nella descrizione di un evento. La grande rivoluzione sta nel concepire gli eventi naturali, la material stessa, l’energia come campi di interazione che non possono essere imprigionati in una lettura statica e univoca.
Questa visione della realtà ha un approccio molto architettonico (in senso anti-modernista) perchè porta a vedere lo spazio costruito come una entità con cui - da cui e verso cui - instaurare una relazione e non come uno statico oggetto funzionale. Lo spazio architettionico viene “percorso”, usato, disturbato da presenze sempre diverse, suscita emozioni, suggerisce percorsi non può a mio avviso essere imprigionato in una griglia o in una rappresentazione formale rigida
Così come la fisica contemporanea suggerisce di annullare i confini tra soggetto e oggetto, così anche in architettura la sfida può diventare quella di interpretare il progetto come interazione tra spazio costruito, contesto e utenza (non solo come funzione ma soprattutto come relazione emotive con lo spazio) annullando ogni gerarchia e imposizione formale.
Space Odyssey, Jungleland, Be Come Real…come scegli i nomi per i tuoi progetti?
Per me il progetto spesso nasce da una dinamica emotiva e pertanto I riferimenti al titolo di un film (come nel caso di A Space Odyssey) o a una canzone di Bruce Springsteen (Jungeland) rappresentanno in modo completo il percorso che sta alla base di un determinato lavoro. 2001: A Space Odyssey è un capolavoro cinematografico che muove i sentimenti dello spettatore verso territori multiformi: dalla esaltazione tecnologica si passa alla natura stessa della vita dell’uomo, dall’origine della vita ci si proietta verso la risposta ai dubbi ancestrali dell’uomo, dall’oscurità e dall’angoscia dello spazio più profondo si passa alla splendida bianchezza di un mondo sconosciuto in cui tempo e spazio perdono ogni valore. Nel film si passa dalla esaltazione al dubbio, dalla speranza all’ansia, dalla pacatezza alla frenesia passando per la noia e l’illusione. Sono le stesse emozioni, sensazioni ed esperienze che ogni giorno ci sorprendono nelle nostre case e nei luoghi in cui viviamo e che stimolano il progetto verso la possibilità di interagire ed adattarsi a stati differenti, a punti di vista in evoluzione. Per questo motivo scelgo spesso nomi che suggeriscono un insieme di emozioni che possono essere ritrovate o suggerite nel progetto stesso.
Credi ci sia un contenuto “moda” nei complementi d’arredo?
Credo sia un fatto che vi siano mode e tendenze nell’architettura e nel design. L’architettura organica degli stararchitects il design sostenibile, il minimalismo… E’ ovvio che dove c’è una definizione c’è un momento di stanchezza, di staticità. Nell’abbigliamento è differente, ogni sei mesi tutto cambia: ci abituiamo rapidamente a indossare pantaloni larghi come autostrade o attillati come cortecce al tronco dell’albero in tempi minimi. Quello che oggi riteniamo “fuori moda” non più di un anno fa ha magari fatto vibrare i nostri cuori davanti alle vetrine di Prada come imperdibile simbolo di contemporaneità. Nell’architettura e nel design I tempi di adattamento sono molto più lunghi, le abitazioni non cambiano ad ogni stagione e il tempo di realizzazione di un progetto spesso diventa considerevole in relazione ai cambiamenti repentini della nostra società. Credo che un buona intuizione sia quella di progettare in relazione aperta con chi utilizzerà il progetto/oggetto. Quando ho disegnato la seduta LaDinDon, a esempio, ho pensato ad un oggetto che oltre ad avere una forma essenziale e come elemento funzionale fosse in grado di stabilire con l’utente una relazione di interazione. Così oggi, domani o tra cent’anni chi si siederà su quella poltroncina avrà sempre in un primo tempo una sensazione di incertezza e di dubbio, poi acquisirà confidenza e fiducia, poi inizierà a giocare e a entrare in sintonia con l’oggetto. La forma potrà essere certamente soggetta ad una moda ma le sensazioni, la natura esperienziale della relazione con un oggetto, quelle non passeranno mai di moda e saranno diverse per ogni persona.
Qual’è il segreto del tuo successo?
Forse varrebbe la pena girare la domanda a Mick Jagger!
E’ molto importante avere un approccio aperto e dinamico, essere aperti e cogliere l’importanza e l’innovazione di campi estranei al nostro e rapportarsi al proprio lavoro con una indispensabile dose di ironia e incoscienza. Un po’ rock’nRoll come filosofia ma alla fine – forse anche per la mia esperienza personale di musicista - credo che un pezzo - di design, architettonico o musicale – possa avere successo quando nasce da stimoli reali e concreti, viene poi sviluppato con un lavoro di ricerca e di sperimentazione intense e non ultimo quando si ha il coraggio di portarlo sul “palco” – e dunque di realizzarlo e di presentarlo al pubblico - con l’orgoglio del proprio percorso.
Credo che fare il mio mestiere sia una delle attività più divertenti del pianeta forse seconda solo a essere il leader di una rock’n’roll band ma… mai mettere limiti al futuro no?
Nel 2006 sei diventato art director di NONESISTE Design Lab ed il tuo obiettivo è stato fin da subito quello di sviluppare nuove idee in maniera creativa: sei riuscito a realizzare I tuoi intenti?
Il laboratorio NONESISTE nasce da un’esigenza che sentivo già da qualche anno. Nel campo del design e dell’architettura c’è uno scollamento a mio avviso molto fastidioso tra il mondo dei progettisti e quello della produzione. Vi è stato un tempo, quello del “grande design” in cui aziende e progettisti andavano a braccetto alla ricerca di elementi div era e reale innovazione. Ma in quell momento storico, direi fino ai primi anni ottanta, vi era la possibilità di controllare direttamente e padroneggiare differenti campi di applicazione in un unico progetto. Da allora vi sono stati cambiamenti sostanziali (dico a livello culturale) e una parcellizzazione sempre più specialistica dei “saperi”. Elettronica, informatica, materiali con caratteristiche impensabili, processi produttivi. Nel terzo millennio e un po’ non è verosimile che una azienda possa investire e disporre di un paniere “completo” dello stato dell’arte e dunque l’innovazione diventa un sostantivo irrilevante a sostegno di aggettivi di volta in volta differenti. Innovazione di prodotto, innovazione sostenibile, innovazione tecnologica… Ma il senso del sostantivo si perde.
Innovare prende quasi il significato di “perfezionare” non di buttare nel mondo qualcosa di realmente nuovo.
NONESISTE è un laboratorio che permette di sviluppare collaborazioni con laboratori di ricerca lontanissimi dal mondo dell’architettura e del design con l’obiettivo di ampliare e controllare conoscenze altrimenti inaccessibili. Per lo sviluppo di alcuni progetti ho collaborato con il CNR-IENI, il laboratorio del Consiglio Nazionale delle Ricerche che si occupa di materiali metallici non tradizionali soprattutto per il settore biomedicale, per altri con aziende di nautical che hanno lavorato alla realizzazione degli scafi dell’ultima coppa America.
Non c’è un reale punto di contatto tra questi settori: il vero punto di contatto è un’idea, una intuizione progettuale cui dare un seguito attraverso l’esplorazione di mondi differenti che non possono essere conosciuti tutti da un’unica azienda o da una sola persona.
NONESISTE funziona come un network di conoscenze aperto, upgradabile finalizzato a concretizzare idée innovative.
Ecco, ora il termine innovativo è diventato un aggettivo e il sostantivo è idée…
Rendere le idée concrete all’interno del laboratorio e con le competenze più varie e diversificate può portare poi a presentarle direttamente al pubblico attraverso la realizzazione e la commercializzazione di edizioni numerate - una sorta di paradossale quanto realistica produzione in serie di prototipi – o a stimolare le aziende produttrici a intraprendere un percorso di collaborazione per uno sviluppo seriale dei progetti.
Trovi maggior ispirazione nella Natura o nella Tecnologia? E quale delle due pensi possa fornire maggiori possibilità?
E’ una domanda a trabocchetto vero? La tecnologia ha da sempre cercato di imitare la natura sono due facce inscindibili della stessa megaglia. Le possibilità più stimolanti e interessanti stanno in un territorio di confine in cui l’equilibrio è talmente precario da essere quasi impossibile distinguere I significati. Le più grandi “cantonate” sono state prese nei momenti in cui si è cercata una “supremazia” definita tralasciando il fatto che anche il più determinato degli scienziati nella sua vita conosce naturali sensazioni come paura, freddo, amore.
L’ispirazione può venire da ovunque l’importante è non precludere alcuna via.
Cosa viene prima: innovazione o funzionalità?
L’innovazione non va considerate come una voce indipendente ma come una risorsa dalla quale estrarre nuove possibilità concettuali espressive e funzionali. La tecnologia a LED ad esempio è una tecnologia innovative e come tale ha dato vita a nuovi progetti di apparecchi illuminotecnici. Ma a volte mi chiedo se ci sia una reale motivazione in questo tipo di applicazioni che vada aldilà della applicazione di una innovazione tecnologica. Nel caso dei LED, a parte rarissimi e pregevoli tentativi, non vedo una applicazione innovative tale da cambiare le vite degli utenti. Sia chiaro, non intendo limitare l’uso dell’innovazione al miglioramento di performance tecniche, l’innovazione può anche servire a provocare reazioni emotive: sorpresa, stupore, incredulità sono sensazioni a volte provocate da grandi intuizioni tecniche (I ponti di Santiago Calatrava per fare un esempio: servono sempre ad andare da una sponda all’altra ma quando li si percorre si compie un’esperienza unica)
I fratelli Bouroullec dicono spesso che Marcel Wanders è un designer “vecchia scuola”. Sei d’accordo?
Credo che Jonathan Ive potrebbe dire la stessa cosa dei fratelli Boroullec. Il fatto che se ne stia zitto e buono col “suo” iphone tra le mani la dice lunga!
Descrivi la casa perfetta in termini di architettura e interior design. E’ davvero possibile crearla?
Sono convinto che l’architettura non possa trovare “una” perfezione ma possa tendere ad un obiettivo ovvero di realizzare spazi che si relazionino con chi li utilizza in modo dinamico. Spazi che si preoccupano di una interazione emotiva e funzionale con l’uomo non saranno architetture perfette ma di sapranno reggere il tempo con grande dignità. Pensiamo alla “casa intelligente” degli anni 90. Oggi forse risulterebbe come una delle soluzioni più stupide e antifunzionali. Credere che il presente possa fornire una soluzione perfetta ad un problema è una presunzione da abbandonare. Solo cinque anni fa per guardare la finale di calico dei mondiali avremmo dovuto stare rinchiusi nelle nostre case oggi possiamo guardarla sul monitor del telefono cellulare sulla spiaggia…
Dr. Fisher e Dynamic Architecture hanno annunciato la creazione dei primi palazzi in movimento che sorgeranno a Mosca e Dubai. Che ne pensi?
Quella di Fisher è un’idea interessante soprattutto per l’idea di progettare edifici capaci di autogenerare energia. Mi auguro che idée innovative in quelsiasi campo diano una svolta radicale ad un modo di interpretare la proggettazione a volte troppo radicato alle mode o a un approccio formale. In passato alcuni progettisti fortemente innovativi come Eero Saarinen per fare un esempio, si sono scontrati con l’approccio accademico del modernismo finendo per essere considerati una sorat di eccezione, di incongruenza del sistema. Oggi non esiste una “scuola” dominante come quella del movimento moderno ma vi sono tendenze (o forse nomi di tendenza) capaci di indirizzare l’evoluzione creative verso direzioni specifiche. Sono convinto che questo sia un limite. Jan Kaplicky (Future Systems) diceva “Spazi definiti da otto spigoli non sono una necessità…” e in questa “possibilità” di esplorare opzioni diverse non c’è un imperativo ma si legge una scelta, uno stimolo a nuove sfide. Questo è un bel modo di affrontare l’architettura del contemporaneo.
Qual’è il tuo sogno a livello professionale: budget illimitati, ispirazione senza fine, materiali innovativi…altro?
Continuare a divertirmi.
Bronko85
31 lug 2008 - 13:50 - #1Semplicemente sublime. Complimenti a chi ha avuto l’idea di realizzare queste interviste e complimenti a Romolo Stanco…
p.v.
31 lug 2008 - 15:59 - #2quante chiacchere…
e i progetti dove sono?
petauro
01 ago 2008 - 13:28 - #3Quanto lavorano con la bocca i nuovi designer, ma poi tutti che hanno esigenze… Si sentono trasportati… Colgono l’essenza… La pace nel mondo… Il caldo che fa…
Ma non ci sono più gli eccentrici, questi sono figli della noia intellettuale. Che barba.
Romolo Stanco
01 ago 2008 - 14:33 - #4Olà.
Cerco di essere abbastanza attento e di accettare e rispondere sia ai complimenti che alle critiche.
Tuttavia in una intervista si risponde a delle domande ed autoreferenziare le risposte con i propri progetti mi pare un po’ egocentrico…
Grazie a dio il mondo non ruota intorno ai miei lavori, ma designerblog ne ha pubblicati parecchi, sia di architettura che di design, dunque è relativamente facile cercare corrispondenze tra chiacchiere e realtà.
Solo per precisazione: ho apprezzato molto l’idea di alcuni blog e siti internet di dare spazio alle chiacchiere dei progettisti in modo libero e aperto.
Personalmente credo che al mondo ci stia Arne Quinze così come Chris Bangle e che entrambi abbiano una logica che viene espressa attraverso i loro lavori e attraverso il loro pensiero.
Non credo che Eric Owen Moss sia “figlio della noia intellettuale” e mi piace leggere il suo punto di vista svincolato dalla lettura di un suo progetto.
La gente pensa la gente fa, un po’ come la scimmia.
Onestamente e personalmente perferisco chi racconta un percorso a chi mostra soltanto una facciata e trovo più noiosa l’analisi sulll’ennesima scelta di occhiali di Rashid di quattro chiacchiere fatte in “leggerezza” su logiche e percorsi progettuali.
Tuttavia rispetto Rashid e Quinze tanto quanto Moss e Bangle, perchè hanno qualcosa da dire e lo fanno indipendentemente dai mezzi scelti per farlo.
Ovviamente ognuno ha diritto al proprio punto di vista: questo è il fantastico approccio del web 2.0.
Questa è la ragione per la quale se in qualche modo esiste una “vetrina interattiva” è interesante poter scambiare punti di vista ed esserne personalmente parte.
rO.
petauro
01 ago 2008 - 16:59 - #5Caro Stanco,
io sono uno spettatore e un lettore, quindi giudico quel che vedo e leggo, e lavoro per designer e architetti, questo per puntualizzare che mai giudico in base a invidie o remoti soprusi (come invece spesso accade).
Detto questo trovo di una noia e sterilità pazzesca un dialogo come sopra, perchè lo trovo semplicemente zeppo di luoghi comuni quando si parla di design(l’innovazione, la funzionalità, la concettualità), e di clichè quando si parla della persona(il designer che va sulla Ducati, va in barca a vela e gioca con la wii mischiando il rock che non fa mai male e che puntualizza che si diverte…).
Se non si parla esplicitamente dei tuoi progetti, come può benissimo essere, potresti parlare di te, delle emozioni, delle scosse che subisce la tua sensibilità quando osservi, delle sensazioni che prova un creativo quando crea.
Io per chiacchere in leggerezza, del tutto legittime e anzi necessarie, intendo questo, intendo scavalcare clichè e luoghi comuni, ed è esattamente questo a cui era riferita la mia ironica frase della noia intellettuale, il non riuscire o non volere rapportarsi ad esternazioni non convenzionali, le uniche, a mio parere, che in qualche modo possono stimolare veramente e dare un punto di vista magari sconosciuto a chi è avido di informazioni o vuole ricalcare gli stessi passi (motivi plausibili per leggerti).
Se tu per primo non cavalchi un nuovo modo di esprimerti, come puoi convincere me che le tue creazioni lo facciano?
Tutto quì.
S.
Romolo Stanco
01 ago 2008 - 20:42 - #6S.
Capisco il tuo punto di vista. Non lo condivido ma lo capisco.
Ma non spiegherò mai emozioni e sensazioni che provo nel creare i miei progetti.
Bob Dylan non ha mai spiegato cosa provava mentre scriveva “Mr. Tamburine man” e di questo sono solo felice.
Io ho raccontato delle cose di me, di come lavoro, di progettisti che apprezzo.
Se c’è uno che nei suoi progetti non conosce luoghi comuni - con discreta immodestia - è il sottoscritto.
Questo però non voglio raccontarlo, perchè, come ho scritto rispondendo alle domande dell’intervista, non mi interessa spiegare le cose dal mio punto di vista.
Le vedi, le approfondisci, le usi.
Le emozioni casomai le proverai tu, come utente di un mio oggetto, o di una mia architettura e sarà mia cura fare attenzione a quello che tu, magari potrai raccontarmi della tua di esperienza.
Il creativo in estasi divinatoria, ispirato dal nume dell’inventiva è un retaggio romantico. Almeno per il mio modo di lavorare. Se suono rock - e lo faccio da ben prima di fare il designer, non è una posa da luogo comune - è perchè sono una persona che ha passini, interessi, stimoli che vengono da tante parti non dal mondo del progetto.
Io ho la fortuna di fare un mestiere che trova davvero una ispirazione durante un giro in moto, è un privilegio unico.
Le idee non danno scosse, almeno a me, sono stimoli di percorsi lunghi, difficili e spesso per nulla emotivi.
L’emozione - spero - possano darle i miei lavori a chi li vive, chi li abita e chi li usa… ma per questo occorrerebbe intervistare clienti e committenti, non me!
Non penso a commenti di invidia o soprusi, assolutamente, ma penso che al designer/architetto si stia attribuendo una aurea da “condottiero creativo” che a mio avviso non dovrebbe avere.
Non parto dall’ipotesi di poter essere da esempio per altri, è il mio modo, la mia vita la tua sarà diversa, hai esperienze diverse una cultura e una storia diversa.
Ecco, io ho raccontato il mio di modo e l’ho fatto attraverso uno strumento che ti permette di prendermi a sassate finchè vuoi.
Questo è quello che sono io, sono contento che ci siano persone come te che si leggono 5 cartelle di intervista e giudicano in modo personale e motivato.
Ma vedi, se non fossi quello che sono, forse, non avrei neppure risposto al tuo commento e invece mi piace farlo.
Mr. Tamburine man è un pezzo banale e convenzionale ma lo sto ascoltando adesso.
Se anche Dylan è un clichè…beh, forse ho sbagliato mestiere…
Dai un occhiata ai miei progetti, per conto tuo, e senza l’autore che te li spieghi.
Se ti daranno qualcosa, curiosità, interesse, piacere io sarò soddisfatto e contento di aver fatto bene il mi lavoro.
comunque grazie per l’interesse, davvero
rO.
petauro
01 ago 2008 - 22:16 - #7Apprezzo molto il fatto che tu abbia ribattuto senza essere colto da foga o ‘rabbia’ tra l’altro giustificata dai miei ‘attacchi’ e soprattutto che non abbia reso le tue risposte banali e cattedratiche.
Ho certamente dato un occhio ai tuoi lavori e alcuni devo dire che mi sono piaciuti, comunque i miei commenti erano riferiti, come comunque hai colto, solo alle esternazioni personali che mi sembravano spoglie di sostanza.
Lungi da me voler prendere a sassate nessuno, ma sai meglio di me che come si tengono i biscotti lontano dalla portata dei bambini, si dovrebbero anche tenere i sassi lontano da bersagli troppo facili o che così paiono, non nego che di non aver resistito…
Resto convinto che tu abbia detto molto di più in queste 2 repliche, che nell’intero articolo, quindi grazie a te dell’attenzione.
S.
Romolo Stanco
02 ago 2008 - 09:31 - #8Dunque meno male che esiste uno strumento come il web che permette di confrontarsi e replicare!
Non ho mai pensato che tu avessi voluto prendere a sassate ma è indubbio che presentare i propri lavori sul web mette in condizione di esporsi al commenti di chiunque non solo ai tuoi o di comunque li giustifica e motiva.
Ma è il bello di vivere nel 2008 altrimenti scriverei saggetti o pamphlet o pubblicherei libercoli con le mie considerazioni e teorie…
Tieni conto che quando all’università si studiava il movimento moderno i cattedratici non mi sono mai piaciuti, anche se non mi piacevano le sue architetture tifavo per Venturi…
;-)
ciao e grazie.
rO.
mp.
02 ago 2008 - 12:49 - #9Era da tanto che non si leggeva un così bel dibattito, pulito e corretto… non è che riusciamo a farne un template?
Complimenti ad entrambi!
Dabolox
02 ago 2008 - 12:56 - #10Trovo che il progetto “Quelcheresta!” sia davvero stupendo… e credo anche che Romolo Stanco sia un designer/architetto che riesce a trasferire con passione tutto ciò che lo circonda (passioni, emozioni, vita quotidiana) nei suoi progetti.
Complimenti… e attendiamo i tuoi futuri progetti.
p.s. Mr. Tambourine man è una canzone apparentemente banale e convenzionale, spesso per arrivare a tale semplicità bisogna essere geniali.
Romolo Stanco
02 ago 2008 - 14:49 - #11Eh, Dylan direi che geniale lo è… sempre stato…
;-)
Quanto al confronto credo che stia alla base del tempo in cui viviamo, se non si accettano critiche e pareri differenti siamo davvero rovinati.
La volta che ci strappiamo la pelle di dosso per uno scambio di opinioni siamo davvero da abbattere.
bello.
rO.
Semplicemente
05 ago 2008 - 10:35 - #12Complimenti a Romolo Stanco e alla persona che ha fatto l’intervista! E troppo interessante e originale.
P.S.: Chi ha fatto l’intervista?
Romolo Stanco
05 ago 2008 - 13:08 - #13come linkato nella parola intervista all’inizio dell’articolo la versione in inglese originale è stata curata da Maya Jordan - che ringrazio (così come ringrazio Marta per la versione in italico) - su www.dezona.com