
L’idea arriva dalla Svizzera. L’hanno concepita drzach & suchy: un duo formato da un architetto che lavora in Brasile e un software engineer che risiede a Zurigo. L’intuizione alla base di Piksol è sorprendentemente semplice. Eppure efficace. Vediamo come funziona.
Innanzi tutto i pannelli fotovoltaici. Sono molti, di ridotte dimensioni e posizionati in verticale. Dove c’è luce -ovviamente- c’è anche ombra. Ed è proprio l’ombra a creare l’integrazione dei pannelli con lo spazio che vanno ad occupare. Vengono posizionati in modo tale che il singolo rettangolo proietti un ‘pixel’ (da qui il nome) di oscurità. Nel corso della giornata, quando il sole compie il suo corso, le immagini formate dai “Piksol”, cambiano.
L’effetto è molto suggestivo e, nei giorni in cui le nuvole offuscano la luce, i pannelli si notano appena, visto che sono perpendicolari alla superficie. Una maniera intelligente e dalle molte potenzialità artistiche (e promozionali) per incentivare l’uso della fonte di energia più a buon mercato. Dopo il salto, un video dimostrativo.
Continua a leggere: Piksol: i pannelli solari che disegnano con l'ombra
Qualunque sia la vostra fede religiosa o il vostro spirito laico, sarete probabilmente d’accordo nel constatare che questa arcihtettura ha dalla sua la capacità di ispirare un sentimento di contemplazione.
Chiamata con il nome suggestivo di Rainbow Church, l’installazione realizzata dal designer koreano Tokujin Yoshioka (già su Designerblog per la sua installazione per Hermès) gioca con la luce per ricreare l’irruzione dell’arcobaleno in uno spazio neutro e vuoto. L’effetto è realizzato grazie all’utilizzo di un’ampia vetrata, alta 8 metri, costruita con 500 prismi di cristallo.
L’ispirazione ha un riferimento lontano, almeno dal punto di vista geografico: la Chapelle du Rosaire a Vence, interamente progettata e decorata da Matisse, famosa per le sue vetrate a motivi floreali blu, verdi e gialle. Rainbow Church sarà esposta il prossimo maggio presso MUSEUM .beyondmuseum.
Via | Luminapolis

Come ha dimostrato con la discussa campagna di guerrilla marketing in Austria, Ikea non si è mai tirata indietro quanto a voglia di stupire e ‘invadere’ gli spazi pubblici con la forza del suo brand (e dei suoi prodotti ormai presenti ovunque).
‘Stavolta ci riprova in Francia, sfruttando uno dei luoghi-simbolo della quotidianità transalpina: la metropolitana di Parigi. Dal 10 al 24 marzo infatti, quattro stazioni della metro sono state ‘arredate’ con i famosi mobili della ditta svedese. Rispettivamente alla stazione “Champs Elysées Clémenceau” della linea 13, a “St Lazare” sulla linea 12, a “Concorde” sulla linea 8 e alla fermata “Opéra” della linea 8. L’azienda aveva già tentato qualcosa di molto simile su un treno della linea urbana di Kobe, in Giappone.
Lo scopo dichiarato è quello di lasciare che i potenziali acquirenti sperimentino in prima persona la qualità e la comodità dei mobili, soprattutto in un momento in cui magari, presi dalla stanchezza di una giornata lavorativa che inizia o finisce, possono ricavarne maggiore beneficio. I grandi poster alle pareti, completano l’arredo con il resto degli ambienti suggeriti dal design degli oggetti. A questo indirizzo, una gallery degli allestimenti.
Motoblur Hotel from klipcollective on Vimeo.
In occasione del Super Bowl dello scorso mese, il collettivo Klip ha ideato una videoinstallazione che ha trasformato la facciata art decò dell’Edison Hotel di Miami Beach in uno spettacolo tridimensionale, culminato in una scena di tromp l’oeil in cui la facciata sembrava aprirsi come tanti pannelli per mostrare le scene che avvenivano all’interno.
Sponsor di questo happening organizzato dall’agenzia Anomaly di New York è stato Motorola: messaggi via sms e via twitter comparivano ciclicamente sulla facciata, a testimoniare il gradimento della folla e l’attesa per i risultati del match.
Via | Notcot.org

Le sue posate mangiucchiate “Bite”, hanno fatto il giro del web la scorsa settimana, complice anche il tema denunciato della fame nel mondo. L’interesse per Mark A. Reigelman II è comunque del tutto giustificato, visto che realizza da tempo prodotti di design e installazioni davvero valide, con un approccio obliquo e innovativo.
In collaborazione con lo studio che porta il suo nome, sfida continuamente i luoghi comuni con oggetti molto semplici e funzionali (molto belli i suoi “Stair Squares” e la sua sedia “Duct Tape”) oppure divertendosi a modificare con degli interventi spiazzanti i luoghi della nostra quotidianità.
E’ il caso di questa installazione denominata “Home Sweet (Bus Stop) Home” in cui modifica le pensiline utilizzate per attendere gli autobus in vere e proprie stanze. Piccoli ambienti eleganti, ricchissimi di dettagli, dove (nel caso specifico) prendere un tè alla luce di una lampada da tavolo. La provocazione è evidente e riguarda -con intelligente ironia- tutte le persone meno fortunate per cui certi spazi urbani diventano una risorsa. Un ottimo modo per ricordarcene.

In una ipotetica, paranoica e alienante versione de “Il cielo in una stanza”, il classico di Gino Paoli, Ji Lee saprebbe dire la sua. Dopo averci spiegato come perdere la cognizione del tempo, come stampare biglietti comodi per tutte le occasioni o come sfruttare i caratteri tipografici per raccontare un evento utilizzando solo le lettere, il mattacchione coreano si supera e immagina dei micro-mondi paralleli all’interno degli ambienti.
Con lo sguardo fisso al soffitto non saremo in grado di vederlo viola o con “alberi infiniti”, ma potremo scovare delle ricostruzioni in miniatura di altrettante stanze in cui abitare. Per di più, sotto sopra. Ecco come la pensa Ji Lee:
La gente riempie i pavimenti delle case con i mobili, le pareti con quadri e immagini. Perché lasciano il soffitto vuoto? Decorare i soffitti era una forma d’arte nei secoli passati che in qualche modo si è persa attraverso la riduzione del modernismo. La gente non guarda più ai soffitti. Sono spazi morti. Volevo che si tornasse ad ammiccare a questa porzione di spazio. Mi piaceva anche l’idea che in qualche modo ci fosse un mondo parallelo che coesiste con noi.
Che dire? Guardate la gallery dopo il salto. Secondo noi c’è riuscito eccome.
Continua a leggere: Parallel World: i micromondi paralleli di Ji Lee
Senza la crisi, probabilmente, questo progetto non sarebbe mai giunto a compimento. Eh sì, perchè è stata proprio la caduta libera dei prezzi degli spazi pubblicitari a permettere al Mak Center for Arts and Architecture di Los Angeles di rilevare temporaneamente questi supporti per trasformarli in luogo di espressione artistica.
21 billboard, nell’area di West Hollywood, sono stati affidati ad altrettanti creativi che hanno potuto lavorare su un’opera pubblica destinata lanciare un messaggio non commerciale all’audience più vasta. Come ad esempio quella intrappolata per ore nell’implacabile traffico della città degli angeli. Per una galleria completa delle opere, vi rimandiamo al sito dell’iniziativa.
Via | Flavorwire
Continua a leggere: How Many Billboards?, quando l'arte sostituisce l'advertising

Trasformare oggetti apparentemente insignificanti. Dargli vita e far sì che non rimangano ‘abbandonati’ su tavoli e mensole per settimane. Cosa succederebbe se tutto ciò che trascuriamo avesse vita propria? Se si muovesse senza il nostro apporto e in modi che magari neanche immaginiamo?
Se lo sono chiesto Julien Vallée e Nicolas Burrows. Uno è un graphic designer canadese di cui vi abbiamo già parlato. L’altro è un illustratore inglese che fa parte dello studio creativo Nous Vous. Insieme hanno lavorato a Dansedance un esperimento interattivo presentato in occasione di “Collaborate”: quarta edizione di If You Could, progetto degli art director londinesi Will Hudson e Alex Bec che riunisce designer e illustratori per produrre pubblicazioni, esibizioni e eventi.
Il ‘gioco’ interattivo è sul sito. Con la tastiera comandate gli oggetti ‘disubbidienti’, che prendono vita davanti a un ignaro Vallée e ripetono in loop il loro movimento una volta attivati. Quello che invece trovate subito dopo il salto, è il making-of del progetto, tutto a base di montaggio, carta e talento creativo.
Continua a leggere: "Dansedance" di Julien Vallée e Nicolas Burrows: gli oggetti prendono vita
Il diavolo veste ancora Prada. Sono due, infatti, i credits sotto i riflettori per la prima dell’Attila di Verdi tenutasi ieri al Metropolitan di NY: Herzog & De Meuron, per le scenografie, e Miuccia Prada, per i costumi.
Ed è stata proprio quest’ultima, in particolare, a catturare l’attenzione dei media. Merito della sua visione sexy dei personaggi, Attila e Odabella, e soprattutto degli abiti presi in prestito dalle sue collezioni Prada e Miu Miu, a cui si aggiungono gli accessori studiati ad hoc per l’occasione, come spade kalashnikov ed elmi-corone con luci a Led.
Particolarmente innovativa, per la scena della lirica, anche la scelta dei materiali per i costumi, come pellicce, denim e tessuti metallici. Tra le ispirazioni dichiarate dalla stilista, anche il cult “Attila Flagello di Dio” con l’intramontabile Diego Abatantuono.
Via | Dazed Digital
I costumi di Miuccia Prada per l’Attila di Verdi



Continua a leggere: Prada all'Opera: al Metropolitan l'Attila in versione Miuccia
59 Productions è uno studio specializzato in design per performance live, installazioni e visual. Utilizzano le tecnologie più avanzate con lo scopo di ottenere un coinvolgimento assoluto dello spettatore in ogni spettacolo e si sono occupati in più occasioni anche del mondo dei video musicali e dei cortometraggi.
Il lavoro svolto per il tour di Jonsi, leader dei Sigur Ros di cui sta per uscire un album dal titolo “Go”, è una sfida che procede a metà strada tra cinema, arte installazioni, performance teatrale e -ovviamente- la valorizzazione della musica sul palco.
Effetto ottenuto con eccezionale cura del dettaglio e attenzione alle atmosfere che caratterizzano tutta la componente visuale della musica di Jonsi Bergisson. Tra render delle scenografie, stage design attraverso lo studio dei giochi di luce e animazioni ricavate dalle -bellissime- illustrazioni e dall’artwork di Alex Somers, questo video backstage ci ricorda cosa può accadere quando artisti e designer di altissimo livello lavorano insieme.