
L’azienda svedese più famosa al mondo ha pubblicato un libro di ricette. Si intitola “Hembakat är Bäst” (”Homemade is Best”, in inglese. Ovvero: le cose migliori sono quelle fatte in casa) e ci propone trenta idee per cucinare. A quanto pare in patria, il libro sarà distribuito gratuitamente (!) nelle sedi IKEA, ma la cosa che lo caratterizza maggiormente sono le foto.
E’ stato incaricato il bravissimo Carl Kleiner che, rispettando lo spirito di manuali delle istruzioni e assemblaggio casalingo, ha deciso di allineare gli ingredienti di ogni ricetta in modo ordinato e geometrico. L’effetto - anche grazie alla luce e al modo di trattare i colori - rende il tutto molto simile a un lavoro di graphic design. Trovate la gallery dopo il salto.
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Fondata nel 1952 da grafici francesi e svizzeri, Alliance Graphique Internationale (AGI) è un’associazione di designer da tutto il mondo votata alla promozione del dibattito sulla grafica, dell’amicizia tra designer e del design di qualità.
In attesa del nuovo congresso, che si terrà quest’anno dall’11 ottobre a Porto, l’AGI rinnova il proprio sito internet ristrutturando la propria interfaccia con l’obiettivo di rendere più accessibili e fruibili i numerosissimi contenuti che compongono il proprio sterminato archivio.
Una buona occasione, dunque, per familiarizzare con quest’ottima risorsa, da consultare sempre sia quando siamo alla ricerca di approfondimenti sulla storia della disciplina, sia quando cerchiamo ispirazione per qualche nuovo progetto.
Via | Creative Review
Il nuovo sito di Alliance Graphique Internationale
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La Triennale sbarca a New York. E lo fa per restare. Dal prossimo settembre, infatti, l’istituzione per eccellenza del design milanese arriverà ufficialmente nella Grande Mela con una nuova piattaforma museale destinata a testimoniare sul continente americano la qualità e la tradizione della progettazione italiana di tutti i tempi.
Realizzato da Michele De Lucchi e Pierluigi Cerri in collaborazione con lo studio newyorchese CUH2a, il nuovo spazio sarà di casa sulla 53esima strada e affiancherà al suo interno un grande espazio espositivo, dotato delle più sofisticate tecnologie, con le facilities museali di rito quali ristorante, caffè e libreria.
Per l’inaugurazione, l’evento in calendario - “The Expression of Gio Ponti” è tutto dedicato alla celebrazione del grande architetto milanese.
Via | Dexigner
Questo è sicuramente l’Yves Béhar che ci piace di più. Quello, per intendersi, di One Laptop per Child, capace di pensare il design come strumento di promozione sociale, là dove l’esigenza è più forte.
Attenzione rinnovata con il suo ultimo progetto, Verbien: un paio di occhiali in plastica destinati a correggere i problemi visivi dei bambini messicani. Gli occhiali, prodotti da un’azienda ottica locale, la Augen, sono finanziati dal governo messicano e saranno distributi gratuitamente (400.000 solo nel 2010) per facilitare il rendimento scolastico delle centinaia di migliaia di studenti che nel paese hanno un deficit di apprendimento proprio a causa dei difetti alla vista.
Personalizzabili nei colori, per favorirne l’accettazione da parte dei più piccoli, grazie ad un sistema a doppia montatura, gli occhiali sono stati definiti “quasi indistruttibili”dallo stesso Béhar, che ne garantisce così un requisito essenziale: la capacità di durare nel tempo.
Via | The Guardian
Gli occhiali Verbien di Yves Béhar
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Nuova edizione quest’anno per DueperCinque, il concorso promosso da esterni per valorizzare lo spazio destinato ai parcheggi come occasione per una nuova socialità collettiva. Oltre 650 i progetti arrivati da tutto il mondo, soltanto 9 quelli selezionati, che trovate pubblicati sul sito e che potrete osservare dal vivo dal 13 al 18 aprile.
Non cambia, rispetto allo scorso anno, la location delle installazioni, che saranno dislocate tra Porta Genova e via Vigevano, con evento finale di tutto il Festival il 17 all’Hangar Bicocca. Nell’immagine che vedete sopra, uno tra i progetti selezionati: Bevetene tutti (Gabriele Diamanti, Lorenzo de Bartolomeis e Filippo Poli), una riflessione sul tema dell’acqua come risorsa pubblica (animali compresi).
Prima era il Deutscher Werkbund. Ora, a più da un secolo dalla sua fondazione, è il “Museo delle Cose”. Siamo a Berlino, più precisamente a Kreuzberg: qui, il Museum der Dinge ha preso il testimone dell’archivio della grande associazione tedesca continuandone l’attività attraverso una raccolta appassionata di oggetti realizzati dal 1800 fino ai nostri giorni.
Unico il presupposto della ricerca museale: mescolare, senza snobismi, artefatti highbrow e lowbrow. Annullando le distanze tra un ventilatore di Peter Beherns e un gadget di Garfield degli anni ‘80. Anche i percorsi espositivi privilegiano questo confronto, ignorando le differenze cronologiche e puntando invece su un’organizzazione per temi in costante evoluzione.
Nel sito del museo, date un’occhiata all’oggetto del mese: scelto tra gli oltre 40.000 archiviati, a marzo troviamo un curioso arnese antigoccia (o se preferite un Tropfenfänger), per i curatori del museo prossimo all’estizione.
Via | Sinn Berlins
Il Museum der Dinge di Berlino
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L’ispirazione è esplicita fin dal nome. Dry, infatti, è un omaggio al bicchiere per l’omonimo Martini, di cui questo lavabo freestanding progettato da Enzo Berti ricalca la forma.
Realizzato in marmo Crema Marfil levigato e cerato e distintito da una rifinitura sul bordo in marmo ebano, è prodotto dall’italiana Decormarmi.
Via | Domus
Aldo Bakker è un designer molto attento alla qualità formale dei pezzi che progetta. Il dato, che potrebbe anche apparire scontato, lo è un po’ di meno se pensiamo che Aldo è figlio di Gijs (Bakker), ex Droog, uno che ha fatto dell’ironia e della sorpresa (magari a scapito della forma) una formula di successo per una tutta una nuova generazione di designer. Lontani dall’estetica di suo figlio, evidentemente, ma è bello pensare che forse in Olanda il nepotismo non è di casa e padri e figli vanno avanti ognuno per la propria strada pur lavorando nello stesso settore.
Ma torniamo ad Aldo e al suo ultimo progetto, uno sgabello di legno che mette in relazione elementi volumetrici differenti quali una linea, una superficie e un solido, dando vita ad una sorta di seducente esoscheletro. Ogni pezzo, realizzato con del legno scelto per l’occasione, è finito a mano e laccato lucido per valorizzare la bellezza e le tonalità del materiale.
Via | Contemporist

Dopo la Black&White chair, diamo uno sguardo ad un altro prototipo che usa il bambù per una nuova ricerca formale e funzionale sulle sedute. La collezione P1 e P2 è stata progettata dalla designer australiana Christel Hadiwibawa nel corso dei suoi studi di perfezionamento alla Camberra School of Art. La base, in cemento, costituisce una solida base d’appoggio, mentre le strisce di bambù, estremamente flessibili, si adattano al peso e alla conformazione del corpo di ciascun utente.
Lo spunto progettuale sembra essere nato da una ricerca sulla sostenibilità. La cosa ci stupisce un po’: tutto bene per il bambù, ma come la mettiamo col cemento? Spieghiamola con le parole della designer: “The embodied energy involved with the production of cement is high, however the material has legitimate claims to sustainability in terms of local availability, ease of use and shaping, longevity, and financial affordability.”
Via | Contemporist
Si può vivere con delle tende al posto delle pareti? E’ l’esperimento che una giovane coppia giapponese con bambino ha deciso di tentare affidando la ristrutturazione del proprio appartamento allo studio Uufie.
Risultato? Tramezzi smantellati e spazio ridistribuito con il ricorso a maxi tende di velluto. Capaci, nelle intenzione delle architette, Eiri Ota e Irene Gardpoit Chan, di preservare quando necessario la privacy, permettendo però di usufruire al momento debito di un open space.
Estetica minimal, mura perimetrali ridipinte con vernice bianca diluita per un effetto meno netto. Sempre a vista, ovviamente, le guide delle tende: una scelta voluta per rimarcare la ripartizione dei volumi che imprimono allo spazio.
Via | Dezeen