Prima era il Deutscher Werkbund. Ora, a più da un secolo dalla sua fondazione, è il “Museo delle Cose”. Siamo a Berlino, più precisamente a Kreuzberg: qui, il Museum der Dinge ha preso il testimone dell’archivio della grande associazione tedesca continuandone l’attività attraverso una raccolta appassionata di oggetti realizzati dal 1800 fino ai nostri giorni.
Unico il presupposto della ricerca museale: mescolare, senza snobismi, artefatti highbrow e lowbrow. Annullando le distanze tra un ventilatore di Peter Beherns e un gadget di Garfield degli anni ‘80. Anche i percorsi espositivi privilegiano questo confronto, ignorando le differenze cronologiche e puntando invece su un’organizzazione per temi in costante evoluzione.
Nel sito del museo, date un’occhiata all’oggetto del mese: scelto tra gli oltre 40.000 archiviati, a marzo troviamo un curioso arnese antigoccia (o se preferite un Tropfenfänger), per i curatori del museo prossimo all’estizione.
Via | Sinn Berlins
Il Museum der Dinge di Berlino
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C’è tutta la storia del cinema, ma non solo. Movie Title Stills Collection è la prodigiosa raccolta di screenshots di titoli di testa che testimonia l’evoluzione della grafica cinematografica, della sua ricerca tipografica e della tecnologia che ne ha determinato l’evoluzione.
Da Méliès a Up, si passano in rassegna le pellicole più gloriose del cinema americano ed europeo, scoprendo tracce di spunti innovativi ben prima delle pietre miliari di Saul Bass. Tra il materiale archiviato, anche trailer e, in qualche caso, titoli di coda. Il paziente lavoro di archiviazione è stato effettuato dal graphic designer Chistian Annayas.
Via | Cool Hunting
Uno straordinario archivio su Flickr. E’ quello realizzato con grande cura da American Vintage Home, che ha organizzato in set le architetture e gli interni americani dalla fine dell’800 agli anni ‘60. Alcune immagini sono da archivio, altre sono scattate tra le città e la provincia americana. Un riferimento da tenere d’occhio anche per le prioprie ispirazioni grafiche.
Via | Madame Hervé
Continua a leggere: Interni Americani: American Vintage Home

L’Archivio della Bassa Risoluzione è il progetto lanciato dal collettivo Radice Quadrata per catalogare gli spazi dismessi o in degrado della città di Bari. L’attività di rilevamento -ogni area viene infatti fotografata, descritta e archiviata per quartiere- è pensata come modalità di generazione di una nuova cartografia in grado di aprirsi ad interventi di rifunzionalizzazione e riappropriazione artistica.
Un modo, insomma, per riconsegnare questi spazi a progetti temporanei di artisti e creativi, ma anche, più semplicemente, una possibilità per interrogarsi sulla valorizzazione di tutte le aree urbane residue (o terzi paesaggi, per dirla come Gilles Clement, tra gli ispiratori riconosciuti del lavoro).
Via | Esterni
Le ragazze sanno quello che fanno? La promessa che hanno stretto con il pubblico del loro Trust Me Magazine, un progetto esordito sei mesi fa in rete, è chiara e vincolante: pubblicare sulla piattaforma del blog ogni contributo, visivo (foto, illustrazioni, grafica) o testuale (racconti, copy etc.), ricevuto dalla propria community di lettori.
Le cose, però, cambiano nel passaggio su carta: le due curatrici, Susanna Luna Bellandi e Gloria Giangrande, selezionano dalla rete i contributi più efficaci per dare vita ad un inedito visual magazine monografico. Al primo numero, un’indagine sul tema del mattino disponibile anche online dallo scorso dicembre, ne seguirà presto un secondo, legato al tema del “2″ o, se preferite, del “doppio”.
Lo stile, che non nasconde ad un occhio più attento chiari riferimenti ad alcuni recenti format di successo - da Vice a The Sartorialist a Rojo -, sembra già sufficientemente personale ed iconico per far presto parlare di sé. Attenzione! La deadline per l’invio di contenuti per il prossimo numero è fissata al 16 febbraio!
Via | Frizzifrizzi
Alcune immagini dal I numero di TrustMeMag



Continua a leggere: Trust Me Mag, il visual magazine che dà voce alla community dei propri lettori

A noi rimane tutt’al più una firma in calce, un indirizzo prima dell’ ‘@’, qualche fantasiosa immagine in allegato o un codice html. Eppure -lo so: non mi crederete mai- c’erano tempi in cui non solo le lettere si scrivevano a mano (una buffa abitudine fatta di inchiostro e risme di carta), ma si utilizzavano anche dei fogli prestampati con intestazioni e decorazioni che annunciavano il mittente.
Pazzesco, no? Quei fissati di Letterheady hanno deciso di coniare un termine -letterheady, appunto- che stando al loro personalissimo dizionario indica l’essere sopraffatto da una grande emozione dovuta al design di un’intestazione (è un aggettivo, nel caso foste grammaticalmente in dubbio).
Hanno anche messo su un sito, sfruttando la piattaforma di microblogging Tumblr, dove postano le più belle carte da lettera di cui vengono in possesso. Una gioia per gli occhi, nel caso di molti dei lavori proposti. Un archivio fenomenale in cui perdersi (e al quale contribuire). La funzionalità piegata ai voleri dell’eleganza. Anche perché, ci dicono nelle note informative, non gli interessa il contenuto di ciò che c’è scritto. Solo il design. Di seguito, una gallery con alcune delle scansioni.

Lisa Congdon è una -notevole- illustratrice che utilizza media differenti per le sue creazioni. Deve aver raccolto un bel po’ di materiale, visto che dall’inizio di quest’anno si è lanciata in un progetto ambizioso e molto, molto interessante.
A Collection A Day, è un blog in cui la Congdon ha deciso di mostrare quotidianamente l’immagine di una delle sue collezioni. Gomme per cancellare, pastelli, pennelli, tutti radunati in uno spazio minimo, sistemati con cura geometrica (e cromatica) e fotografati come testimonianza della storia che raccontano gli oggetti.
Le raccolte provengono dal suo archivio, ma si è riservata la possibilità di prenderne altrove o di disegnarne una quando gli elementi chiamati in causa sono più che altro una collezione della memoria. Il blog diventa una galleria affascinante, uno strano tipo di catalogo del tempo che scorre e di come un unico denominatore sia spesso il pretesto per un viaggio attraverso i diversi design dei modelli. Di seguito, la gallery delle collezioni pubblicate finora.

Al di là del fascino esercitato dall’atto stesso di volare, l’iconografia legata ad aeroporti e velivoli è da sempre fonte di grandi suggestioni. Gli aeroplani sono stati insieme una sfida alla gravità e un esempio di come rendere accessibile e confortevole il viaggio sospesi in aria. Ovviamente anche grazie al design.
Il Museum of Flight, permette di consultare una grandissima quantità di modelli, accessori, luoghi ed eventi, tutti legati all’arte del volo, con una sezione limitata ma interessante dedicata anche ai viaggi spaziali. Quella che vi presentiamo è invece l’area che raccoglie una selezione dei migliori logo delle principali linee aeree.
Che siano classici come il marchio della Quantas o della TWA, minimali come quello della Iceland, la collezione del Museum of Flight ci racconta una storia e ci guida attraverso l’evoluzione dell’iconografia aeronautica attraverso gli elementi di design grafico. Utile anche per ’studiare’ qualche idea e per cogliere l’importanza -e le tecniche- dell’imporre un brand, persino quando si alzano gli occhi al cielo. Dopo il salto, una gallery con alcuni dei logo disponibili.
Continua a leggere: I logo delle linee aeree al Museum Of Flight
I nostalgici tra voi non potranno che provare un po’ di commozione alla vista di questa galleria di immagini su Flickr tutta dedicata ai mouse della Apple. Era il lontano 1984, infatti, quando usciva sul mercato il Mouse M0100 Beige. Preistoria, verrebbe da pensare oggi, soprattutto a confronto con l’ultimo Apple Magic Mouse del 2009. Le immagini del set sono di Raneko, vero affezionato del marchio di Cupertino.
Via | Core77

Dalla cura per i ‘ferri del mestiere’, al feticismo spesso il passo è breve. Specie quando si finisce nei meandri del collezionismo. Però -diciamolo- qui si esagera. 1800 immagini. Per 132 marche diverse. Tutte catalogate per nazionalità e tipologia. Il paradiso del grafico, dell’illustratore, dell’architetto. Del cartolaio, anche.
Bob Truby colleziona matite. Non quelle portamina in metallo, superleggere, bilanciate, ergonomiche. No. Quelle di legno, sfaccettate, con la gomma in cima (quando c’è) e la durezza della grafite impressa sopra. Un matto, siamo tutti d’accordo.
Nel suo ordinatissimo (e ci mancherebbe..) sito Brand Name Pencils, raccoglie da anni le matite da tutto il mondo. Le fotografa, impagina il tutto, cataloga e mette in mostra la sua delirante collezione. Scorrere le pagine dà quasi alla testa. Cromaticamente è anche uno spettacolo strano, un po’ come il gesto di passare il dito su una scatola di pastelli appena comprata. Farà anche sorridere, ma è un piccolo patrimonio. Se avete qualche vecchia matita in buone condizioni, speditegliela. Lo farete felice.