Salone del Mobile 2012 - Philippe Starck "Il design di oggi? Meno avidità e più onestà"

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Salone del Mobile 2012 - Philippe Starck

Ieri Lenny Kravitz allo stand Kartell, oggi Philippe Starck. Nel pomeriggio avremo ancora materiale live dalla nostra inviata Valentina Dalla Costa, intanto pubblichiamo un altro incontro di ieri. Imprevedibile come al solito Starck era accompagnato dalla moglie Yasmine Abdellatif: al solito vulcanico - l’idea della foto col cartellino “Riservato” è sua - al solito disruptive, al solito furbo. In una parola: Starck.

Che cosa hai portato a questo Salone?

Quasi niente. Quasi niente ed è una scelta, è una mia modesta proposta che nasce da motivazioni filosofiche, perché ritengo che sia arrivato il momento di parlare del “meno”, della sottrazione. Ero partito l’anno scorso con Miss Less per Kartell, e puoi vedere come sia molto semplice, poi c’è un tavolino da caffè, un cubo invisibile, un archivio dove puoi mettere i tuoi libri e farli galleggiare come fossero in assenza di gravità. È una scelta per ricordarci quello di cui abbiamo bisogno: certo, abbiamo bisogno di creatività, di creatività ai massimi livelli, e io spero di avere vissuto al più alto livello di creatività possibile. Ma soprattutto ora, con il declino dell’Occidente e della “western civilization”, abbiamo anche bisogno di oggetti più umili: anche perché abbiamo meno denaro da spendere.

Una estensione dell’austerity nel design

Certamente, è anche una scelta politica.

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In Italia abbiamo visto il tuo reality Design for Life. Quale era il più grande errore che facevano i ragazzi e le ragazze che seguivi?

Il più grande errore è stato della BBC. Hanno editato il programma facendolo sembrare un reality. Hanno tagliato molto materiale interessante, per tenere le parti più semplici: non è il mio genere di show, non è il mio show, non è quello che abbiamo fatto, lo odiamo. Per noi - al suo fianco c’è la moglie Yasmine Abdellatif, ndr - è stato un disastro, una vergogna, io odio i reality show, non riesco a vedermi in un reality show.

Ricordo una tua intervista in cui spiegavi di non guardare tv, non leggere magazine, non andare ai party. È ancora vero?

Lo è sempre di più. Preferisco nutrirmi con le mie intuizioni, potrò fare degli errori, ma saranno i miei errori. Oggi tutti quanti si infilano nel mainstream, nell’informazione, nel pensiero, la gente non pensa, la gente ripete, e ripete cose dette o pensate da altre persone. Può essere una cosa buona o una cosa cattiva: ma io preferisco fare in un altro modo.

Dici di nutrirti di intuizioni: l’ultima intuizione?

(Ride, ndr) Io sono un puro cristallo di intuizione! Oh, ce ne sono così tante, potrei parlarti della post plastic era. Nei prossimi trent’anni il petrolio finirà, e con esso la plastica. Niente più benzina per le macchine (qui Starck fa un gioco di parole tra cares e cars, ndt) - a noi interessano le auto… ma a chi importano le auto? Who cares about cars? A me interessa la plastica, perché la plastica garantisce una vita confortevole a circa l’80% della popolazione mondiale. Oggi come oggi il più grande lavoro è pensare a una soluzione di questo problema. La prima parte della soluzione è una decrescita positiva. Dobbiamo trasformare qualcosa di negativo in qualcosa di positivo. E la mia intuizione è di creare un think tank globale con tutti i disoccupati del pianeta! Milioni di senza lavoro nel mondo, che vivono del sussidio di disoccupazione: voglio ridargli dignità, metterli a pensare a una soluzione a tutto questo. Quando ci sono milioni di persone a pensare, se la risposta sarà sbagliata, vorrà dire che anche la domanda lo era.

E con Lenny Kravitz com’è andata?

Oh, è un ottimo amico, conosce anche mia figlia, che ha una rock band in America.

Lui ha detto cose molto belle su dite: lavorare con Starck è stato come suonare con Hendrix

(Ride ancora, ndr) È un ragazzo molto, molto molto sveglio. Oggi tutti vogliono diventare designer, ma lui può farcela davvero, perché ha un ottimo gusto, dovresti vedere i suoi lavori a Parigi o a New York, sono di ottimo livello. Come designer questa è la sua prima collezione, vedremo più avanti: andrà bene, andrà male, vedremo, è una nuova proposta. Ma il ragazzo è sveglio!

Prima ne parlavo con Piero Lissoni, e mi diceva del grosso equivoco che generano alcune scuole di design, dove i ragazzi escono e credono di essere già delle star. Lui era piuttosto critico a riguardo, tu cosa ne pensi?

Ha completamente ragione. È un grossissimo errore che commettono molti giovani designer. Oggi hanno possibilità incredibili, possono reinventare il mondo, reinventare quello che viene travolto dalla bancarotta dell’occidente, e trasformare il mondo in un posto più onesto, più radicale, ma il metodo per farlo direi che non è certamente il fashion business. Il fashion business è l’esatto opposto di quel che abbiamo bisogno ora, per cui quando i giovani designer pensano di essere delle star, di poterlo diventare a brevissimo, commettono un grosso errore. Non dobbiamo incoraggiarli in quel senso: Piero ha detto una cosa giusta.

Oltre a questo, che consigli daresti a uno di questi giovani designer?

Di non ascoltare il mainstream, e di capire che in questo periodo storico ci sono incredibili opportunità di reinventare la civiltà, e di farlo presto e bene, c’è un nuovo Eldorado per i giovani. Ma devono prendere coscienza della sfida che hanno davanti. Forse la cosa migliore a prendere un elmetto e un Kalashnikov (ride, ndr) ma di sicuro non carta e penna, o costosi software per il computer!

Puoi spiegarci meglio dei valori che dicevi prima? Cos’è l’onestà per Philippe Starck?

Tutto, anche la rivoluzione parte dall’autocoscienza. È inutile, persino disonesto, dire “Tu devi fare questo” oppure “Voi dovete fare quello”, bisogna partire da se stessi. E la prima cosa che devi ricordarti sempre, è di essere onesto. Onesto con te stesso, onesto con i tuoi amici, con la tua società, con il tuo lavoro: vedrai che a quel punto si trova la soluzione. Meno avidità, più onestà: due parole, ecco tutto.

Che cos’è un design onesto per Starck?

La prima e la più importante delle cose da tenere in mente è questa: cosa è utile e cosa è inutile. La prima decisione nasce quindi da una domanda: ne ho bisogno? Sì o no. Se dici che non ne hai bisogno stai commettendo un gravissimo errore di design! (ride, ndr) A quel punto partono altre scelte: usare meno materiali, scegliere il materiale giusto, valutarne la longevità, e la cosa più importante di tutte, il prezzo. Il giusto prezzo. Perché quando paghi troppo qualcosa significa che qualcuno si sta prendendo troppo, ma quando paghi troppo poco, vuol dire che schiavi hanno pagato la differenza. Ci sono milioni e milioni di schiavi nel pianeta che lavorano per noi dandoci l’opportunità di comprare un computer a 500 $ o una t-shirt a a 5. In quel caso qualcuno paga: e non siamo noi.

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