
In Italia non ci capita di incontrarlo, ma per le strade di Parigi (ma anche New York o Vienna) pare che i cittadini abbiano ormai familiarizzato con Monsieur Chat, un misterioso gatto giallo che “tagga” i muri metropolitani, e che ora è diventato persino oggetto di merchandising. L’autore del gattone è un artista underground: Thoma Vuille, che negli ultimi dieci anni è arrivato addirittura ad arrampicarsi sui tetti pur di diffondere la sua icona felina. Nessuno conosceva la sua identità fino a quando la polizia non lo ha colto in flagrante intento a taggare l’ennesimo palazzo.
A testimonianza della diffusione worldwide di questo simbolo ecco addirittura una mappa mondiale che traccia le sue apparizioni, o un (ma ce ne sono diversi) gruppo apposito su Flickr.
La memoria ora mi tradisce e non ricordo più il nome dell’autrice, ma qualcosa di simile accadeva a Bologna una ventina d’anni fa: sui muri non c’era un gattone ma un onnipresente pappagallo o canarino, ve lo ricordate?

Lavorate in un angusto cubicolo aziendale, oppure siete freelance col portatile a metà strada tra i piatti da lavare e il letto sfatto? E’ arrivato il momento di rosicare (trad. “provare invidia”) perchè Smashing Magazine fa un inchiesta sui workplaces più fantasiosi e creativi.
Guardando le immagini sono rimasto a bocca aperta: atmosfere fiabesche, tecnologie da sogno, architetture da bava alla bocca come quelle che Google o Pixar riservano ai loro lavoratori. Ma sarà tutto oro quello che luccica?

Bella la selezione di Smashing Magazine di oltre 30 Excellent Blog Designs. Perchè come recita l’articolo, non è difficile disegnare un weblog, ma è dura disegnare un weblog con un design “unico”. Nella ricca selezione si spazia dall’ approccio typo-decorativo del famosissimo Velasco al look cartoonistico di Elitist Snob, dal minimal stiloso di Jaredigital ai grandi colori di Adi Pintilie. Sempre di più quindi le luci si accendono su questo tipo di design che vive un momento di grande espansione anche se secondo me siamo ancora lontani dallo sfruttare pienamente le possibilità a disposizione.

Sono sempre stato un sostenitore dei portfolio “a fisarmonica”, ovvero quei siti da una pagina estremamente compatti dove l’utente cliccando sulle linguette dei titoli può aprire e chiudere a piacimento solo i contenuti che gli interessa leggere. Questa tecnica si realizza tramite Flash o javascript (come il celebre moo.fx) e come unica controindicazione potrebbe presentare problemi a livello di accessibilità dei contenuti in presenza di javascript disabilitati.
Anche i tipi di DesignMeltDown analizzano gli accordion sites, e ne propongono una selezione. Il loro fisarmonisito preferito sembra essere Keen, a me non dispiace anche Firefly Foundation.

Qualcuno ad ironic sans, ha fatto una interessantissima ricerca sul logo delle associazioni terroristiche.
Effettivamente, con così tanti gruppi terroristici che fanno saltare in aria persone e riducono a brandelli corpi, è spesso difficile ricondurre tali atti a questo o quel gruppo ed è quindi necessaria una operazione di brand identity che faccia uscire l’identità dell’organizzazione, spesso anche oscurata da inquietanti passamontagna.
Quindi, così come Joe Strummer con la maglietta delle brigate rosse, operazioni di marketing e advertisement non sono poi così distanti da organizzazioni che vorrebbero proprio distanziarsi da queste parole anglofone.
La ricerca è stata fatta, principalmente attraverso wikipedia, quindi non c’è nessuna garanzia che questi loghi possano poi effettivamente appartenere ad organizzazioni violente, ma alcuni di questi sono ben noti e fanno parte dei lati bui della nostra storia.
Quindi, tra stelle, ossa, fucili incrociati ed altri immaginari collettivi, questo è l’interessante post sul terrorist design.

Salvador Dalì sosteneva che: “Coloro che mai vogliono imitare, nulla producono”.
Sarà pur vero, certo è che nel mondo del design di copie, cloni e similitudini se ne vedono spesso molte. Ma non è colpa dei designer o della loro mancanza di creatività, a volte essi si ispirano ad un grande maestro del passato per creare un’evoluzione contemporanea del suo prodotto e a volte, per ridondanza di comunicazione e prodotti presenti sul mercato, è inevitabile progettare qualcosa di molto simile a qualcosa che già esiste. Senza volerlo, ovviamente.
E’ proprio partendo da queste considerazioni che voglio proporvi un giochino, una specie di sfida tra due designer a confronto con i loro celebri prodotti simili, per capire se questi ultimi siano dei cloni o delle evoluzioni.
Continua a leggere: Déjà vu: Stefano Giovannoni vs Philippe Starck

Il numero di maggio/giugno della rivista Communication Arts, contiene il risultato di un’indagine condotta da AIGA sui salari nell’ambito del design negli Stati Uniti.
Il risultato globale è che i “creativi”, dopo un momento di crisi, sono ora nuovamente pieni di lavoro, ma con una maggiore concorrenza e minori margini di mercato.
Quello che comunque interessa maggiormente, è il colpo d’occhio ai redditi e alla esaustività dell’indagine per sotto-disciplina (vedi relazione 2006).. magari ce ne fossero di così per l’Italia! (Via)