Salone del Mobile 2012 - Conversazione con Piero Lissoni

Piero Lissoni salone del Mobile 2012

Prosegue la nostra serie di interviste dal Salone del Mobile 2012. Oggi, dopo Lenny Kravitz e Philippe Starck, è il turno di Piero Lissoni. Classe 1956, architetto e designer, attivo fin dagli anni ottanta quando diventa art director di Boffi, Lissoni oggi è un gigante del design made in Italy [qui il sito dello studio]. Di seguito, il nostro lungo incontro con Piero Lissoni, dove si è parlato di tutto: ma partendo da COSMIT.

Che cosa c'è di tuo oggi al Salone?

Allo stand della Kartell c'è la collezione quasi completa delle Audrey, le sedie in alluminio che vengono presentate nella loro versione seconda, con i colori nuovi e con imbottitura. L'anno scorso avevamo fatto un timidissimo accenno, quest'anno esistono, senza più nessun errore. Poi ci sono le mie cucine per Boffi, i divani per Cassina, i nuovi mobili per la Porro, i miei oggetti di vetro per Glas, ci son lavori per Matteograssi, la Living completamente ridisegnata, un bel po' di carne al fuoco.

Salone del Mobile 2012 - conversazione con Piero Lissoni
Salone del Mobile 2012 - conversazione con Piero Lissoni
Salone del Mobile 2012 - conversazione con Piero Lissoni
Salone del Mobile 2012 - conversazione con Piero Lissoni
Salone del Mobile 2012 - conversazione con Piero Lissoni

lissoni verticale ritrattoTra le novità c'è il tavolo Zoom

Per Kartell abbiamo disegnato assieme un tavolo in alluminio, un tavolo che può ampliarsi all'infinito oppure stare fermo, a me piaceva l'idea di usare... un po' come le macchine fotografiche ce ne sono alcune con le ottiche che si muovono, fanno delle cose, poi delle altre invece - quelle per me! - che devi solo guardare in un buco e schiacciare un bottone. Io ho fatto un tavolo che ha questa doppia variante, uno ti permette di aprirlo come fosse un teleobiettivo complicatissimo, senza rumore, con scatti morbidissimi, l'altro invece è un chiodo, un tavolo con quattro gambe e un piano.

Un lavoro di sottrazione
Io lavoro molto sulla riduzione sia degli spessori che del disegno, e quindi lavorare su quattro gambe e un piano non è una cosa facilissima. Ridurre secondo me è un mestieraccio.

È come chiedere a uno scrittore di strappare via dei capitoli da un suo libro
Devi essere proprio convinto a volerla fare quella sottrazione, se proprio devo dirti la mia. Sai, ti metti a tagliare con delle forbicione, ti metti a sfoltire questa specie di siepe, per portarla a prendere la forma che vuoi. È un modello professionale ed estetico dolorosissimo, devi tagliare, devi togliere, devi asciugare o cancellare degli interi paragrafi, magari perché nella musicalità del racconto c'è un eccesso di retorica oppure c'è una perdita di tensione... qui fai la stessa identica cosa.

Una tua panoramica sui giovani designer?
Non me la sento di giudicare, ma quello che trovo, da giovane designer (sorride, ndr) quindi con colleghi altrettanti giovani, è che stanno lavorando con un eccesso di superficialità. A me piacerebbe che le scuole, soprattutto le università che insegnano design, tornassero a parlare del mestiere: non con un modello punitivo di sofferenza, ma un mestiere. Adesso vedi dei colossali falsi progetti costruiti con delle elettroniche meravigliose, ma contemporaneamente completamente vuoti.

Belli senz'anima
Il problema è che poi non sono neanche tanto belli, sono solo ben confezionati, ma una bella confezione non vuol dire che all'interno c'è un bel prodotto. Alcune volte apri un packaging meraviglioso e dentro c'è l'aria. Questo è il rischio che sto vedendo nelle nuove generazioni, che stanno impaginandoci e infiocchettando un sacco di aria fritta.

lissoni starck salonePensi che possa essere un problema collegato alle tecnologie disponibili oggi rispetto a venti, venticinque anni? Puoi fare tutto, logico che uno si faccia prendere la mano

Guarda che in realtà le tecnologie sono più o meno le stesse, quello che è cambiato è il modello di presentazione, il primissimo gradino. Ma le tecnologie, più sofisticate, più efficienti, più efficaci, più abbordabili, sono ancora le stesse. È il gradino precedente, la presentazione, quando tu ti immagini un oggetto: prima lo disegnavamo. E disegnando c'era una connessione rapida tra il cervello e la mano.

Un passaggio fondamentale
Questo passaggio non era semplicemente un passaggio meccanico: mentre cominciavi a disegnare connettevi due mondi, quello che faceva e quello che pensava, e lì in mezzo passavano le proporzioni - e passano ancora adesso le proporzioni, passano i difetti. L'altro mezzo, quello più veloce e se vuoi più sofisticato, ti permette di confezionare alcune volte dei progetti che subito a colpo prendono un appeal diverso, ma sono vuoti. Non hai più il tempo per pensare, perché il tuo modello di pensiero nel 90% dei casi è indirizzato a far diventare bella una presentazione: non lavori più sullo schema ideale, non lavori più sul codice, non lavori più sul dettaglio, sul concetto, e addirittura non lavori più sul modello iconografico.

Non è colpa della tecnologia: quindi di chi è la colpa di questa superficialità?
È quello che sta insegnando la scuola, in parte è anche merito nostro se li abbiamo fuorviati. Negli ultimi vent'anni un lavoro molto serio, anche molto pesante per alcuni versi, ma nel modo migliore, si è trasformato in una specie di show business. Noi al di là di fare delle cose, di costruirle e correre dei rischi personalmente e facendoli correre alle aziende, siamo diventati delle copertine. La vera frattura, soprattutto in questi ultimi anni - e parlo proprio di questi ultimi anni - è che siamo diventati talmente copertine da far credere di essere quello.

L'equazione designer = rockstar

Il parallelo con le rockstar non è sgradevole, né per noi, né per le aziende, facciamo parte dello stesso gioco, quello che è sgradevole è che secondo me tutti quanti - soprattutto chi arriva a cercare di fare bene il mestiere del designer o dell'architetto, mondi uguali secondo me - tutti quanti pensano che il vero lavoro sia permetterti di arrivare a fare quella roba lì, e quindi alé con le follie! E quindi a qualsiasi costo per avere le copertine.

piero lissoni scuoleQual è il lato deteriore di tutto questo?

La cosa drammatica - e credimi, non sto raccontando una bugia, ma lo dico con molto rammarico - è che arrivano da me in studio un sacco di progetti: e tantissimi dei progettisti che incontro hanno già un agente. Mi chiedono a che livello di comunicazione accederanno quindi "Se faccio questa cosa, come comunico, chi la comunica, quando...". Qualche settimana fa avevamo in ballo una decisione, se presentare o non presentare un prodotto per un'azienda: e la decisione è stata non presentarlo perché questo ragazzo, di ventotto anni scarsi, la prima cosa che mi ha chiesto quando ha visto il prototipo - e secondo me il prototipo era gravemente difettato, quindi non era ancora un prodotto, ma era il primissimo passo per poter pensare di lavorarci intorno e farlo diventare forse un prodotto - è stata "Ma quando lo presentiamo in Fiera? Chi organizza le interviste? Come vengo presentato?" a quel punto gli ho stretto la mano e gli ho detto "Guarda, non corriamo nessun rischio. A) perché non lo presento in Fiera B) perché tanto non mi interessa C) perché vai da un altro". Capito? Ed è una tendenza ahimè molto diffusa. Fare Philippe Starck non è mica facile, per essere Philippe devi mettere in conto che uno come lui lavora giorni e giorni e giorni e notti e giorni, è una specie di workaholic da decenni, poi il fatto che a lui piaccia giocare alla rockstar, è la parte estrema del suo lavoro, ma prima c'è un lavoro pazzesco. Nel mio mondo, e qui parlo da Piero Lissoni, è chiaro che anche a me piace fare la rockstar e quando ci riesco provo anche a farla, ma io faccio un mestiere, e la cosa che mi interessa è farlo bene, con tantissimo lavoro. Siamo fortunatamente in tanti ad avere fatto una gavetta dura.

Come trovi il salone di oggi rispetto ai tuoi inizi?
Qui era tutto meno scintillante: quando abbiamo cominciato al Salone, credimi, tutta questa roba qui non esisteva, ma non c'era nemmeno dipinta. La deriva è cominciata una ventina d'anni fa, poi è cominciata con questa fiorescenza di scuole, dimenticando che le scuole funzionano se c'è un background, il background produttivo, se non ci sono aziende, se non ci sono mondi che producono, le scuole sono delle scatole vuote. La questione finisce lì.
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