
Pong è stato il primo videogioco a larga diffusione della storia. Nato nel 1966, commercializzato per la prima volta nel 1971 e portato nelle case l’anno successivo dalla Magnavox con il nome di Odyssey (poi in versione digitale dalla Atari nel 1975), era un simulatore di ping pong (da qui, ovviamente il nome). Due manopole per controllare i movimenti, grafica spartana e rudimentali effetti sonori.
L’antenato dei moderni videogames, torna ora in versione street. Sportpong altro non è infatti che il classico Pong proiettato su qualsiasi superficie, all’interno della quale i giocatori possono comandare le ‘racchette’, collegate ai piedi interattivamente.
E’ prevista una modalità multiplayer e numerosi scenari di gioco. A metà strada tra l’interaction design e l’installazione, Sportpong è un lavoro che esplora in maniera intelligente (e decisamente divertente) l’estetica e le risorse di ciò che, decenni prima di noi, ha rivelato un nuovo modo di intendere l’elettronica. L’effetto è notevole e suggestivo, come potete vedere nel video dopo il salto.
Singapore è un posto piccolo dove succedono un sacco di cose. Capita, infatti, che per supplire alla mancanza di location per eventi (con soli 699 km2 di territorio in effetti si fa presto!), a qualcuno venga in mente l’idea di allestire un catwalk negli spazi di un ex carcere abbandonato.
Lo spunto, fatto proprio dal marchio Calvin Klein, ha dato vita una settimana fa alla sfilata di presentazione della collezione primavera estate 2010, definita dal direttore artistico Kevin Carragan come un’inedita “fashion experience”.
Non impossibile la conversione dello spazio, grazie alla naturale strutturazione a navata del braccio della prigione e grazie all’uso sapiente delle luci, in grado di risvegliare un’anima glamour prima completamente sopita. Dalle stalle alle stelle.
Via | Blankanvas

Nato alla fine degli anni ‘80, in seguito all’incendio dei cantieri dell’azienda omonima, il Campus Vitra rappresenta un caso più unico che raro di connubio tra il mondo dell’architettura e quello dell’industrial design. Il progetto venne in mente all’amministratore, lo svizzero Rolf Fehlbaum che, dopo il disastroso incidente, cerco un modo per affermare la corporate identity della ditta attraverso due operazioni contemporanee.
Da un lato una collezione delle cento sedute che hanno fatto la storia del design del ‘900. Dall’altro, una ‘collezione’ architettonica con gli edifici del Campus commissionati a vari architetti con la supervisione di Nicholas Grimshaw: un museo di Frank Gehry, un centro congressi di Tadao Ando, una stazione dei vigili del fuoco di Zaha Hadid, una fabbrica di Álvaro Siza.
Lo straniamento -voluto- è completo. Lavori distanti tra loro, che generano uno spaesamento fortissimo eppure con dei tratti riconducibili. L’arte funzionale in un contesto industriale niente affatto omogeneo che però, svela il valore altissimo del design e dell’architettura applicate ai bisogni e le esigenze della contemporaneità.
Chi l’ha detto che le installazioni devono per forza essere seriosi studi che lasciano il pubblico interdetto o, nel migliore dei casi, assorto in profonde riflessioni sul rapporto uomo-macchina-territorio? Non vogliamo certo screditare lavori più ragionati e legati a premesse che molto spesso producono un’esperienza importante nello spettatore (ci mancherebbe!).
Eppure sarà che oggi è venerdì e la settimana volge al termine, sarà che il brano che fa da colonna sonora a questo video (”Under My Skin” di Gin Wigmore) è uno di quei pezzi soul che conquistano, sarà che ogni tanto è bello vedere facce sorridenti grazie all’arte e al design, vogliamo proporvi “Night Lights”, l’installazione del collettivo YesYesNo.
Lo studio, con sede a Londra, New York e Amsterdam ha realizzato questo spettacolo di luci e ombre proiettando il tutto sull’ Auckland Ferry Building: il palazzo da cui partono i traghetti nella città della Nuova Zelanda. Tre le diverse tipologie di interazione. Una tramite il movimento del corpo sui due palchi, una muovendo la mano sul tavolo luminoso e l’ultima tracciando le onde dei cellulari in movimento.
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Vi è mai passato per la mente di rivivere sulla vostra pelle il freddo di un inverno polacco? Magari addirittura il più freddo registrato negli ultimi decenni? Ne dubito. Scommetto, però, che se vi trovaste di fronte ad una macchina del tempo in grado di catapultarvici solo per qualche minuto sareste pronti a fare una prova.
Sensorama, l’installazione creata dallo studio polacco di design Centrala, vi permette di vivere questa anomala esperienza. L’idea, bizzarra ma affascinante, è quella di costruire una macchina in grado di restituire la percezione del freddo dell’inverno del ‘79, il più gelido di tutti i tempi.
Infilando la testa in un apposito buco, l’utente spettatore può visualizzare immagini legate ad un ambiente ghiacciato e avvertire le sensazioni scaturite da temperatura, suoni, odori e qualità dell’aria polare. Il lavoro è stato presentato la scorsa estate al Blue Festival di Jaffa, in Israele. Forse il caldo torrido avrà reso l’esperienza più allettante?
Via | Designboom
L’artista tedesco Markus Georg ha rivisitato i più celebri paesaggi monumentali della storia di tutti i tempi in una chiave certamente insolita. La porta di Brandeburgo, la Tour Eiffel e Stonhenge, tra gli altri, diventano inediti panorami domestici riallestiti attraverso una nuova geometria di persone e oggetti quotidiani.
Una sorta di trompe l’oeil domestico che non resiste al fascino, peraltro molto realista, di scelte scenografiche molto cheap. Tra le cartoline, anche una live performance che riallestisce una sorta di 11 settembre casalingo.
Via | Ignant
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Che la vita moderna ci stesse spingendo verso spazi abitativi sempre più ridotti, ce n’eravamo già fatti una ragione. Che questi spazi potessero ridursi ancora, ci sembrava impossibile, ma basta dare uno sguardo alla proposta del designer Yaroslav Rassadin per rendersi conto che forse l’idea non è tanto irrealizzabile.
Nello specifico si tratta di una vasca in silicone pesante capace di elevarsi a lavandino, oppure di appiattirsi per diventare un piano doccia. Il tutto grazie a una pompa meccanica.
L’idea, che al momento resta solo un prototipo, è stata lanciata al concorso di design Jump The Gap indetto da Roca, celebre azienda di arredi per bagno, ottennendo numerosi consensi.
Via | Designbuzz.it

Una grande medusa si muove dolcemente, animata dal vento, sopra il Phoenix Park dell’omonima città in Arizona. L’ideatrice di Her Secret is Pacience, animale sui generis fuori scala e ambiente naturale, è Janet Echelman, artista americana non nuova alle sperimentazioni con sculture tessili in maxiscala.
Sullo specchio d’acqua del Richmond Olympic Oval (British Columbia (CA), ad esempio, ha da poco inaugurato Water Sky Garden, struttura sospesa realizzata in PTFE.
Le opere si adattano ai ritmi naturali propri del volgere del giorno e delle stagioni. Belle di giorno, per i riflessi sull’acqua che moltiplicano la corporeità dell’installazione, belle di notte per il vestito luminoso che illumina il cielo.
Via | Metropolis Mag
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Ancora dalla Shenzhen Biennale di Hong Kong, un’altra installazione per riflettere sulla natura degli spazi abitativi e su come design e architettura possano arrivare a influenzarli radicalmente per rispondere alle varie esigenze della contemporaneità.
Lo studio KUU di Shanghai, specializzato in design di interni e nuove soluzioni architettoniche, propone Shared Housing, un nuovo modello di residenze per i popolosi centri urbani della Cina. Le case sono composte da stanze di tre metri per tre, interconnesse tra loro, in modo tale da costringere i tre abitanti previsti a interagire.
L’interazione non avviene solo sul piano umano, ma è stimolata anche da come sono costruiti e affiancati gli spazi. Cortili e cucina in comune, oltre a fori quadrati nelle pareti che permettono di non dover utilizzare porte per rivolgersi a chi sta fisicamente occupando gli altri vani. Un’idea estrema e provocatoria che mostra abilmente un limite e una risorsa delle nuove forme di sovrappopolamento. Di seguito, una gallery dell’installazione.
Foto | via

Joakim Dahlqvist è compulsivo. Innanzi tutto come designer. A leggere il suo curriculum, ci si chiede se abbia mai avuto una vita privata. Nato in Svezia, è vissuto tredici anni a Singapore. Poi, al ritorno, ha studiato architettura e si è preso un Masters degree with honors dal Design Research Laboratory della Architectural Association School di Londra.
Ha lavorato per l’Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam, per Prada come consulente sulla ricerca e le tecnologie (incredibili i suoi allestimenti), in Italia con April per realizzare il National Geographic Store. Insieme a Jens Hommert e Hieu Dam ha persino trovato il tempo di aprire un bar e un ristorante i cui interni, ovviamente, sono curati da lui stesso.
L’elenco potrebbe continuare con lavori di architettura, animazione, programming, e video. Noi ci limitiamo a segnalarvi la parte più folle della sua produzione. Le sue dettagliate e compulsive illustrazioni. Dalla città immaginaria (forse legata alla mitica Frisland) che potete ammirare in tutti gli splendidi dettagli a questo link, a quest’altra, altrettanto intricata. Oppure a questo delirante prospetto architettonico.