
Pong è stato il primo videogioco a larga diffusione della storia. Nato nel 1966, commercializzato per la prima volta nel 1971 e portato nelle case l’anno successivo dalla Magnavox con il nome di Odyssey (poi in versione digitale dalla Atari nel 1975), era un simulatore di ping pong (da qui, ovviamente il nome). Due manopole per controllare i movimenti, grafica spartana e rudimentali effetti sonori.
L’antenato dei moderni videogames, torna ora in versione street. Sportpong altro non è infatti che il classico Pong proiettato su qualsiasi superficie, all’interno della quale i giocatori possono comandare le ‘racchette’, collegate ai piedi interattivamente.
E’ prevista una modalità multiplayer e numerosi scenari di gioco. A metà strada tra l’interaction design e l’installazione, Sportpong è un lavoro che esplora in maniera intelligente (e decisamente divertente) l’estetica e le risorse di ciò che, decenni prima di noi, ha rivelato un nuovo modo di intendere l’elettronica. L’effetto è notevole e suggestivo, come potete vedere nel video dopo il salto.

Dal Magnavox Odyssey alla Wii in 145 mosse. E’ (già) retrofuturismo? Probabilmente sì. Nel design di queste macchine per l’intrattenimento domestico che ormai hanno più di trent’anni, si legge anche lo sforzo dell’epoca di immaginare linee e funzionalità che avrebbero potuto avverarsi e durare nel tempo.
Consollection è un sito tedesco (tradotto in inglese) che ripercorre con ottime immagini e poche, incisive parole, la storia delle console fino ai più recenti modelli. Le foto sono di Patrick Molnar mentre la collezione appartiene a Phil Penninger.
C’è anche un -bellissimo- libro, curato sempre da Molnar, di cui potete ammirare un’anteprima qui. Di seguito invece, una gallery con alcune delle console più famose e vendute al mondo.
Multitouch Barcelona è uno gruppo di interaction designers votato alla realizzazione di modi di comunicazione tra la persona e la tecnologia. Puntando sull’esperienza sensoriale delle nuove frontiere del multi touch -appunto- creano situazioni in cui, interagire in un contesto digitale, diventa un momento per riappropriarsi dell’umanità nascosta dietro ogni esperienza tecnologica.
Dita che diventano pennelli mentre un software processa pressione e velocità modificando i colori, o una versione di Space Invaders in cui al posto del tradizionale ‘cannoncino’ manovrato da un joystick, possiamo respingere gli invasori a colpi di palline di spugna colorate.
Fino all’installazione che vi presentiamo prima del post: una ironica e intelligente interfaccia grafica umana, con cui interagire osservando le risposte di un essere umano rinchiuso sotto lo schermo. Si chiama “Hi” che sta per “Human Interface”, ma anche -ovviamente- per il saluto che una persona potrebbe rivolgerci ogni volta che accediamo al nostro terminale quotidiano con il mondo.

Per il progetto “Make Something Cool Every Day”, Brock Davis ha già realizzato moltissimi lavori eccezionali. Questo che vi proponiamo, è l’ennesimo esempio di come la sua capacità di unire più media e più linguaggi lo ha reso uno dei graphic designer più apprezzati.
Partendo dalla sua passione per i videogiochi del passato, Davis ha deciso di estremizzarne l’estetica riducendola ai minimi termini. Prima con uno studio sulle forme, poi passando alla pittura in senso stretto, tracciandone gli elementi distintivi con delle pennellate che tolgono tutta l’aura tecnologica lasciando quella più legata alle suggestioni visive.
Finora le illustrazioni che ha realizzato sul tema non sono molte. Potete ‘consolarvi’ (sì, è ironico) visitando il suo sito stracolmo di ottimi esempi del suo talento (e guardando la gallery qui di seguito).

Chi è 9 0 0 0? Il poco che si sa, ammesso sia vero, è che vive a Bogotà, in Colombia (ma non ci giurerei). Dal suo Twitter si direbbe che studia (o insegna?) all’università. Le uniche due cose certe sono gli spazi tra le cifre del numero che si è scelto come nickname e il suo irriverente talento.
Molti potrebbero essere incappati nei suoi lavori attraverso il suo spazio su Flickr, come è capitato al sottoscritto. Fulminanti immagini che uniscono riferimenti alla cultura pop e lapidarie affermazioni sul mondo. Tanto graphic design in salsa surrealista, a volte estremo, altre molto più lucido e ragionato.
Non ci sono riferimenti ovvi, facili o scontati. La forza di 9 0 0 0 è proprio nel non preoccuparsi di una qualche coerenza temporale. Se ci sono icone a 8 bit, state certi che gli verrà dato un tocco retro in stile ’70s. Se c’è una foto presa da qualche rivista degli anni ‘60, il font utilizzato la decontestualizzerà a colpi di pixel enormi. Riesce a strapparci più di un sorriso, questo misteriosissimo terrorista della grafica. Surreale fino in fondo.
(Le immagini vengono da Tumblr. Nel frattempo, 9 0 0 0 ha cancellato -come dubitarne?- quasi tutto il suo archivio)

Visti i precedenti, la proposta di Metin Seven è una specie di tappa obbligata: qualcosa che prima o poi doveva accadere all’interno del suo percorso professionale. Seven ha iniziato come computer game designer e graphic artist lavorando sul Commodore Amiga. Unendo la sua passione per i videogiochi, il suo lavoro di graphic designer e la sua conoscenza del mondo del 3D, ha pensato di applicare il tutto al mondo del retrogaming.
Le sue versioni a tre dimensioni dei più famosi giochi della storia dell’informatica sono un’esplosione di elementi coloratissimi e di giochi di luce. Inoltre svelano una sorta di retroscena di ogni titolo rielaborato e ne esaltano il concept design. Un’attualizzazione che è più di una semplice, divertente celebrazione.
Mission Impossible, Galaga, Space Invaders e Donkey Kong sono alcuni dei titoli a cui Seven ha regalato la terza dimensione: sul suo sito è presente una nutrita gallery di illustrazioni inedite realizzate con la stessa tecnica. Metin Seven è anche un ottimo autore di fumetti. Un designer completo con un portfolio che è una gioia per gli occhi e per ripercorrere certi ricordi.
Dopo il post su Diego Stocco, torniamo a parlare di sound design con un altro eccellente costruttore di suoni.
Enrico Ascoli ha realizzato le musiche per le principali agenzie pubblicitarie italiane, insegna sound design e psicologia della musica allo IED di Milano e ha suonato live in vari contesti (festival, eventi di moda, musei d’arte). I suoi lavori sono spesso legati a quelli della natura, minimali e, allo stesso tempo, influenzati dall’elettronica e dalla musica contemporanea. Le sue installazioni nascono da uno studio accurato degli spazi: percorsi attraverso cui far muovere il suono in maniera non sempre omogenea, sfruttando sia il ritmo che l’armonia.
Cosa accade quando un eccellente sound designer come Enrico Ascoli si unisce alla creatività di un talentuoso animatore? La risposta è in “Videogioco”, un lavoro in stop-motion di Donato Sansone in cui la manualità, l’uso delle tecniche tradizionali di animazione e uno sguardo ironico si sommano per poco più di un minuto di pura meraviglia. Dopo il salto, un altro lavoro di Enrico Ascoli per lo Zoom di Torino.
Continua a leggere: Videogioco: quando l'animazione incontra il sound design

Disponibile nelle versioni 3UP e 4UP (oltre che in quella standard a due) questo appendiabiti da vero gamer incallito, è l’oggetto imperdibile nella casa di qualunque geek degno di questo nome.
Ogni gancio è un joystick e al lato c’è un bottone come quello per scegliere i giocatori nei videogiochi da bar. Si può richiedere la variante di qualsiasi particolare: dai pomelli al numero dei giocatori sul pulsante. Dal colore del gancio a quello della tavola.
Realizzato da Surface Tension, l’hangUP arcade coat hooks promette niente più felpe e giacche ovunque. E’ il caso di dire: Push Player One to join.

Chi ha acquistato Beatles Rock Band, sappia che sta giocando con la replica (ottimamente realizzata) di una chitarra che ha fatto la storia della musica. Fondata nel 1931 col nome di “Electro String Instrument Corporation”, la Rickenbacker è considerata l’azienda che ha inventato una delle prime chitarre elettriche solid body, ovvero costruite come le normali chitarre acustiche, ma con l’aggiunta del pick-up elettrico.
I bassi e le chitarre Rickenbacker sono da sempre un tutt’uno con la storia del pop-rock : consulente tecnico dell’azienda è stato addirittura Roger McGuinn, il chitarrista dei Byrds. Da lì, una serie di sodalizi intramontabili: John e George con i Beatles, Peter Buck dei R.E.M., Roger Waters dei Pink Floyd, Chris Wolstenholme dei Muse e tantissimi altri.
La linea Rickenbacker è inconfondibile, tanto che all’inizio erano state ribattezzate frying pans (padelle) per via del manico lungo e del caratteristico corpo circolare. Una silhouette sinuosa, piena di dettagli e particolari, praticamente identica a se stessa nei decenni, comodissima e ergonomica; un ‘oggetto’ retro che resiste al tempo e non perde un briciolo del suo fascino.

Il team di sviluppo di Less Rain London ha recentemente presentato il nuovo sito-videogame di Redbull Soap Box Racer, la corsa in cui veicoli costruiti artigianalmente (diciamo pure una scatola con quattro ruote) vengono sparati giù per una discesa cercando di essere più veloci possibile.
Il prodotto è realizzato interamente in Flash e ha ben poco in comune con i siti web “comuni”, trattandosi di un vero e proprio videogame con community annessa. La graziosa fase di preload ci mostra un tavolo da lavoro su cui sta per prendere forma la soapbox e l’intro è costituita da un video promozionale.
L’interfaccia del sito una volta entrati è molto ricca, permette di giocare immediatamente oppure di costruirsi la propria scassatissima soapbox con pochi click. Anche l’avatar è personalizzabile ed è possibile registrarsi per confrontare i propri record e memorizzare la vettura.
Continua a leggere: Less Rain London per il sito di Redbull Soap Box Racer